Circa 50 anni dopo la pubblicazione del primo singolo della band anglosassone (Arnold Layne) e dopo oltre 200 milioni di dischi venduti, la mostra celebrativa dei Pink Floyd propone una retrospettiva immersiva e multisensoriale dell’incredibile carriera di una delle band più iconiche ed influenti della storia del rock. Inaugurata il 19 Gennaio, chiuderà i battenti il 20 Maggio, per trasferirsi in Germania, anticipando così i tempi di chiusura inizialmente previsti per il primo di Luglio. Ancora poco tempo, quindi, per rivivere l’intensa carriera della band anglosassone attraverso un’esperienza coinvolgente a 360 gradi.

Ripercorriamo insieme i punti salienti della mostra, attraverso gli album più significativi che sono ospitati al suo interno.

Arriva direttamente dal Victoria and Albert Museum di Londra, l’itinerante mostra celebrativa dei Pink Floyd, dove nel periodo fra Maggio ed Ottobre 2017, 400.000 mila persone circa vi hanno fatto visita. C’è di tutto all’interno del Museo di Arte Contemporanea di Roma per (ri)vivere al massimo 53 anni di carriera musicale di una della band più famose di sempre: 350 sono infatti gli oggetti esposti, rappresentativi della storia del gruppo dagli esordi fino a quella reunion per il Live 8 di Hyde Park, tenutosi nel 2005.

L’organizzazione è pregevole, e il percorso artistico della band ordinato cronologicamente permette (grazie anche al sistema audio Sennheiser) di perdersi dentro lo splendido vortice della spirale creativa floydiana.

(Fotografia dell’ingresso della mostra The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains) 

Si comincia dalle origini, e quindi dal personaggio che, a detta di tutti i componenti della (ex) band, ha contribuito in maniera essenziale alla creazione degli stessi Pink Floyd: Syd Barret, determinante nell’avviare il gruppo verso quella psichedelia che fin da subito caratterizzò la loro produzione musicale. Fondatore della band insieme agli altri tre componenti storici (Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright), con loro suonerà solo nel primo album (The Piper at the Gates of Dawn) e in un pezzo del secondo (Saucerful of Secrets),  prima di essere allontanato e sostituito da David Gilmour (nel 1968), a causa di un consumo eccessivo di droghe che lo resero presto estraniato e assente dalla realtà. Capiterà, secondo quanto riferito dagli altri membri del gruppo, che nel bel mezzo di un concerto cominci a guardare nel vuoto o a scordare di proposito le corde della propria chitarra, fino ad arrivare al punto di non presentarsi neanche per un’esibizione.

Il gruppo deve proprio al “diamante pazzo” anche il nome stesso della band: sembra infatti che il nome Pink Floyd sia un tributo a due cantanti e chitarristi statunitensi di genere blues, Pink Anderson e Floyd Council, particolarmente graditi a Syd Barret, che unì i rispettivi nomi per creare quello della band.

(Fotografia di Syd Barret alla mostra Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains) 

Roma non è poi cosa nuova per la band anglosassone: infatti, la mostra regala la possibilità di rivivere (nello spazio dedicato alle performance italiane), l’esibizione storica della band inglese al Piper (1968) e l’esperienza di registrazione negli studi romani della colonna sonora di Zabriskie Point (1969), accanto al formidabile Live at Pompeii (1971) e al concerto, tenuto a Venezia su un palco galleggiante nel bacino di San Marco, che vide la presenza di oltre 200.000 persone e che registrò un’audience di 100 milioni di telespettatori, grazie alla trasmissione del concerto in diretta in mondovisione (1989).

(Fotografia di uno spazio della mostra dedicato ad alcune performance italiane dei Pink Floyd) 

 Nel dispiegarsi cronologico della mostra, è il turno adesso di Atom Heart Mother (1970), il disco che apre la “seconda fase” dei Pink Floyd, quella senza Syd Barret. Il disco, che diventò celebre grazie anche alla copertina, ispirata alla carta da parati con le mucche di Andy Warhol, si inserisce nel genere dei lavori rock-sperimentali, che caratterizzarono in maniera preponderante i primi anni ’70.

