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Qualcosa che non potete perdervi: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è un film diretto dal premio Oscar Martin McDonagh, vincitore del “Premio Osella per la migliore sceneggiatura” al Festival del Cinema di Venezia (premio vinto dal regista McDonagh, che prima di intraprendere la carriera cinematografia è stato uno dei più famosi drammaturghi dei teatri londinesi degli ultimi 50 anni) e del Golden Globe 2018 come “Miglior film Drammatico”, e serio candidato alla vittoria in diverse categorie alla notte degli Oscar.

E’ un film di cui si è parlato molto, si è attesa con trepidazione l’uscita nelle sale e di cui, quasi certamente, se ne parlerà ancora a lungo. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è uno di quei film che ti lascia qualcosa una volta uscito dalla sala, è un film ricco di sentimenti e di situazioni diverse tutte collegate tra loro in maniera sopraffina. Si passa dalla drammaticità al grottesco, dal dolore profondo al sorriso (a denti stretti, tipico di un british humor non facilmente apprezzabile), dalla gioia alla disperazione. Se si potessero disegnare i sentimenti su una cartina tornasole, questo film li ricoprirebbe tutti. Cosa si può dire, senza anticipare nulla a coloro che non lo hanno ancora visto o a chi ha già avuto il piacere di gustarsi il quarto lungometraggio di McDonagh?

Partiamo dalla simbologia. Il numero tre, tanto caro alla religione cristiana. Tre come i passaggi della vita terrestre: nascita, morte e risurrezione. Tre come il processo di pentimento: errore, espiazione, redenzione. Tre come gli stadi dell’odio: dolore, rabbia, vendetta. Tre come i personaggi della storia: la madre addolorata Mildred Hayes (Frances McDormand), lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell). Tre come gli elementi cardine di questo film: dialoghi, sentimenti, persone. Tre come i lungometraggi di McDonagh. Tre come i manifesti affissi poco lontano dalla sua abitazione da Mildred, una madre che ha perso la figlia vittima di stupro (ancora il numero tre: violentata, data alle fiamme, uccisa.) e che dopo sette mesi non ha ancora ricevuto risposte dalle autorità. Stanca di non aver visto in faccia il colpevole dell’efferato delitto, decide di affiggere dei cartelli pubblicitari per spronare l’attività di ricerca della polizia locale e per attirare l’attenzione sul caso. I tre manifesti recitano:

“Stuprata mentre stava morendo”, “E ancora nessun arresto”, “Come mai, sceriffo Willoughby?” (“RAPED WHILE DYING”, “AND STILL NO ARRESTS?”, “HOW COME, CHIEF WILLOUGHBY?”)

Tutto quello che c’è da sapere della trama del film (senza spoiler) è questo. Il resto è solamente un viaggio all’interno dei sentimenti umani. E’ proprio questa la bellezza del film: è un film estremamente umano, perché parla di esseri umani, non di supereroi o personaggi da copertina. E’ una storia viscerale, nuda, cruda e quanto più possibile vera. I protagonisti sono uomini e donne con più difetti che pregi. Cattivi, arrabbiati, soli, abbandonati, malati e disperati. Eppure, nonostante tutte queste imperfezioni, sono persone vive, in grado di cambiare non soltanto le loro idee ma anche i loro sentimenti e di conseguenza loro stessi. Ebbing, Missouri, è un concentrato degli Stati Uniti d’America e del mondo in cui viviamo. Un mondo cattivo, violento, crudele, difficile da affrontare ma che nasconde ancora la speranza di una vita migliore. Di un qualcosa di diverso, di incontaminato dalla cattiveria umana.

