“Una Nuova Italia”, cinque spunti sulle elezioni del 4 marzo

Una Nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un’analisi delle elezioni del 4 marzo”. Così si intitola il libro redatto da Lorenzo Pregliasco, Matteo Cavallaro e Giovanni Diamanti, rispettivamente direttore ed autori di punta di YouTrend (magazine di informazione incentrato su sondaggi e trend sociali, economici e politici).

Il testo è merce rara per gli “addetti ai lavori” e per gli appassionati della materia, soprattutto per tre ragioni.
In primo luogo per la tempistica di uscita del libro: già a poco più di due settimane dal 4 marzo il volume infatti era già in commercio. Secondariamente per le “chicche” di contorno, come le svariate mappe interattive, la prefazione di Marco Damilano e l’intervista a Chicco Mentana. Infine, ultima ma non meno importante ragione per leggere il libro, l’esaustiva offerta di analisi comparative sulle diverse strategie adottate dai partiti e rispettivi leader nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Di seguito, senza prestarsi ad eccessivi spoiler, vengono presentati cinque diversi temi analizzati nel libro:

1) La legge elettorale. Dopo aver avuto leggi elettorali puramente proporzionali (dal 1912 al 1924 e dal 1946 al 1993) o proporzionali con premio di maggioranza (la legge Acerbo del 1924, Il Porcellum dal 2005 al 2013, l’Italicum dal 2015 al 2017) il “Rosatellum” è una legge mista a prevalenza proporzionale (il Mattarellum era misto a prevalenza maggioritario). Il Mattarellum, adottato per le elezioni del 1994, 1996 e 2001, fu cambiato dalla coalizione di centrodestra perché il sistema della doppia scheda previsto da quella legge per la Camera (una per i candidati all’uninominale e una per il proporzionale) faceva emergere una grande debolezza nei collegi uninominali, dove i vari partiti erano costretti a presentare candidature unitarie ed i singoli candidati del Cdx spesso erano meno competitivi. Il M5S, sebbene contestasse un impianto che sembrava creato ad arte per colpirlo nei suoi punti deboli (cioè l’assenza di candidati riconoscibili sul territorio e la sua indisponibilità a formare coalizioni con altri partiti) è risultato meno penalizzato di quanto potesse sembrare alla vigilia delle elezioni. Da un lato il movimento fondato da Beppe Grillo non è dovuto scendere a compromessi con altri partiti per la scelta dei candidati nei collegi, dall’altro gli elettori hanno dimostrato che, a causa dell’impossibilità di esprimere il voto disgiunto, hanno prestato pochissimo interesse ai candidati dell’uninominale (stando ai sondaggi la maggioranza dei cittadini non conosceva neanche un candidato del proprio collegio e soltanto un elettore su dieci ha votato in funzione di esso).

2) 2013-2018, ascesa e declino di Matteo Renzi. La vittoria mancata di Bersani. “L’Italia cambia verso”. La vittoria alle primarie del PD. La sfiducia al governo Letta nella Direzione Nazionale del partito, l’incarico da Presidente del Consiglio. Così Matteo Renzi compie la propria scalata al Partito Democratico e alla Presidenza del Consiglio. Il segretario del PD nella fase embrionale del proprio esecutivo (la così detta fase di “luna di miele”) secondo buona parte dei sondaggi godeva di indici di fiducia superiori al 60%.

Nel primo mese la Camera approva l’”Italicum”, il Consiglio dei ministri vara il decreto Poletti, il Jobs act e una detrazione Irpef mensile ai lavoratori dipendenti che percepiscono un reddito annuo compreso tra 8.000 e 26.000 euro (i famosi “80 euro”). Gli italiani premiano Renzi elezioni europee del 2014: con il 40,8% il PD diventa il primo partito europeo, vincendo quello che gli spin doctor del Presidente del Consiglio avevano ribattezzato “derby fra speranza e paura”. Il governo Renzi prosegue sulla strada delle riforme e della rapidità di esecuzione (“una riforma al mese”), anche talvolta trascurando il dialogo con le categorie e parti sociali, provocando una rottura forte con sindacati e rappresentanze di categoria. In particolare, il decreto sulla “buona scuola” e il Jobs Act allontanano fortemente il Partito Democratico dagli insegnanti e dalle rappresentanze sindacali, storici bacini di voto per i dem.