Pubblicato dalla EMI, fu il primo album a essere prodotto da una delle maggiori etichette discografiche di allora a non recare il nome della band sul cd.

La suite di Atom Heart Mother è divisa in sei parti, ed occupa tutto il lato A dell’album; il lato B, ospita ancora un’altra suiteAlan’s Psychedelic Breakfast, divisa in tre parti, anticipata da tre canzoni (ognuna cantata dal rispettivo autore del brano), senza però avere apparentemente connessioni né con il pezzo di apertura, né con quello di chiusura.

Nel 1994 diventò disco d’oro.

 

(Il primo corridoio della mostra dei Pink Floyd; davanti all’obiettivo, la storia dell’album Atom Heart Mother)  

(Fotografia della mucca di Atom Heart Mother alla mostra Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains) 

Tre anni dopo, ci ricorda la mostra, è la volta della definitiva consacrazione dei Pink Floyd su scala mondiale: il 24 Marzo del 1973 esce infatti The Dark Side of The Moon, album che ha venduto 45 milioni di copie in tutto il mondo, diventando il terzo album più venduto di sempre e che è rimasto per ben 741 settimane (circa 14 anni), nella classifica Billboard 2000 dell’omonima rivista musicale statunitense, dove è uscito negli anni ’80. Il disco, che si presenta nella veste di un concept album, vede la collaborazione per la parte musicale di tutti e 4 i componenti del gruppo, mentre i testi sono firmati dal solo Roger Waters. E’ il primo album completamente caratterizzato da una produzione testuale dal profondo contenuto filosofico e di riflessione generale sulla condizione umana (aspetto che caratterizzerà, a vario titolo, tutti i lavori della band d’ora in poi):  se Speak to Me e Breathe raccontano i temi della nascita e dell’infanzia, Time (all’interno di cui è inglobata Breathe (Reprise), narra il tema dell’invecchiamento, con la giovinezza che passa e fugge via prima che ciascuno di noi possa rendersene conto; se Money sbeffeggia il sistema consumistico occidentale, Us and Them è una dolorosa riflessione sul conflitto e sull’etnocentrismo.

 

(Fotografia di un’istallazione dell’album The Dark Side of The Moon alla mostra Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains) 

L’immersione nel concept album è totale, grazie anche alla possibilità di ammirare tutti quegli strumenti che servirono al gruppo per incidere l’album, come le monete che, lasciate cadere in una scodella di ceramica, diedero il loro contributo all’incisione di Money.

Il cambio di corridoio ci porta in un’altra sala. Siamo adesso nel 1975, anno di un altro capolavoro della band: il 15 Settembre viene infatti pubblicato Wish You Were Here, che ha come tema centrale quello dell’assenza, affiancato da una critica esplicita al mondo dell’industria musicale, tacciato di mancanza di umanità. Ma l’assenza principale alla quale viene fatto riferimento è quella di Syd Barret, che è fonte di ispirazione per l’altra canzone più famosa contenuta all’interno dell’album (insieme alla canzone dal quale prende il titolo), Shine on You Crazy Diamond. L’incisione di quest’ultima canzone, è infatti legata alla comparsa di Barret negli studi di Abbey Road durante la registrazione del disco: d’aspetto molto ingrassato, i componenti della band impiegarono alcuni minuti per riconoscerlo, fatto che ispirò loro stessi a scrivere il testo della canzone. Suddiviso in due pezzi, uno in apertura, l’altro in chiusura dell’album, la traccia termina con un magistrale intervento di Richard Wright al sintetizzatore, il quale lascia spazio, sul finale, al tema di See Emily Play, brano scritto a suo tempo da Barret.

