Il 26 gennaio 2019 la cosiddetta Commissione di Carbone instaurata dal governo tedesco ha presentato il suo tanto atteso rapporto finale in cui è stata fissata la data di scadenza per la produzione energetica a base di carbone. Entro il 2038 tutte le centrali a carbone dovrebbero aver fermato l’attività. Un’ulteriore analisi nel 2032 valuterà le circostanze per terminare addirittura con tre anni di anticipo, nel 2035.

Nonostante la Commissione non abbia indicato un ordine in cui le centrali dovrebbero man mano cessare la loro produzione, le prime saranno probabilmente quelle più vecchie, ovvero le centrali della ex Germania dell’ovest. Come riporta il giornale online taz, sarebbero in particolare le centrali degli agglomerati di Neurath e Niederaußem, le quali vengono fornite con lignite dagli scavi di giorno di Hambach e Garzweiler II.

(Qui su TOmorrowTurin abbiamo già parlato del conflitto attorno alla foresta di Hambach, diventato molto acceso nei mesi di settembre e ottobre 2018.)

La foresta centenaria di Hambach, da più di 10 anni occupata da attivisti, è a rischio di ulteriori disboscamenti per permettere alla compagnia elettrica tedesca RWE di accedere alle risorse di lignite, materia prima per circa un terzo della produzione elettrica della Germania.

Visto il rapporto finale della Commissione di Carbone, il dirigente di Greenpeace Martin Kaiser considera la foresta di Hambach salvata, mentre la Commissione si limita a parlare della conservazione di quel terreno – diventato un simbolo – come “auspicabile”, dunque non garantendo la sua protezione.

Oltre la data di scadenza, la Commissione di Carbone ha elaborato delle linee guida e un piano finanziario per l’uscita dal carbone. I Land investirebbero nell’infrastruttura e nel cambio strutturale dell’economia, i lavoratori e le aziende coinvolte riceverebbero delle sovvenzioni economiche, verrebbero creati nuovi posti di lavoro e i prezzi salienti dell’energia elettrica non ricadrebbero sulle famiglie grazie all’intervento dello stato.

Ma il rapporto finale della Commissione di Carbone – che richiede l’investimento di vari miliardi di euro all’anno – rappresente al momento solo una proposta fatta al governo. Sarà questo discutere della sua attuazione nei prossimi mesi.

Anche se alcune associazioni ambientaliste come Greenpeace e BUND si mostrano insoddisfatte e chiedono un’uscita più rapida, il lavoro della Commissione è stato valutato come un primo passo verso la direzione giusta, l’inizio della fine della produzione di energia elettrica a base di carbone.


E l’Italia? Quando uscirà dal carbone?


L’Italia dispone di 12 centrali a carbone sparse tra Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna, che nel 2017 hanno prodotto circa il 15,6% del totale dell’energia elettrica. Essendo priva della materia prima – a parte il bacino di minore importanza del Sulcis Iglesiente in Sardegna – l’Italia importa quasi tutto il carbone da paesi come Stati Uniti, Sudafrica, Australia, Indonesia, Colombia, Canada, Cina, Russia e Venezuela.

Per quanto riguarda l’uscita dal carbone, il governo ha firmato già nel novembre del 2017 il decreto sulla nuova Strategia Energetica Nazionale SEN, fissando la data di scadenza al 2025, ben 13 anni prima della Germania. Tramite interventi infrastrutturali soprattutto a favore delle energie rinnovabili, l’Italia vuole raggiungere una maggiore autonomia della rete elettrica nazionale, riducendo la dipendenza da importazioni estere di materie prime come ad esempio il gas da Russia e Algeria.

Ma prima di esultare per essere più avanti della Germania, bisogna considerare alcuni dati. La produzione dell’energia elettrica a base di carbone costituisce infatti nel nostro Paese soltanto il 15,6% rispetto al 38,9% della Germania. Non solo, ma in Italia l’uscita dal carbone riguarda solo l’industria della produzione di energia, esclusa l’industria mineraria per ricavare la materia prima.

Dunque, l’uscita dal carbone rappresenta per l’Italia una sfida che necessita di interventi meno radicali sia a livello infrastrutturale che sociale. Ma ciò non toglie il fatto che sia permesso portarsi dentro una scintilla di orgoglio; una scintilla che ci dà la speranza che stiamo andando nella direzione giusta per far fronte alla crisi del cambiamento climatico.

Fonti: ZEIT ONLINE, Sueddeutsche.de, tazAssocarboni, Lifegate, Terna, Ansa, Ministero dello sviluppo economico


A cura di Sophia Ungerland

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Sophia Ungerland

"Shining eyes" - esclamato da Benjamin Zander per descrivere la passione per la musica. E' la passione che fa brillare i nostri occhi e che dà senso alla nostra vita.Nata e cresciuta in Germania, mi affascinava presto la diversità umana che sembra non aver confini. Così incuriosita ho viaggiato e lavorato in vari paesi diversi sempre alla ricerca di qualcosa.Dal 2016 vivo in Italia dove studio Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Torino.
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"Shining eyes" - esclamato da Benjamin Zander per descrivere la passione per la musica. E' la passione che fa brillare i nostri occhi e che dà senso alla nostra vita.Nata e cresciuta in Germania, mi affascinava presto la diversità umana che sembra non aver confini. Così incuriosita ho viaggiato e lavorato in vari paesi diversi sempre alla ricerca di qualcosa.Dal 2016 vivo in Italia dove studio Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Torino.
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