Dal 2015 si iniziano a percepire i primi campanelli d’allarme: alle Regionali in Liguria il “forzista” Giovanni Toti vince di sette punti su Raffaella Paita, mentre in Veneto il leghista Luca Zaia stravince su Alessandra Moretti. L’anno dopo il Csx perde Torino e Roma, vince di poco a Bologna e Milano mentre a Napoli non arriva neanche al ballottaggio. La popolarità di Renzi è in calo e il premier sceglie di giocare il tutto per tutto con il referendum per confermare la riforma costituzionale approvata dal suo governo, dichiarando pubblicamente che il destino dell’esecutivo sarebbe dipeso dall’esito della consultazione referendaria. Il messaggio, come ben argomentato nel libro, polarizza il Paese tra renziani e antirenziani. Alcuni pezzi di centrodestra, fino ad allora non eccessivamente critici con la riforma, reagiscono a questa polarizzazione promuovendo il no. La campagna del comitato “Basta un sì” mette in moto una strategia incoerente rispetto al posizionamento del PD con manifesti dal sapore demagogico, come quelli che recitavano “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici?”. La riforma verrà bocciata da quasi il 60% dei votanti.

Le successive dimissioni di Renzi non cambiano il trend negativo per il Partito Democratico, come mostreranno anche le elezioni amministrative del 2017. In autunno due momenti indeboliranno ulteriormente il PD: da un lato le elezioni regionali in Sicilia, nelle quali Fabrizio Micari si ferma al 18,6%, dall’altro il riacutizzarsi delle polemiche relative alle relazioni tra il padre dell’ex ministro Boschi ed il fallimento di Banca Etruria, con voci di presunte pressioni mosse dal ministro per il salvataggio della banca.

In questo clima di sfiducia verso Renzi e di discesa nei sondaggi per il partito, gli sforzi comunicativi sono stati vani. In campagna elettorale il PD non è riuscito a dettare l’agenda ai media, anche per una mancanza di sintonia rispetto alle priorità degli italiani: i manifesti “Vota la cultura” e “Vota la scienza” parlavano a target di elettori troppo ridotti.

3) Le campagne di M5S, Forza Italia, Lega e LeU (in pillole): Di Maio ha iniziato la campagna elettorale in salita, diversi candidati sono stati travolti da scandali ma il MoVimento non ne ha risentito. La vittoria del M5S, specialmente al sud, non è dettata dalla sola efficacia della proposta del noto “reddito di cittadinanza”. La presentazione dei potenziali ministri nell’ultima settimana di campagna elettorale è giudicata dagli autori “un capolavoro in grado di rassicurare l’elettorato e dettare l’agenda mediatica nei giorni del rush finale”.

Forza Italia non è riuscita a produrre lo stesso effetto con l’annuncio della candidatura di Tajani a due giorni dal voto. Berlusconi sapeva di essere in difficoltà al sud e per tale ragione ha chiuso la propria campagna elettorale nel meridione, ma ciò non è bastato a recuperare consensi. La Lega con Salvini e la sua linea di trasformazione del partito da territoriale a sovranista nazionale (anche mutando nome, logo e colore predominante) è la grande vincitrice di queste elezioni al pari del M5S. Salvini piace perché intercetta la delusione degli italiani mobilitando i propri simpatizzanti, soprattutto grazie ai social media. Il nuovo posizionamento erode consensi a Fratelli d’Italia al sud e fa della Lega il partito emergente della destra europea. Infine, LeU. Il crollo della sinistra a ridosso del voto pare essere ormai quasi fisiologico alle elezioni; Liberi e Uguali ha ottenuto un pessimo risultato perché non ha saputo in alcun modo incarnare un’idea di rinnovamento, schierando tra le figure più visibili Grasso, Bersani e D’Alema, leader poco apprezzati e considerati non al passo coi tempi. A detta degli autori queste elezioni per l’emisfero a sinistra del PD sono state una grande occasione sprecata, in quanto lo spazio politico per loro conquistabile non era affatto assente.

