Tre partiti, una sfida per tutti: le elezioni della Brexit

Di Francesco Merlo

Mentre il Regno Unito lentamente si riprende dagli orrori di Manchester, la campagna elettorale dei candidati al n°10 di Downing Street si avvicina alla sua conclusione: l’8 giugno si vota.

Contrariamente alle tradizioni nostrane, il fatto stesso che queste siano elezioni anticipate è visto come un evento eccezionale dai cittadini britannici, che osservano con interesse lo svolgersi di una campagna politica dai toni sì piccanti, ma che conserva la sobrietà (e l’aplomb) tipico d’Oltremanica. Come è ormai consuetudine, il confronto si giocherà soprattutto tra i due grandi partiti tradizionali, Conservatori e Laburisti, ma attenzione anche ai LiberalDemocratici di Tim Farron: in crescita costante nei sondaggi degli ultimi mesi, potrebbero risultare decisivi per la formazione del governo nel caso in cui né May né Corbyn conquistino la maggioranza assoluta.

Gli attacchi di Manchester, inoltre, hanno visto una risposta compatta e solidale dei maggiori partiti, che si sono astenuti da qualsivoglia sciacallaggio politico, preferendo spostare il confronto sulla sfida della Brexit e delle politiche interne.

Conservatori

Inutile negarlo, i Tories di Theresa May sono i grandi favoriti. La premier uscente cavalca l’onda di Brexit e si propone agli elettori inglesi come l’unica vera forza politica, a suo dire, in grado di portare il Regno Unito ad un accordo vantaggioso per l’uscita dall’Ue. Nel testa a testa con gli storici rivali laburisti, May scommette molto sull’impopolarità di Corbyn e su un ambizioso programma di risanamento delle finanze pubbliche. Tra le altre misure più popolari, si segnalano alcune proposte di sgravio fiscale per le famiglie (senza differenziazioni di reddito) e per le imprese, ma più di tutti colpisce il proposito, molto generico ma ripetuto più volte, di ridurre drasticamente l’immigrazione verso il Regno Unito nell’ordine delle decine di migliaia di immigrati in meno ogni anno.

Laburisti

Il Labour Party rappresenta, da sempre, la prima alternativa ai Conservatori di Theresa May. Jeremy Corbyn, tuttavia, non appare dotato di quel fascino e carisma che avevano garantito a Tony Blair dieci anni di governo tra il 1997 e il 2007. Il manifesto politico laburista viene inoltre visto da più parti come retrodatato e basato su modelli di occupazione da anni ’70. Nonostante le critiche, Corbyn punta forte su un rilancio delle politiche sociali britanniche a favore dei meno abbienti e dei giovani, con misure elettoralmente incisive come la proposta di rendere le università interamente gratuite. Popolare appare anche l’idea di creare una grande banca nazionale per gli investimenti pubblici, sebbene tacciata dalle opposizioni di insostenibilità economica. Controversa è stata, infine, la sua presa di posizione dopo l’attacco terroristico di Manchester, quando ha imputato parte delle responsabilità alla politica estera britannica in Medio Oriente. Sebbene sia ormai opinione comune che l’interventismo occidentale abbia costituito una delle matrici non solo dei conflitti mediorientali ma anche della propaganda jihadista, dall’altra parte è anche vero che un’affermazione di questo tipo, in un paese spaventato e arrabbiato, non rappresenta certo una mossa vincente per conquistare voti.

LiberalDemocratici

I LibDem di Tim Farron rappresentano da sempre il terzo incomodo delle elezioni britanniche. Spesso portatori di istanze progressiste che sfuggono allo sguardo laburista, nelle ultime settimane vengono dati in ascesa. Tra le proposte più interessanti, quella di misure economiche espansive con massicci investimenti pubblici, specie nel campo delle infrastrutture. Attenzione al voto dei giovani: la sfida con i Labour è aperta, con i LibDem che propongono l’immediata legalizzazione della cannabis.

Le elezioni di Brexit

Al centro della scena c’è sempre e comunque la Brexit. Per sua esplicita dichiarazione, queste elezioni sono state indette dal primo ministro May con lo scopo di rafforzare il proprio mandato in vista delle negoziazioni con Bruxelles.

È un tema che suscita gravi imbarazzi tra i Labour, da sempre l’anima politica più europeista del Regno Unito. Jeremy Corbyn ha infatti scelto la linea del Brexit dolce, da un lato sostenendo la necessità di mantenere rapporti stretti con l’Unione Europea, dall’altro rassegnandosi al fatto che non ci siano più margini per tornare indietro.

In questo senso, la posizione decisa di Theresa May a favore di una Brexit dura e orgogliosa (nonostante la May avesse fatto campagna per il Remain), raccoglie più spontaneamente il consenso di coloro che al referendum avevano votato Leave. Proprio su questo scommettono i Conservatori, su un risultato elettorale che replichi quello referendario, magari raccogliendo anche i voti del fu partito di Farage, Ukip.

La posizione più innovativa appare però quella dei LibDem, favorevoli sì ad un accordo per l’uscita dall’Unione, ma garantendo ai cittadini, una volta chiari i termini di Brexit, la possibilità di rifiutarlo e poter tornare sui propri passi tramite un nuovo referendum. Nella sua eterna lotta per la conquista di uno spicchio di Parlamento, Tim Farron potrebbe, ancora una volta, rosicchiare più consensi a sinistra che a destra.

Mentre il giorno delle elezioni si avvicina, i sondaggi delle ultime ore sembrerebbero presagire una netta vittoria della premier uscente, Theresa May. Se davvero così sarà, la candidata conservatrice dovrà finalmente venire a capo dei punti deboli (leggasi contraddizioni) della sua campagna per una hard Brexit. Ad esempio, in che modo potrà sperare di convincere i leader europei a mantenere il Regno Unito nell’area di libera circolazione di merci e capitali? Come evitare di pagare gli oltre 60 miliardi di euro che la Gran Bretagna deve all’Unione senza compromettere irrimediabilmente non solo i rapporti con il continente, ma lo stesso accesso a futuri finanziamenti internazionali?

Tra le altre ipotesi, Theresa May ha paventato anche la possibilità del No Deal, di non raggiungere alcun accordo e, semplicemente, uscire da ogni area economica comune. In tal caso, in qualità di capo di governo di un paese che dipende interamente dalle importazioni europee per tutte le merci di prima necessità, come potrà impedire un crollo del potere d’acquisto dei cittadini britannici e, dunque, un drammatico impoverimento del paese?

Comunque vadano a finire le elezioni, questa sarà la natura dei quesiti che agiteranno le notti del vincitore. Con la consapevolezza che il Regno Unito, nel bene e nel male, dovrà fare da solo.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn
5.00 avg. rating (98% score) - 3 votes

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *