Esattamente un anno fa, con il referendum del 4 dicembre 2016, gli italiani bocciavano la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Una riforma che, tra i suoi punti cardine, prevedeva un riassetto totale del Senato, un cambio radicale della sua composizione e l’abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); il tutto con il primario intento dichiarato di voler velocizzare e rendere più dinamico l’iter legislativo.

Ebbene, a distanza di 12 mesi, nel pomeriggio di mercoledì 20 dicembre 2017, il Senato ha approvato a larghissima maggioranza la riforma di ben 66 articoli sui 167 del suo regolamento interno, che protende a raggiungere in parte gli obiettivi che si era prefissata la riforma Renzi-Boschi, senza tuttavia snaturare l’architettura della Camera Alta. Vediamo quali sono i punti centrali di questa “mini-rivoluzione” interna al Senato.

La norma anti-trasformismo

“Oggi qui, domani là” cantava Patty Pravo nel 1967. Da oggi, i nostri senatori non potranno più dire lo stesso. Innanzitutto, in Senato potranno formarsi soltanto gruppi (ciascuno di minimo 10 senatori, 5 per le minoranze linguistiche) che rappresentino un partito, movimento o coalizione che si sia presentato alle ultime elezioni politiche e che sia riuscito ovviamente ad eleggere dei senatori. Dunque, niente più formazioni che spuntano come margherite in corso di legislatura; a meno che non si voglia accorpare due o più gruppi già esistenti. L’unica alternativa a questo impianto sarà rappresentata dal Gruppo Misto. Chi vorrà abbandonare il proprio gruppo di origine non potrà che convogliare qui dentro, con l’aggiunta di una piccola conseguenza: la decadenza automatica da qualsiasi incarico all’interno dell’Ufficio di Presidenza e da quello di vicepresidente o segretario d’Aula. L’unico neo di questa riforma è il non aver provveduto a stabilire un numero minimo di senatori per la composizione di correnti politiche all’interno del Gruppo Misto, così come avviene alla Camera, dove tale soglia è fissata a 12 deputati. Nel corso della prossima legislatura, pertanto, il Gruppo Misto del Senato potrebbe essere caratterizzato da un proliferare di micro componenti, alcune rappresentate – come avviene già oggi – da un unico senatore.

Più potere alle commissioni permanenti

Con lo stesso intento della riforma costituzionale di Renzi, ovvero velocizzare l’iter legislativo, il nuovo regolamento del Senato, all’articolo 34, prevede che i disegni di legge vengano assegnati di norma in sede deliberante o redigente e non più referente. Questo significa che, per la maggior parte dei progetti di legge, o sarà la commissione ad approvare il provvedimento senza che questo passi dall’Aula (sede deliberante) oppure sarà la commissione a votare sui singoli articoli del testo, mentre l’Aula si esprimerà solo sul voto finale (sede redigente). Rimarrà comunque come altra ipotesi percorribile quella di sottoporre al voto dell’Aula, dopo l’esame in commissione, sia i singoli articoli che il testo nella sua totalità (sede referente), nonché unica ipotesi percorribile per i progetti di legge in materia costituzionale ed elettorale, per le leggi delega, le conversioni dei decreti legge del governo, le ratifiche dei trattati internazionali e l’approvazione dei bilanci.

Superando notevolmente la riforma costituzionale di Renzi, il nuovo regolamento del Senato conferisce inoltre dignità all’istituto della legge d’iniziativa popolare. Se la riforma Renzi-Boschi prevedeva che il numero di firme necessarie per la presentazione di un progetto di legge d’iniziativa popolare salisse da 50.000 a 150.000 e che fosse una legge ordinaria a definire un termine massimo entro cui il Parlamento avrebbe dovuto discutere obbligatoriamente il progetto di legge proposto, questo termine il Senato lo ha inserito nel proprio regolamento: l’esame in commissione di un progetto di legge d’iniziativa popolare dovrà concludersi entro 3 mesi dall’assegnazione. Decorso tale termine, il testo verrà iscritto d’ufficio nel calendario dei lavori dell’Aula.

Il risvolto della medaglia nel conferire maggiori poteri alle commissioni permanenti potrebbe essere rivestito dalla poca trasparenza per cui esse si caratterizzano. A differenza di tutto ciò che accade in Aula, che viene ormai da anni ben documentato anche sul sito internet del Senato, di quanto avviene nelle commissioni permanenti trapela spesso assai poco. Ad esempio, non sono la norma nelle commissioni né le votazioni elettroniche né il resoconto integrale delle votazioni finali. Per tale motivo, il nuovo regolamento ha abrogato la vecchia norma per cui “le sedute delle commissioni in sede referente e consultiva (quando cioè la commissione esprime semplicemente un parere) non sono pubbliche”. Da ora in avanti, i lavori delle commissioni potranno essere trasmessi in streaming sul sito del Senato nonché attraverso impianti audiovisivi a disposizione del pubblico e della stampa a Palazzo Madama.

Il nuovo volto del voto di astensione

Uniformandosi a quello della Camera, il nuovo regolamento del Senato prevede che i voti di astensione vengano considerati ai soli fini di verifica del numero legale per le votazioni, senza più essere assimilati a voti contrari.

I provvedimenti anti-ostruzionismo

Il nuovo regolamento prevede un taglio netto ai tempi di intervento in aula: 10 minuti e non più 20 per ciascun senatore, che il Presidente del Senato potrà ampliare a 30 ad un solo oratore per gruppo. Parimenti, 5 minuti e non più 10 per i richiami procedurali e al regolamento. Inoltre, la possibilità di presentare determinate richieste – come proposte di modifica del calendario, di rinvio in commissione, di votazione per parti separate – viene consentita ad un solo rappresentate per gruppo e non più a ciascun senatore.

CNEL, adieu!

È stato abolito l’articolo 49 del regolamento, che prevedeva la possibilità per le commissioni di ricorrere a pareri del CNEL. Ciò significa che, nonostante la Costituzione continui a prevederli, essi non saranno più possibili a Palazzo Madama. Una chiara presa di posizione sulla scia di quell’unico punto della riforma costituzionale di Renzi che metteva tutti d’accordo: l’abolizione del CNEL.

Questa riforma ci dice due cose.

La prima è che il nostro sistema bicamerale, che sulla carta rimane perfetto, perfetto non lo sarà più tanto. Infatti, potremo avere la formazione di determinati gruppi in un ramo del Parlamento e non nell’altro e, cosa ancor più rilevante, l’approvazione di un medesimo testo di legge potrà passare al vaglio della commissione in un ramo e dell’Aula nell’altro.

La seconda è che la Politica, se vuole, sa riformarsi ed essere efficiente. Tuttavia, non abbassiamo la guardia. Un’altra riforma attende l’approvazione del Senato, che tarda invece ad arrivare. La proposta di legge che porta il nome del deputato PD Richetti sul taglio dei vitalizi dei politici in pensione, che era stata approvata dalla Camera a luglio, non è stata inserita nella manovra finanziaria – come richiesto dal suo autore – e non è mai figurata all’interno dell’ultimo calendario dei lavori del Senato, che pertanto non l’ha approvata.

Che dire; se questa legislatura del Senato ha dato il meglio di sé alla fine, speriamo che la prossima sorprenda invece sin dal principio.

A cura di Samuele Nannoni


Foto di copertina Credit by: Camera dei deputati License: CC BY-ND 2.0

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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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