4) La nuova composizione sociale del voto. In primo luogo emerge una evidente rottura di natura generazionale, con i giovani che orientano in larghissima parte il voto verso il M5S. Di seguito, concentrandosi sul livello di istruzione dell’elettorato, si nota come i partiti in grado di catalizzare il voto dell’elettorato più istruito siano PD e Forza Italia (oltre che in misura minore LeU e PaP). La Lega manifesta difficoltà non indifferenti verso quel target di elettori, il M5S è piuttosto trasversale (con un picco per i diplomati). Per quanto concerne i blocchi sociali rappresentanti dai principali soggetti politici, il PD fa segnare una caduta di consenso tra i dipendenti pubblici, mentre Forza Italia Italia perde consensi tra imprenditori, professionisti e lavoratori autonomi. La Lega rafforza i consensi tra i dipendenti del settore privato, il M5S viene provocatoriamente definito il vero “Partito della Nazione”, a fronte della propria capacità di conquistare consensi tra tutte le categorie sociali.

5) Lo “spiegone” di Mentana. Il direttore del TG La7, oltre ad essere noto per le famose “maratone” televisive è stato anche il primo a condurre un faccia a faccia tra candidati premier nel nostro Paese (quello tra Berlusconi e Occhetto nel 1994).

Mentana, intervistato da Pregliasco, sostiene che la tv ha avuto un ruolo importante ma ha spostato soltanto moderatamente gli equilibri, mentre la rete è stata usata in modo goffo e dilettantistico da più o meno tutti i soggetti politici al di fuori del M5S, che ha da sempre veicolato i propri messaggi prioritariamente tramite social e web. Al di là del ruolo avuto dai mezzi di comunicazione, Mentana ha affermato che il momento chiave della campagna elettorale si è consumato 15 mesi prima delle elezioni politiche, cioè il 4 dicembre 2016. Così, il 4 marzo è definito dal direttore del TG La7 “il punto di caduta” del 4 dicembre.


A cura di Michele Seremia

 

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Michele Seremia

Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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2 pensieri su ““Una Nuova Italia”, cinque spunti sulle elezioni del 4 marzo

  1. Grazie per l’indicazione del saggio. Lo leggerò con attenzione ancora più interessata grazie al tuo trailer. Spero di trovare lì un ulteriore risposta ad un interrogativo che so non solo mio: esiste ancora un elettorato di sinistra? Oppure la confluenza di questo in una formazione indubbiamente non democratica e chiaramente aziendale ha dimostrato che era solo utopia pensare una “massa elettorale” di sinistra?

  2. Ciao Fabio! Grazie per il commento, mi fa piacere averla incuriosita a leggere il libro.
    Capisco le sue preoccupazioni sull’elettorato di sinistra e le condivido. Personalmente penso che tanti votanti e cittadini, anche 5S, continuino ad identificarsi nella dicotomia Sinistra-Destra (con tutte le sfumature del caso). Il soggetto politico al quale lei fa riferimento non è il primo partito aziendalistico che si presenta sulla scena politica italiana: per anni abbiamo (mi ci metto dentro anche io) bollato tutti gli elettori di Forza Italia come una massa di ignoranti che votavano un buffone, evasore e pregiudicato. Questa tattica non ha portato negli anni a grandi risultati per i partiti di csx e sinistra e Berlusconi è rimasto in sella sempre più a lungo del previsto. Ad oggi credo che perseguire la stessa strategia con il M5S, demonizzando il nemico sperando che gli elettori si accorgano autonomamente di quanto sia invotabile (per incompetenza, incoerenza o mancanza di visione politica non è importante) porterà da poche parti.
    Stiamo a vedere, buona serata!
    Michele

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