Quando “Sulla mia pelle” è stato annunciato come film di apertura della 75° edizione del festival del cinema di Venezia Orizzonti mi sono chiesto quale regista avesse avuto il coraggio di raccontare la storia di Stefano.

E’ Alessio Cremonini che ci parla dell’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, raccontandolo per quello che era davvero: non un angelo, non un diavolo ma una persona vittima di un’ingiustizia. Non si tratta di un film partigiano, né di propaganda, non è un film di sinistra nè di destra, non vuole danneggiare le forze dell’ordine, l’arma dei carabinieri o la magistratura; quello di Cremonini è un racconto delicato e onesto, che mette in luce le tragiche debolezze di un sistema che sono costate la vita a un ragazzo di nome Stefano.

Alessandro Borghi riesce ad entrare a fondo nei panni di Stefano, raccontandone il dolore, con una magistrale modulazione della voce e della gestualità del corpo. La fotografia cupa e desaturata, unita alla maggior parte delle scene girate all’interno (celle, casa, auto) e alle musiche dei sempre più convincenti Mokadelic, aumentano il senso di claustrofobia e fanno sentire soli e impotenti anche gli spettatori.

La scena madre che tutti ci aspettavamo, il pestaggio dei tre carabinieri ai danni di Cucchi, non viene mai mostrata da Cremonini. Scelta saggia. Mostrarla avrebbe fatto perdere al film il suo scopo: narrare in modo freddo e crudo l’ultima settimana di vita di un essere umano. La scena più emblematica sembra invece essere quella del processo a Stefano, nel quale mai uno sguardo viene, volutamente o meno, rivolto dal Giudice o degli altri operatori di giustizia al volto palesemente tumefatto del protagonista.

Ma Stefano non accetta a sua volta alcuna ancora di salvezza offertagli da infermieri e secondini; nel raccontare le sue ultime ore, prova dolore e rabbia verso se stesso e verso quei pochi che l’hanno ridotto in quelle condizioni. Stefano ha vergogna di sé, non accetta il dolore arrecato alla sua famiglia, sa di essere un cattivo ragazzo, ma sa anche di non meritare ciò che gli hanno fatto.

Il sistema, la burocrazia, la mancanza di comunicazione, sono aspetti ben raccontati dal film. C’è un’impotenza nelle azioni dei familiari, dirottati verso un figlio che non possono raggiungere da soli, uno Stato che li ha abbandonati e che nel mostro burocratico ha trovato una scusa per non entrare in gioco. Lo spettatore arriva stanco e provato alla seconda parte del film.

Siamo anche noi arrabbiati, sporchi, legati più di prima alle vittime di questa storia.

La sequenza finale scatena il nostro senso di profondo disgusto mentre una parte della famiglia Cucchi si abbraccia e piange, Ilaria la sorella di Stefano, poggia una mano sul vetro che la separa dalla salma del fratello, distrutta, piena di rabbia ma anche consapevole di una certezza: nessuno merita di morire in quel modo.

Ad entrare in contatto con Stefano, dal momento del suo arresto fino al giorno della sua morte, sono state 140 persone, tra cui carabinieri, avvocati, medici e assistenti sanitari. Numero incredibilmente alto che sottolinea un concorso di colpa in questa storia: la voglia di lavarsene le mani.

Stefano Cucchi è morto anche per questo, per il silenzio in cui ognuno di noi si rintana quando non si sente coinvolto: il film e la storia di Stefano ce l’hanno insegnato e lo lasciano qui, sulla nostra pelle.


Di Sebastiano Belfiore

Immagine Copertina: Licenza CC0

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Sebastiano Belfiore

Studente di Scienze Internazionali presso l'Università di Torino. Un giorno capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, io oscillo un pò qui un pò la... Questione di prospettiva.
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Sebastiano Belfiore

Studente di Scienze Internazionali presso l'Università di Torino. Un giorno capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all'ispirazione, io oscillo un pò qui un pò la... Questione di prospettiva.
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