 

(Fotografia della celebre immagine della prima copertina dell’album Wish you Were Here: la foto fu scattata presso gli studi della Worner Bros. A Los Angeles)  

Continuando il fluire naturale della mostra, arriviamo nel 1977, anno di uscita dell’album Animals (il decimo album registrato in studio dalla band), dove viene sancito il predominio, anche a livello di produzione musicale, di Roger Waters: se fino ad ora infatti, la sua influenza era stata preponderante solo nei testi, adesso deve essere attribuita al bassista tutta l’idea artistica legata alla composizione dell’album. Quest’ultimo, è caratterizzato da alcune tematiche, come la crudeltà dell’industria discografica (tema ripreso dall’album precedente), l’individualismo e l’alienazione dell’uomo rispetto alla società moderna, ed è anche il primo lavoro in cui i Pink Floyd si schierano politicamente (almeno tramite le loro canzoni), contro alcune personalità politiche del tempo, come Margaret Thatcher e Mary Whitehouse.

Il disco è dominato dal suono della chitarra, grazie anche all’influenza sempre maggiore di quel movimento punk che proprio in quegli anni si stava affermando sulla scena musicale mondiale. L’idea centrale attraverso la quale si sviluppa l’album, è quella che gli uomini possano essere suddivisi in tre categorie di animali, nello specifico in maiali, pecore e cani, richiamando George Orwell e la sua opera La Fattoria degli Animali.

 

(Uno scatto che immortala “Pig”, il maiale volante usato dai Pink Floyd come immagine di copertina dell’album Animals, qui ripreso durante gli scatti per il tour che seguì l’uscita del cd) 

Arriva adesso il momento di godersi il massimo dell’espressione artistica di Roger Waters, quel capolavoro che lo porterà a risiedere nell’olimpo della musica: davanti al muro che celebra l’album appena descritto, trova posto l’opera in cui emerge tutto il suo genio, ossia The Wall (1979), con un allestimento da capogiro che riproduce i personaggi che, a vario titolo, sono evocati nell’opera.

(L’allestimento in grande stile dedicato ai “gonfiabili” che furono usati durante gli spettacoli, dopo la pubblicazione dell’album The Wall

The Wall (concepito fin dalla sua origine come concept album, film e spettacolo dal vivo) nasce, secondo quanto riferito dallo stesso autore tramite i video informativi, dall’alienazione che lui stesso cominciò a sentire di avere verso il proprio pubblico, percepito come corpo estraneo rispetto alle sue passate esibizioni, tanto da arrivare (affermerà lo stesso Waters), a sputare in faccia ad uno spettatore durante lo svolgersi di un concerto. È l’inizio di una riflessione che porterà l’artista a sviluppare, muovendo da vicende personali, riflessioni sull’alienazione dell’uomo rispetto alla società moderna, fino ad arrivare ad abbracciare concetti quali la posizione dell’uomo all’interno di società totalitarie e totalizzanti, presentati nell’album attraverso la figura di una rockstar chiamata Pink, che richiama chiaramente la figura di Waters. Durante gli spettacoli in cui veniva portato in scena The Wall, un muro veniva costruito fra la band e il pubblico: il concerto terminava con l’abbattimento di quest’ultimo, a simboleggiare come il cantante, ormai giunto alla follia, guarisca da quest’ultima solo attraverso un processo mentale interno che lo condanna, portandolo all’abbattimento del muro.

Durante le fasi di registrazione del disco, Waters decise di allontanare dal gruppo il tastierista Wright, anche se le cause della sua decisione non sono ancora chiaramente definite.

Prima dell’uscita di Waters dal gruppo, avvenuta nel 1985, c’è tempo per un ultimo lavoro: The Final Cut (1983), riprende e approfondisce alcuni temi già precedentemente trattati, sviluppandone alcuni più attuali, come quello della possibilità di una guerra nucleare. Ancora una volta, è la mano di Waters a imporsi in tutto lo sviluppo del cd.

Con l’uscita di Waters dal gruppo, entriamo adesso nella penultima fase della mostra, e lo facciamo nel 1987, quando i due membri rimasti pubblicano Momentary Lapse of Reason, che è il disco che più di tutti ha risentito dell’influenza di Gilmour: tutti i brani portano infatti la sua firma. Per il tour successivo all’uscita del disco, venne reintegrato nella band il tastierista Richard Wright.

