A Budapest si congela. Le temperature vanno sottozero anche con il sereno. C’è la neve e fa buio prima delle 16. Ma davanti al Parlamento c’è una folla furiosa che grida “Viktator” e qualcosa in ungherese che non capisco. Il mio amico ungherese mi spiega che è una manifestazione che va avanti ormai da qualche giorno.

Le bandiere di Jobbik, l’estrema destra, e degli europeisti di Momentum sventolano nell’aria gelata una di fianco all’altra. Mi faccio tradurre le motivazioni della manifestazione.

Qualche giorno fa il governo di Fidesz ha fatto passare la cosiddetta “Slavery law“: permette ai datori di lavoro di assegnare fino a 400h/anno di straordinario e pagare dopo tre anni. Se l’azienda andasse in bancarotta o si venisse licenziati prima dei tre anni, i lavoratori non vedrebbero un fiorino di quei soldi.

A fianco a questa, Fidesz ha approvato in sordina un’altra legge, forse più pericolosa ancora: il Parlamento controllato dal governo ha istituito una nuova corte giudiziaria di nomina governativa, competente in materia di compensi governativi, corruzione, proteste e manifestazioni e questioni relative al comportamento delle forze dell’ordine. Insomma, se vuoi manifestare contro Fidesz devi chiedere a Fidesz.

Ordine pubblico

Rimango sconcertata dalla spiegazione. Non faccio in tempo a rendermi conto di essere d’accordo con la protesta, che dalle scale dell’ingresso principale del Parlamento escono tre o quattro file di poliziotti in tenuta antisommossa, infilano le maschere antigas e cominciano ad investire la folla (arrabbiata, ma pacifica) con una nube bianca, svuotandoci in faccia, altezza occhi, intere bombole di gas lacrimogeno.

Io e il mio amico ci allontaniamo immediatamente, gli occhi che bruciano. Ho le lenti a contatto in fiamme. Qualcuno mi dà dell’acqua con una bottiglietta. Facciamo appena in tempo ad uscire dalla folla che parte una seconda nube. E una terza, quarta, quinta. Ci svuotano addosso un numero imprecisato di bombolette ciascuno. Ho contato una decina di raffiche.

Poi partono le manganellate. Così, senza un motivo reale. Non arrestano neanche, ti sbattono a terra e ti lasciano lì. Al massimo ti ricoprono di una bella spruzzata di gas lacrimogeno direttamente in faccia.

I leader delle opposizioni decidono di allontanarsi per salvaguardare i manifestanti che hanno cominciato a reagire debolmente. Sono le 20:30, la temperatura è di -5°, -8° quella percepita mentre attraversiamo il Margit bridge, verso una camminata di un’ora circa, in direzione della sede della tv nazionale.

Come da tradizione

La Rai ungherese è controllata dal governo. Mentre in piazza ci sono gli scontri, loro mandano lezioni di cucina e previsioni del tempo. La folla urla “Siete solo propaganda” e chiede di poter trasmettere le ragioni della protesta (tradizione ungherese, mi dicono). Arriviamo lì, scaldati solo dalla rabbia. I leader delle opposizioni chiedono di entrare nell’edificio pubblico, in quanto rappresentanti del popolo eletti in Parlamento. In Ungheria non si può arrestare un politico, così la Celere è costretta a lasciarli passare.

Siamo tutti collegati in diretta streaming tramite Facebook. All’interno, una guardia di sicurezza prima tenta di fermarli, poi chiama il capo, che li invita a firmare un foglio dove essi acconsentono al proprio arresto nel caso in cui continuassero a chiedere di entrare nell’edificio. Si rifiutano e tentano comunque di far valere i loro privilegi come rappresentanti eletti. La sicurezza alla fine tenta di sbatterli fuori con la violenza, prendendoli di peso.

Mentre tutto questo viene trasmesso in diretta streaming, fuori la polizia decide che siamo troppo calmi, troppo interessati a seguire ciò che succede dentro. Senza preavviso partono nuvole bianche che investono le prime tre file del corteo. Sono maggiormente giornalisti, gente che sta lavorando. La polizia ha accerchiato il corteo da quando ha lasciato il Parlamento, perciò le prime file si ritrovano impossibilitate a muoversi lateralmente per sfuggire ai lacrimogeni. Possono solo indietreggiare, ma dietro di loro c’è il corteo, circa 5000 persone. Si beccano circa quattro o cinque raffiche di lacrimogeni prima di riuscire ad uscire da lì. La folla dietro di loro si apre per lasciarli passare, mentre qualcuno si è accorto che la diretta streaming era improvvisamente diventata solo una nube bianca e grida di sorpresa.

International hypocrisy

Io e il mio amico decidiamo di andarcene. Ci allontaniamo dal corteo e veniamo fermati dalla polizia in antisommossa. Parlo io in inglese e ci lasciano passare. Dietro di noi, una coppia ungherese non ha la nostra stessa fortuna. Vengono fermati, perquisiti e non gli viene concesso di lasciare la piazza. Non ancora almeno.

Il mio amico mi spiega che è perché ho parlato in inglese. Non vogliono coinvolgere gli stranieri, non vogliono guai.

Il giorno dopo apro Facebook sperando di trovare notizie in inglese o in qualche quotidiano internazionale. In Italia parlano dell’ennesima sparata di Di Maio e Salvini. In Francia dei gilet gialli. Silenzio in Germania. Guardiamo la Polonia, tanto per… “Current protest in Budapest are fuelled by organisation associated with Soros as a part of an attempt to remove the conservative government from power”.

Soros. Tanto è sempre colpa di Soros.


A cura di Letizia Biscarini

[Le dirette streaming sono visibili sulla pagina Facebook in ungherese Index.hu. Tutti i video e dirette live sono online su YouTube cercando “Tüntetés”]

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Letizia Biscarini

LM in Relazioni Internazionali all'Università di Firenze. Sono un'attivista, una viaggiatrice, amo la fotografia e la politica, imparare una lingua nuova e vedere qualcosa che non ho mai visto. Sogno un futuro migliore e una realtà più equa. Non mi intendo di sport, ma faccio finta, il mio caffè deve essere ristretto, bollente e rigorosamente nero senza zucchero, la panna nella carbonara è un crimine contro l'umanità e citare film e fumetti dovrebbe essere riconosciuto sport olimpico.
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Letizia Biscarini

LM in Relazioni Internazionali all'Università di Firenze. Sono un'attivista, una viaggiatrice, amo la fotografia e la politica, imparare una lingua nuova e vedere qualcosa che non ho mai visto. Sogno un futuro migliore e una realtà più equa. Non mi intendo di sport, ma faccio finta, il mio caffè deve essere ristretto, bollente e rigorosamente nero senza zucchero, la panna nella carbonara è un crimine contro l'umanità e citare film e fumetti dovrebbe essere riconosciuto sport olimpico.
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