Che cos’è l’Unione Europea? Sono tre le parole chiave che la definiscono: pace, stati, liberalismo. Si tratta infatti di un progetto liberale finalizzato a preservare la pace tra gli stati. Ma la pace tra gli stati, così com’è stata perseguita, ha generato paradossalmente una guerra sociale.

Questo, infatti, è ciò che accade in un grosso mercato libero deregolato in cui sono presenti stati che non sono più veri stati, all’interno di un’unione che, al contrario, uno stato non lo diventerà verosimilmente mai. Il motivo è dato dalla mancanza di tutti gli elementi e i presupposti necessari; un territorio delimitato (quello dell’UE è per sua natura indefinito e aperto), un popolo e con esso una cultura e lingua comune di base (in Europa sono innegabilmente plurimi), una sovranità (di fatto inesistente: l’Unione si fonda essenzialmente su regole ferree e forzose che cercano di mettere insieme realtà diverse e che dunque risultano – almeno per alcuni – svantaggiose e restrittive). La speranza e l’illusione è stata che a formare quel “popolo europeo” potesse essere la comune volontà di pace e il ripudio della guerra. Purtroppo, non è sufficiente. Possiamo rammaricarcene, ma dobbiamo prenderne atto.

Qual è, dunque, l’unica certezza residua? Che l’UE si configuri oggi come progetto liberale o, più precisamente, neo-liberale. Ora, il liberalismo è una categoria politica che, in tempi diversi, ha inghiottito le altre due storiche categorie; la destra e la sinistra. Prima la destra, poiché storicamente si è collocato in questa parte politica; poi la sinistra, che ha eretto a suo vessillo la strenua difesa di questa costruzione UE come alternativa al nazionalismo (storicamente anche questo di destra), senza capire – miopemente – che essa stava producendo una guerra sociale che schiacciava le classi lavoratrici e i più deboli, tradendo così il concetto stesso di sinistra.

Cos’è accaduto negli ultimi anni? A destra, quella parte per lungo tempo minoritaria che non è mai stata politicamente, economicamente e socialmente liberale, è diventata maggioritaria. A difesa dello stato e della nazione, certo, da sempre concetti cari alla “destra identitaria”, ma in difesa anche dei diritti sociali dei lavoratori e dei più deboli; un tema che, dopotutto, è sempre stato centrale anche per la cosiddetta “destra sociale”. Quella che oggi è al potere in molte parti d’Europa (anche in Italia, rappresentata dalla Lega) è infatti una “destra identitaria e sociale”. Il pericolo che si lega ad essa è che questa possa degenerare nella sua natura più estrema della quale si è avuta ampia dimostrazione in passato; purtroppo, niente è impossibile né irripetibile.

La sinistra invece no, non è cambiata. È rimasta ancorata alla difesa strenua di un modello socio-economico neo-liberale, incentrando tutti i suoi sforzi su una battaglia (talvolta persino retorica) sui diritti civili, dimenticando quelli sociali, o comunque dandoli per acquisiti e inscalfibili; come si è visto dal 2011 ad oggi, purtroppo non è così.

Ad oggi il panorama politico italiano ed europeo si presenta dunque così diviso: a sinistra, è paradossalmente egemonica la corrente liberale e resta minoritaria quella sociale, mentre la destra è ormai solo a trazione identitario-sociale, con ben pochi liberali superstiti.

Dobbiamo dunque chiederci: qual è quello schema, il framework, che genera tutto questo? La risposta è senza dubbio l’Unione europea. Ma non in quanto tale, bensì nella sua veste, natura e configurazione attuali (e decennali). Vi sono, a questo punto, due sole possibilità che la sinistra rinasca e torni ad essere una “sinistra sociale”. Entrambe queste possibilità richiedono un cambiamento radicale dell’assetto dell’UE che, come sostenuto in precedenza , non potrà essere quello della realizzazione di un “superstato federale”.

La prima è che, presa coscienza della loro urgente necessità nella politica europea, le varie anime della sinistra sociale “anti”-liberiste sparse nei paesi europei sotto forma di partiti e movimenti oggi minoritari, si uniscano, creino fronte comune e, con un programma coerente e non utopistico di riforma e profonda revisione dell’assetto UE, si presentino alle prossime elezioni europee della primavera del 2019; vincendole e andando al governo dell’UE.

La seconda possibilità è che, al contrario, a vincere le elezioni europee sia il fronte cosiddetto sovranista composto dalle forze della destra identitario-sociale. Ciò cambierebbe senza dubbio lo schema generale dell’Unione, che contrariamente al pensiero di molti non verrebbe distrutta (a nessuno gioverebbe pienamente) ma probabilmente riportata lentamente ad un assetto pre-Maastricht.

Lo scontro politico, europeo e nazionale, non sarebbe più lo stesso. Appurato che “un’altra Europa” è possibile, la sinistra smetterebbe di identificarsi in prima istanza come difensore di un modello che non esisterebbe a quel punto più e che l’ha portata in questi decenni ad abdicare alla sua natura. La sinistra non sarebbe più neo-liberale, perché il neo-liber(al)ismo avrebbe fallito, così come la destra avrebbe ben inferiori spinte identitarie, poiché le singole identità nazionali non si percepirebbero più minacciate da un progetto “imperialista” che sino ad oggi ha dimostrato di voler demolire senza saper costruire.

Le “nuove” destra e sinistra europee avrebbero così come punto in comune il supportare il concetto di uno stato che governi il mercato e che non sia più governato da questo, potendo scontrarsi su quale tipo di politiche debbano perseguire gli stati e l’Unione; banalmente, se politiche di destra o politiche di sinistra.

Tutto dipende quindi dal framework; se questo cesserà di presentarsi come un progetto neo-liberale che minaccia i diritti sociali e le identità nazionali, la sinistra potrà tornare sociale e la destra essere meno strenuamente identitaria.


A cura di Samuele Nannoni

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Samuele Nannoni

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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