Quest’ultimo, parteciperà alla registrazione dell’album The Division Bell (1994), disco che venderà oltre 12 milioni di copie. The Division Bell è un concept album che riprende il tema dell’incomunicabilità fra gli uomini già affrontato nell’opera The Wall, problema che aveva riguardato recentemente i tre componenti della band, che avevano avuto a che fare con divorzi e cause legali. All’album farà seguito un tour mondiale di grande successo.

(Riproduzione della copertina dell’album The Division Bell) 

Con l’avvento degli anni 2000, è il turno della pubblicazione di Echoes: The Best of Pink Floyd, un doppio cd contenente 26 tracce che ha raggiunto i tre dischi di platino.

Prima di immergersi nell’ultima stanza, ecco uno dei momenti più toccanti di tutta la mostra: i video mostrano le testimonianze di Gilmour e Mason sul loro (ex) compagno di band, Richard Wright, morto il 15 Settembre 2008 all’età di 65 anni, a cui entrambi hanno dedicato l’ultimo cd dei Pink Floyd,The Endless Riveruscito nel 2014, in cui appare postumo come musicista e autore.

(Fotografia di Richard Wright in esposizione alla mostra Pink Floyd – Their Mortal Remains) 

La mostra termina in una sala, dove grazie ad un impianto di grande caratura, è possibile rivivere l’ultima reunion  della band, tenutasi a Londra in occasione del Live 8 nel 2005, durante cioè una tappa di un tour che ha toccato altre città nel mondo (11 concerti gratuiti in totale, 10 svoltisi in simultanea il 2 Luglio, mentre l’undicesimo si è tenuto il 6 Luglio, data, quest’ultima, scelta sia perché cadeva immediatamente prima del G8 che quell’anno si svolse in Scozia, sia perché veniva a coincidere con il ventesimo anniversario del Live Aid), e che fu organizzato dall’amico della band Bob Geldof (protagonista anche del film The Wall, dove interpreta la rockstar alter ego di Waters, Pink), per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla povertà e sui problemi dell’Africa. La band, che non si presentava al completo su un palco dal 1981, eseguì Speak to Me/Breathe, Breathe (Reprise),Money, Wish You Were Here e Comfortably Numb.

(Una foto del gruppo riunito in occasione del Live 8 di Londra) 

Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains è senza dubbio un gioiello tecnologico perfettamente in linea con la storia dei Pink Floyd, che rappresentano storicamente il simbolo del connubio tra musica e tecnologia all’avanguardia.

Una mostra assolutamente da visitare, per chi, a distanza di anni, si nutre ancora delle leggendarie opere composte dalla band inglese.

A cura di Sacha Tellini


The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains 

Roma, Macro, Museo d’arte contemporanea  

Esposizione curata da Aubrey ’Po’ Powell e Paula Webb Stainton  

Con la consulenza di Nick Mason 

Dal 19 Gennaio al 20 Maggio 2018 


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Immagine di copertina: bau Credit by: http://www.rockon.it Licenza: CC BY2.0

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Sacha Tellini

Sacha Tellini

Nato il 12 Febbario 1991 a Bagno a Ripoli (FI), ho alle spalle una formazione nel mondo della comunicazione: prima ho conseguito la laurea in Comunicazione, Media e Giornalismo presso la facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, poi ho concluso un Master in Pubblicità Istituzionale, Comunicazione Multimediale e Creazione di Eventi, presso la facoltà di Lettere e Filosofia, sempre a Firenze. Amante della semplicità e animato da un forte spirito di condivisione, mi piace andare alla ricerca di novità che portino curiosità all'interno della mia vita.
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Nato il 12 Febbario 1991 a Bagno a Ripoli (FI), ho alle spalle una formazione nel mondo della comunicazione: prima ho conseguito la laurea in Comunicazione, Media e Giornalismo presso la facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, poi ho concluso un Master in Pubblicità Istituzionale, Comunicazione Multimediale e Creazione di Eventi, presso la facoltà di Lettere e Filosofia, sempre a Firenze. Amante della semplicità e animato da un forte spirito di condivisione, mi piace andare alla ricerca di novità che portino curiosità all'interno della mia vita.
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