Ancora oggi, i divari di genere tra uomini e donne nel mercato del lavoro europeo sono evidenti. Come emerge nel rapporto dell’EIGE, l’European Institute for Gender Equality, il mercato del lavoro femminile risulta ancora fortemente penalizzante.

In media infatti, le lavoratrici dedicano più tempo rispetto agli uomini alla cura familiare, quindi al lavoro non retribuito, ovvero 22 ore settimanali rispetto alle 10 utilizzate dagli uomini. Lavorano maggiormente con contratto di tipo part time e guadagnano di meno rispetto ai colleghi maschi con un divario retributivo pari al 16%.

Se tali caratteristiche finiscono per penalizzare le carriere femminili nell’ambito accademico e della ricerca scientifica, a questi fattori bisogna affiancarne altri peculiari, specifici ad esempio del mondo universitario.

In questo ambito, lo squilibrio di genere sembrerebbe trarre origine già a partire dall’istruzione stessa. Nel rapporto EIGE si evince infatti che, a fronte di un aumento dell’istruzione terziaria femminile, pari al 40 %, gli uomini costituiscono ancora la maggioranza degli studenti nei settori definiti STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre le donne restano orientate verso carriere scolastiche (78%) e di ambito umanistico (65%). Lo squilibrio di genere finisce così per riflettersi nelle stesse carriere accademiche, dove la forbice risulta ampia anche in paesi come la Svezia.

 

Una realtà anche europea?

Sarebbe sbagliato pensare che lo squilibrio di genere sia un problema solo italiano. Anzi. I dati presenti nel Rapporto “She Figures 2015” della Commissione Europea attestano che le donne costituiscono il 20% del totale dei professori ordinari e il 22% del totale nelle posizioni di dirigenza.

I settori tradizionalmente femminili, come “Scienze Umanistiche”, presentano una quota di donne in accademia pari al 50% nella metà dei Paesi, mentre per il settore “Ingegneria e  Tecnologia” le percentuali non superano il 23% (Commissione Europea, 2015).

Seguendo l’approccio della cosiddetta segregazione formativa, autori come Cecilia Ridgeway sostengono come le discipline STEM risentano ancora degli stereotipi di genere e che le studentesse non si percepiscano all’altezza di tali compentenze; l’ambiente scolastico, come appuntato da Irene Biemmi, finisce per risultare androcentrico.

Parallelamente, la carriera accademica femminile appare penalizzata da una sorta di “scarsa capacità” femminile nel marketing e nell’autostima personale: è quel che viene chiamato “sindrome dell’impostore“, che attribuisce i successi alla fortuna più che alle capacità.

Accanto a questi aspetti, varie ricerche evidenziano una disparità di trattamento nella valutazione peer review, dove le ricerche che ottengono i maggiori finanziamenti sono condotte da uomini.

 

Tra discriminazione e tradizione accademica: tanti compiti ma pochi riconoscimenti

Il classico tema degli stereotipi di genere evidenzia che una maggior considerazione della donna avviene solo quando essa si conforma allo stereotipo dello scienziato ideale; in pratica, quando mostra una maggiore propensione al sacrificio e più disponibilità a trascorrere lunghi periodi all’estero.

In questo contesto, il modello maschile dell’ideale accademico rimane indiscusso. Ci si aspetta che le ricercatrici siano in grado di attenersi a questo stereotipo e, contemporaneamente, si occupino anche di tutoraggio e coaching in quanto tradizionalmente considerate titolari del “lavoro domestico organizzativo” come l’organizzazione della didattica, della ricerca, dei lavori di segreteria per eventuali conferenze. Com’è naturale, tutte queste attività portano a diminuire il tempo da dedicare alla ricerca.

In particolare, i compiti organizzativi di supporto e sostegno godono di minore prestigio e riconoscimento, ma senza di essi l’università non potrebbe assolvere a una parte importantissima delle sue funzioni istituzionali più ordinarie. Questo perpetra la resistenza del cosiddetto “soffitto di cristallo”, con l’esclusione dalle reti maschili e la conseguente discriminazione nell’organizzazione accademica.

A tutto questo, si aggiunga che una delle funzioni più importanti della scienza è l’attività di gate-keeping, ovvero quella  selezione praticata dai pari che determina chi è ammesso all’interno di una particolare comunità scientifica. In questo caso il genere gioca un ruolo nel processo di promozione e crea una potenziale condizione di discriminazione del settore femminile indipendentemente dalla produttività. Uno studio effettuato nei Paesi Bassi ha messo in evidenza l’importanza delle reti durante i processi di reclutamento per via dell’esistenza di pratiche chiamate mobilizing masculinities, in cui gli uomini in posizioni apicali tendono a favorire candidati del loro stesso genere. Questo lo si vede soprattutto nel sostegno agli accademici più giovani, che si traduce, sovente, in un’agevolazione che privilegia altri uomini secondo una prospettiva definita di omofilia, cioè di somiglianza, percepita tra i membri di una rete.

L’Unione Europea ha certamente portato innovazioni positive. Fin dalla nascita della Comunità economica europea (CEE), le tematiche legate al riconoscimento e alla tutela dei diritti di uguaglianza tra donne e uomini avevano costituito un argomento di riflessione da parte delle istituzioni comunitarie, come ribadito nell’articolo 119 del Trattato di Roma.  Attualmente vi sono numerosi programmi quadro volti a sostenere la ricerca scientifica, come Horizon 2020 nato con la finalità di supportare la ricerca, l’innovazione, lo sviluppo tecnologico e la parità di genere nelle organizzazioni accademiche. Oltre ai programmi sovranazionali rimane però auspicabile un impegno concreto delle singole accademie e organizzazioni scientifiche nel valorizzare e supportare le carriere femminili al proprio interno.


A cura di Erika Alampi

Per approfondimenti sul tema si rimanda a: Acker (1992), Bagilhole e Goode (2001); Benshop e Brouns (2003); Knights and Richards (2003); Fletcher et al. (2007); Johnson (2007); Van den Brink e Benshop (2012).

Immagine di copertina: Licenza Creative Commons CC0

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