Era un dicembre come tanti altri quello del 1991, finché il 25 non venne ammainata la bandiera rossa al Cremlino: era la fine dell’Unione Sovietica, e la fine della storia, il capitalismo aveva vinto.

Con la caduta dell’unione sovietica, per dirla con Francis Fukuyama, finisce la storia. L’economista riconosce in questo evento il risultato di un tendenziale andamento a onde lunghe, che vede il destino delle società inevitabilmente compiuto nel trionfo del liberalismo.

Si stabilisce una sorta di fede incrollabile nelle capacità del mercato di autoregolarsi, nel sogno americano di vivere sempre al di sopra delle proprie possibilità, ed in definitiva del fatto che il capitalismo sia il miglior guardiano della democrazia: perché dove ci sono soldi c’è benessere, benessere è libertà, libertà e democrazia.

Sbagliato? Giusto? Certamente travisato. Quello che è successo è che il campione delle democrazie occidentali è diventato un modello autoreferenziale, dal momento che l’eroico tentativo di costruire un’ organizzazione sociale diversa era finito sostanzialmente in una distopia sanguinaria.

Questo ha permesso al modello capitalista di diventare lo specchio di sé stesso, e di trovare una giustificazione in ogni diseguaglianza e in ogni baggianata della teoria microeconomica neoclassica. In questo modo è stato perso l’elemento primario del modello capitalista classico (di non poca rilevanza): Lo sviluppo economico è funzionale, eticamente, al miglioramento della vita degli individui.

Naturalmente non è argomentabile in questa sede come ciò sia stato possibile, come forse non sono sufficienti le cinquecento pagine scritte da John K. Galbraith alla fine degli anni cinquanta: “La società opulenta”, tuttavia il nocciolo della questione è un assunto semplice, il mercato produce ricchezza al solo fine di reinserirla nel processo produttivo.

Questa tesi era naturalmente ancorata ad un contesto economico ancora prettamente industriale, tuttavia la considerazione resta valida anche per i servizi, se la ricchezza prodotta è solamente reinvestita nel processo produttivo e non redistribuita, aumenterà la ricchezza ma non il benessere.

Questo corrisponde esattamente a quanto rilevato nel paradosso di Eastrelin:

Dalla prima osservazione del grafico può emergere immediatamente un’obiezione sensata circa la metodologia di rilevazione statistica della “felicità”, tuttavia se si tenta di seguire un criterio di ragionevolezza e non di critica scientifica, è possibile confrontare il dato con altri indicatori sintetici che confermano la tendenza rilevata.

Allora il punto è questo: per un aumento costante di ricchezza procapite disponibile dagli anni 50 non si sono verificati cambiamento apprezzabili nella felicità rilevata nella popolazione, e questo perché la ricchezza prodotta non è mai disponibile se non per essere reinvestita nel processo produttivo.

Questo significa che si sta meglio in povertà? Naturalmente no. Robert ed Edward Skidelsiky analizzano il paradosso di Easterlin in “Quanto è abbastanza”, essi danno una lettura integrativa di quanto già affermato da Galbraith.

Non solo l’aumento della ricchezza è in sostanza indisponibile sul lungo periodo (essa viene reinserita nel processo produttivo, tramite l’aumento sistematico del consumo, legato non alla soddisfazione di necessità ma artefatto da pubblicità e accesso al credito agevolato) ma essa non dipende dall’aumento della ricchezza in senso assoluto, ma relativo.

Cioè la ricchezza aumenta come se si muovesse una scala mobile, tuttavia ai diversi estremi della scala la percezione della propria posizione rimane immutata: perché la ricchezza aumenta ma la distribuzione delle risorse resta la stessa.

Questo com’è possibile? non basterebbe un trattato di economia per rispondere.

Per farla breve la tesi è che il consumo odierno è diventato una competizione a esclusione verso alcuni tipi di beni definiti oligarchici: ovvero beni che sono consumati per segnare uno status sociale rispetto al prossimo, non perché producano una utilità durevole.

E questo è reso possibile da diversi strumenti, i principali e già citati sono: Pubblicità, e accesso agevolato al credito.

Esagerato? può essere, però non ci sono pubblicità del pane in televisione e nemmeno si compra a rate, mentre vengono spesi milioni di milioni in campagne pubblicitarie per vendere modelli di smartphone sostanzialmente uguali ai modelli precedenti.

Se le cose stessero staticamente come sono state frettolosamente descritte le conclusioni potrebbero essere, (sono le conclusioni di R.E. Skidelsiky ma anche di Galbraith in definitiva), che l’attuale sistema consumista capitalista non migliora le condizioni di vita di chi ci vive dentro: Banalmente oggi la società ha raggiunto livelli inimmaginabili di ricchezza rispetto all’intera storia umana, ma si sente povera.

Tuttavia le posizioni sulla scala mobile della ricchezza stanno cambiando, e questo non può che esacerbare la situazione descritta finora.

Infatti il decile superiore della distribuzione della ricchezza ad oggi negli USA (ovvero il 10% della popolazione) detiene il 50% della ricchezza totale. Questo spread che va aumentando negli Usa e in Europa dagli anni cinquanta, ed è destinato a subire un incremento notevole nei prossimi anni, a detta di Thomas Pikettty.

Una società sempre più diseguale, che produce sempre più ricchezza che però non viene fruita dalla società. È questa la fine della storia di Francis Fukuyama? Può essere questo il campione della società occidentale?

No, non può, ma cosa rassicurante non serve resuscitare i bolscevichi per cambiare.

Gli strumenti democratici ci sono già e corrispondono in definitiva a quelli usati  in Europa negli anni ’70 e ’80 con le politiche del welfare: imposte progressive, politica fiscale redistributiva, spesa sociale equilibrata, e un forte investimento nel settore pubblico.

Concludendo, Il 30 dicembre 1922 veniva proclamata l’istituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, probabilmente con il sogno di iniziare a costruire nell’anno nuovo una società orientata alla giustizia sociale.

Si può sperare oggi di riformare le democrazie occidentali in modo da ridurre la crescente diseguaglianza e modificare un sistema di produzione-consumo non più sostenibile? Di recuperare in definitiva quell’orientamento al welfare state che ha prodotto il periodo più fertile per il tenore di vita della democrazia occidentale?

Naturalmente la situazione economica dagli anni settanta è mutata radicalmente, ma questo non significa che nella società di oggi non esistano spazi di manovra ancora aperti, tentare di percorrerli sarebbe certamente un buon modo di iniziare il 2018.


A cura di Corso Pecchioli

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Corso Pecchioli

“Sono nato e cresciuto a Firenze. Purtroppo in ritardo per vivere l’età dell’oro dei tangheri, gli anni ’90, e allo stesso tempo troppo presto per vivere serenamente in simbiosi con cellulare e cuffie. Così passo gran parte del mio tempo con il naso piantato sui libri, davanti al sacco da boxe, di fronte ad una birra o allo schermo del cinema, d’estate in motocicletta. Avendo costantemente cura, (per natura), di non essere mai tranquillo; e di distribuire gratuitamente ironia al vetriolo urbi et orbi, per vocazione.”
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