Ricchezza, efficienza, produttività… quante volte abbiamo sentito queste parole associate a paesi nordeuropei come Germania, Svezia o Gran Bretagna! È un dato naturale che paesi come il nostro, ancora indietro su questi aspetti, prendano a modello queste nazioni. Ma, populismo a parte, quali sono i nostri margini di crescita? Qual è il segreto delle nazioni nordeuropee?

Ormai da decenni quest’interrogativo anima il dibattito pubblico, con risposte che vanno dalle differenze di preparazione (“i politici sono degli incapaci”) al clima (“al sud fa più caldo quindi si pisola”). Senza sindacare sul grado di accuratezza di affermazioni di questo tipo, è evidente come una differenza tra paesi mediterranei e nordeuropei sia anche di tipo religioso, con un settentrione largamente protestante e un sud fortemente cattolico. Senza scomodare Weber e colleghi, è manifesto che la religione abbia un impatto sulla struttura e i valori essenziali di una società.

Ma fino a che punto questo influenza la triade citata all’inizio e, dunque, il successo economico?

Se è vero che il benessere collettivo si fonda sull’aggregazione degli atteggiamenti individuali, che mette in atto le potenzialità espresse dalle competenze dei singoli, la religione ricopre in questo un ruolo centrale. In quanto ideologia onnicomprensiva, essa propone ai credenti un insieme di cardini morali su cui basare il proprio atteggiamento quotidiano rispetto alla società che ci circonda. Ad esempio, una religione fondata sulla meditazione e l’armonia con il mondo, come il Buddismo, ispirerà nei credenti un atteggiamento inevitabilmente più conciliante e rispettoso.

In questo senso, dunque, alla religione può essere attribuita la funzione di fondamento dell’impostazione etica di un popolo, quindi del suo capitale umano, e quindi ancora delle sue fortune. Così, laddove il nord Europa ha subito l’influenza dei principi protestanti, paesi meridionali come Portogallo, Spagna e Italia hanno un’eredità di tipo cattolico.

NORD EUROPA

L’etica protestante, in particolare quella calvinista, fonda il suo successo sull’emancipazione del credente dall’intermediazione della Chiesa e dei suoi funzionari, i sacerdoti. All’individuo si attribuisce la piena maturità per l’autonoma interpretazione dei testi sacri, senza la possibilità di ricorrere a “scorciatoie” purificatrici come l’indulgenza o la confessione: homo faber fortunae suae, ciascuno diviene l’unico responsabile delle proprie azioni di fronte a Dio.

Aggiungiamoci poi il fortunato contributo di Calvino, dove la stessa grazia divina – la possibilità cioè di accedere al Paradiso – diventa un bene esclusivo, un beneficio concesso a pochi. Come sapere se si rientra in questa piccola élite? Assai semplicemente, si osserva se la benevolenza divina si riflette in vita: laddove un individuo abbia avuto successo e benessere, egli avrà ottime speranze di salvezza. È evidente che abbiamo a che fare con una serie di principi che non solo responsabilizzano l’individuo rispetto al proprio destino perpetuo, ma soprattutto spingono le persone ad avere una vita il più possibile produttiva ed efficiente. Insomma, in contesti di questo tipo, il capitale umano e sociale di un paese sarà giocoforza più propenso alla ricerca impegnata della soddisfazione economica.

MEDITERRANEO

L’etica cattolica, per quanto originata dalle medesime radici religiose, incarna aspetti morali quasi opposti. La Chiesa è una madre amorevole ma possessiva, che tutela e controlla i suoi figli legandoli ai propri rituali (battesimo, comunione e compagnia) e ai propri rappresentanti (è obbligatoria l’intermediazione del sacerdote per accedere alla verità divina). Il cattolicesimo, inoltre, non sembra incentivare gli individui ad essere produttivi e darsi da fare per il proprio benessere, ma anzi offre ampie garanzie di salvezza soprattutto a coloro che, in vita, hanno fallito. L’etica cattolica appare così una specie di partito pigliatutto della redenzione ultraterrena, cui l’accesso appare garantito a chiunque si sia inserito, anche all’ultimo respiro, nei pii schemi domestici di madre Chiesa.

FINO A CHE PUNTO IL CREDO DETERMINA LE NAZIONI?

Il protestantesimo, soprattutto nella sua accezione etica calvinista, ha così costituito la pietra angolare dell’architettura ideologica su cui costruire una nazione, e quindi uno Stato, genuinamente votato a benessere, produttività ed efficienza. Tantissimi sarebbero gli esempi storici della determinazione morale di questi popoli a rialzarsi dopo enormi sciagure, ma certamente esemplare è la straordinaria ripresa del popolo tedesco in entrambi i dopoguerra.

Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che la religione, anche quella protestante, possa costituire un indicatore universale per qualificare il potenziale produttivo di una nazione. Essa svolge un ruolo imprescindibile in quanto ideologia totalizzante, che plasma quindi l’atteggiamento individuale e collettivo; la chiave di volta della predisposizione di un popolo a valori quali produttività ed efficienza, ma anche banalmente al rispetto delle regole, sta così nell’etica che tale religione propone ai suoi credenti. È in questo modo che si spiega, ad esempio, il caso della Baviera, tra le prime regioni al mondo per benessere ed efficienza, la quale è sì a maggioranza cattolica, ma presenta una preponderanza dei principi etici tedesco-luterani.

È dunque immenso il potenziale dei principi morali nazionali come primum movens esplicativo delle fortune di un paese (o delle sue sventure). In Italia, la certezza dell’assoluzione e la maternalistica intercessione ecclesiastica hanno infatti costituito, per secoli, i viatici valoriali di quell’italiana tendenza all’autocommiserazione che ne caratterizza il principale ostacolo allo sviluppo e alla realizzazione nazionale. In uno scenario ormai cronicizzato, il futuro non è necessariamente buio: l’Italia più d’ogni altro luogo è testimone della mutevolezza delle idee e delle civiltà.

E chissà che non si possa ripartire, già oggi, da alcuni di quei principi d’etica cattolica che qui abbiamo criticato, moderando l’individualismo sfrenato della modernità e alimentando piuttosto santissimi sentimenti di solidarietà come quelli che, in tante zone abbandonate dallo Stato, permettono ai giovani locali di sperare in un futuro diverso dalla mafia e dalla delinquenza.


A cura di: Francesco Merlo

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Francesco Merlo

Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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