Oggi, martedì 6 novembre, negli Stati Uniti gli elettori sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato, meglio note come “midterm elections”. La suddetta tornata elettorale rappresenta un grande classico della politica statunitense.  

Tali elezioni si svolgono due anni dopo l’elezione del Presidente e servono per rinnovare l’intera Camera dei Rappresentanti ed un terzo dei membri del Senato. La Camera viene rinnovata in tutti i suoi 435 membri ogni due anni: i deputati vengono eletti come rappresentanti del popolo sulla base di una competizione elettorale articolata in collegi uninominali distribuiti (secondo molti in modo truffaldino, tanto che si parla di gerrymandering) secondo un criterio demografico. La California, che ha quasi quaranta milioni di abitanti, elegge 53 rappresentati alla Camera, mentre il Texas, che ne ha circa 28 milioni, ne elegge 36: l’Iowa e il New Hampshire, di dimensioni estremamente più ridotte, rispettivamente 4 e 2. Il Senato comprende 100 membri e ne vengono eletti due per ogni Stato (indipendentemente da popolosità o dimensione di esso) e ogni due anni si rinnova per un terzo (non a caso il mandato dei senatori dura sei anni).

Negli USA in data odierna si vota anche per eleggere i nuovi governatori di 36 stati, tra cui la Florida, l’Ohio e il Nevada e per alcuni referendum, ad esempio in merito alla legalizzazione dell’uso ricreativo della marijuana in North Dakota e Michigan.

Da sempre però, le midterm elections sono percepite soprattutto come un referendum sulla figura del Presidente. In questo caso saranno utili per trarre un bilancio del reale gradimento che nutre il popolo verso il nuovo (ormai non più) inquilino alla Casa Bianca, Donald Trump.

Perché queste elezioni sono importanti? Che impatto avranno sulla politica USA?

La carta costituzionale statunitense attribuisce al Presidente molti poteri, ma al tempo stesso ha concepito un complesso ed articolato sistema di “check and balances” finalizzato a limitarli in caso di necessità.

Se in Italia gli attori istituzionali maggiormente in grado di “ostacolare” l’azione dell’esecutivo negli ultimi anni sono stati il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, negli Stati Uniti un ruolo chiave in tal senso è da sempre conferito al Congresso (ma anche alla Corte Suprema). Quasi tutti i provvedimenti di iniziativa presidenziale infatti devono essere approvati da entrambe le camere, motivo per cui spesso il Presidente si trova costretto a trattare con almeno uno dei due rami del Parlamento per veder andare in porto una sua legge. Barack Obama ad esempio riuscì a far approvare la riforma sanitaria nel marzo del 2010, quando sia la Camera dei deputati che il Senato erano in mano ai democratici (circostanza non più accaduta nei sei anni successivi della sua presidenza).

Oltretutto è noto che i congressmen non sono come i parlamentari italiani o di tante altre democrazie occidentali, dove il più delle volte il ruolo dell’assemblea legislativa si esaurisce col voto di fiducia all’esecutivo di turno (peraltro assente negli USA, la cui forma di governo non concepisce “crisi”).

Al Congresso i parlamentari non si limitano a “premere un bottone”, attenendosi fedelmente alla linea del partito o al capo politico di turno: i deputati e senatori “rendono conto” anche e soprattutto agli elettori del collegio nel quale sono stati eletti. Gli scienziati politici parlano di “accountability” (render conto delle proprie decisioni e dei risultati da esse conseguiti) nei confronti della propria constituency elettorale (letteralmente il collegio o distretto elettorale di riferimento).

Ciò detto, anche i Presidenti che si trovano ad interloquire con un Congresso interamente dello stesso “colore” politico, in molti casi fanno fatica a vedere approvati i loro provvedimenti esattamente come vorrebbero (soprattutto su temi sensibili a fette di elettorato ampie e trasversali, come difesa personale ed uso delle armi).

È facile intuire quanto ciò possa essere ancor più complicato ogniqualvolta il Presidente si trova costretto ad interfacciarsi con almeno una delle Camere ad egli avversa (in politica in questi casi si parla di “anatra zoppa”): in tal caso la propria linea politica deve necessariamente fronteggiare un compromesso.

Tali dinamiche, con un Presidente come Donald Trump, sono ulteriormente accentuate. Osteggiato a lungo da una buona parte del suo stesso partito, Trump è comunque riuscito a far approvare alcuni suoi provvedimenti bandiera, quali il taglio dell’imposta sui profitti delle imprese, nota come “corporation tax”, l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e quello sul nucleare iraniano, la rinegoziazione dell’accordo commerciale NAFTA con Messico e Canada, il trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense in Israele, l’introduzione di dazi molto incisivi sulle esportazioni cinesi, la lotta all’ISIS in Iraq e Siria.

Ciò è stato possibile anche e soprattutto perché, fino ad oggi, l’attuale Presidente ha potuto contare su un Congresso tutto repubblicano.

Midterm elections: Quali rischi per Donald Trump?