Racconta della caduta e della risalita dell’uomo, inteso in questo senso come genere umano, della miserabilità delle sue azioni e della grandezza del suo animo. Racconta dell’odio che si prova verso la vita, verso coloro che ci fanno o hanno fatto del male, del dolore provocato da una perdita improvvisa, della solitudine e della paura che si prova a essere soli. Ma parla soprattutto di perdono e redenzione, con una frase all’interno del film estremamente semplice, anche abbastanza banale, ma che conferisce senso a tutto il resto: “L’odio genera soltanto altro odio, dice la più improbabile ed approssimativa dei personaggi del film, ossia la ragazza svampita, ma diretta, dell’ex marito di Mildred.

Questo concetto di “odio che genera altro odio” collega questo film ad altre due straordinarie pellicole che trattano molto bene, seppur in maniera differente, l’odio e la difficoltà nella sua gestione. Questo problematicità è tipica della società americana/occidentale, che molto spesso prova a nascondere sotto al tappeto per poi trovarsi, di colpo, a doverne fare i conti. In “American History X” e “American Beauty” i protagonisti del film appaiono all’inizio delle loro storie incatenati dall’odio (verso i neri o verso il proprio lavoro) e da quel senso di frustrazione generato dall’insoddisfazione delle proprie misere esistenze. Qualcosa nel corso del film/vita cambia nei protagonisti (come succede del resto anche a Ebbing) e l’odio scompare fin quasi a dissolversi lasciando così spazio nei loro cuori a un tipo diverso di sentimenti. Tutto questo avviene senza che necessariamente le storie si concludano con il classico lieto fine hollywoodiano: il perdono diviene quindi un dono pesante da ricevere perché comporta, in entrambe le pellicole del 1999, una perdita.

L’odio, o La Haine, per dirla alla francese citando così il gioiello del 1995 di Mathieu Kassovitz (che anticipò il problema delle Banlieue francesi ben prima che esplodessero su se stesse) è uno dei principali protagonista all’interno del film. La haine nei confronti in questo caso della polizia (nell’opera cinematografica francese il discorso era più complicato, mi rendo conto che sto eccessivamente semplificando il discorso) e delle istituzioni in senso lato. Lo stesso odio provato da Mildred Hayes verso lo sceriffo Willoughby, colpevole di non aver fatto abbastanza per trovare gli assassini della figlia. Ma anche questo odio, al contrario di quanto raccontato da Koassovitz, muterà forma e faccia.

Lo sceriffo Willoughby ha ricordato per molti aspetti un altro personaggio interpretato da Woody Harrelson, vale a dire il Martin “Marty” Hart della prima stagione della serie televisiva “True Detective”. Entrambe le opere mettono in luce sia la durezza e gli errori della polizia americana (tema sempre attuale visti i casi di violenze perpetrati dagli agenti sui cittadini afroamericani e i conseguenti disordini e tumulti causati dalle reazioni inferocite della popolazione) sia il loro lato umano e la sfera affettiva ed emozionale senza mai cadere nel banale o in scene di patetico sentimentalismo. La profondità con cui Fukunaga (regista della prima acclamata stagione della serie) e McDonagh scavano nei loro personaggi, tanto duri fuori quanto buoni, fragili e insicuri all’interno, è quasi unica. Prima mostri antipatia verso di loro ma una volta compresi a fondo i loro problemi, l’iniziale antipatia si tramuta in empatia e patisci con loro le difficoltà della loro esistenza.

In “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” le parole sono, come ho detto prima, uno dei tre protagonisti del film. Le parole stampate sui cartelloni pubblicitari, le parole urlate in faccia a qualcuno e le parole scritte in una lettera, le ultime parole dette a qualcuno prima che muoia all’improvviso. Le parole che caratterizzano i bifolchi abitanti di Ebbing, i campagnoli del profondo Midwest americano. Parole sgraziate, come la protagonista Mildred, o parole sagge, come quelle dello sceriffo. Parole origliate in un bar o parole che sono in grado di cambiare le persone o come scritto in un bell’articolo sul film, in grado di smuovere le montagne.

A cura di: Filippo Fibbia


Altri articoli interessanti sul film (questi però con spoiler)


Immagine di copertina: By Source, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=53574638

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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