The Donald” in questi due anni al potere non è riuscito a realizzare tutto ciò che aveva promesso in campagna elettorale. Un po’ perché probabilmente alcune misure richiedevano più tempo, un po’ perché alcuni impegni presi erano di fatto irrealizzabili ed infine perché, come visto precedentemente, il partito non era disposto ad avallare tutto.

Del muro al confine con il Messico non c’è la minima traccia, l’espulsione in massa di tutti gli immigrati irregolari non si è vista e la riforma della NATO men che meno (Trump si è fermato a pretendere dagli alleati di investire il 4% del proprio PIL in spese militari). Ora, con le midterm elections, i problemi per il tycoon rischiano di acuirsi.

Stando ai sondaggi infatti, i democratici dovrebbero riuscire a strappare ai repubblicani uno dei due rami del Congresso, ovvero la Camera dei rappresentanti. Un’ipotetica discordanza tra i due organi legislativi non deve sorprendere: come abbiamo visto, il Senato rinnova soltanto circa un terzo dei suoi membri (35) ed i collegi chiamati in questa in questa circostanza sono storicamente piuttosto sfavorevoli ai democratici.

FiveThirtyEight, analizzando migliaia di indagini demoscopiche, ha attribuito ai democratici l’84,5% di chances di ottenere la maggioranza dei seggi alla Camera e l’82,3% di possibilità ai repubblicani di mantenere il controllo del Senato.

Politico non si discosta, asserendo che la Camerapende verso i democratici” mentre il Senatoprobabilmente andrà ai repubblicani”.

Fare previsioni rimane estremamente complicato, anche perché per quanto si tratti di un’elezione nazionale essa si gioca su base locale, dal momento che si tratta della somma di 435 e 35 micro-sfide. Gran parte di esse sono estremamente combattute, come possiamo vedere dal grafico sotto illustrato (tratto da Politico).

 

Possibili conseguenze del voto

Il gioco è presto fatto: Se Trump dovesse, a sorpresa, conservare il controllo di entrambe le Camere, avrebbe la strada spianata per implementare a pieno la propria agenda di governo. Lo farebbe con un’opposizione frastornata da una nuova batosta elettorale e con un partito repubblicano che non potrà che assecondarlo nelle sue scelte, specialmente per giungere al meglio alle Presidenziali del 2020.

Se i democratici riuscissero a strappare un ramo del Congresso ai repubblicani, Trump sarebbe costretto a convincere almeno alcuni dei suoi avversari per far approvare qualsiasi legge: i Democratici inoltre non sembrano disposti a fare concessioni su nulla.

Infine, se i democratici riuscissero a prendere il controllo del Congresso nella sua interezza, oltre a mettere il veto praticamente ad ogni iniziativa presidenziale, sarebbero ancor più motivati ad avviare la procedura di impeachment verso Donald Trump. La procedura può essere avviata alla Camera con un voto a maggioranza semplice, ma per rimuoverlo effettivamente dalla carica di Presidente è indispensabile anche il consenso dei due terzi del Senato (circostanza mai accaduta).

Come andrà a finire?

Le midterm elections hanno, storicamente, un’affluenza modesta. Per questa ragione è facile supporre che a vincere sarà chi riuscirà a mobilitare in misura maggiore il proprio elettorato. Trump, stando ai sondaggi, gode di un livello di gradimento piuttosto basso, però non è da sottovalutare il fatto che tale indicatore è in crescita e che la quasi totalità dei suoi elettori nutre estrema ammirazione nei suoi confronti (cosa che non accadde, ad esempio, ad Hilary Clinton nel 2016, quando gran parte del suo potenziale elettorato non si recò alle urne o non si impegnò abbastanza per convincere gli indecisi a votare per lei).

I democratici invece, infuriati ed imbarazzati da un Presidente come Trump, hanno ottime ragioni per sperare nella vittoria: In primo luogo perché non pagano neanche quelle divisioni di corrente che possono palesarsi in un partito a seguito delle primarie (problema rimandato alle presidenziali del 2020). Inoltre, stando ai numeri, il partito del Presidente in rarissime occasioni è riuscito a guadagnare seggi alle midterm elections (da inizio Novecento è accaduto solamente in tre circostanze).

A detta di Micheal Moore, colui che la vittoria di Trump l’aveva predetta, le carte in grado di far vincere i democratici sono i giovani e le donne.

Non ci resta che aspettare stanotte (questi gli orari di apertura e chiusura dei seggi nei diversi Stati).


A cura di Michele Seremia


Per saperne di più:

https://www.ilpost.it/2018/10/27/guida-elezioni-stati-uniti-meta-mandato/

https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/10/23/18003286/2018-midterm-elections-polls-open-close-times-date-ohio-kentucky

http://www.youtrend.it/2018/10/31/elezioni-midterm-usa-2018-decisive-trump/

https://www.politico.com/election-results/2018/house-senate-race-ratings-and-predictions/

https://www.politico.com/interactives/2017/politico-morning-consult-poll/

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Michele Seremia

Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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