Lo scenario del vecchio continente appare oggi instabile e suggerisce poche sicurezze.

L’Unione Europea è sostanzialmente un progetto utopico di democrazia liberale, basata sul rispetto dello stato di diritto. Le regole poste alla sua base avrebbero dovuto mantenere vivo il progetto, tutelare la nascente democrazia dei suoi Stati membri e della struttura comunitaria, per spingere infine l’Unione verso una maggiore integrazione, non solo economica, ma anche politica, al fine di evolversi nello stadio successivo della democrazia. L’Unione Europea è considerabile come il passo successivo dell’evoluzione della democrazia, dalle Città-Stato agli Stati-Nazione, fino alla creazione del Superstato, un organismo politico internazionale dotato di ampi poteri superiori, ben oltre quelli assegnati agli Stati nazionali membri. Tuttavia, per evolversi il Superstato europeo necessita della volontà unanime dei propri membri a raggiungere il medesimo scopo, evitando che i singoli interessi nazionali vengano ritenuti prioritari rispetto a quelli del benessere dell’intero continente europeo.

La Polonia illiberale e lo stallo dell’UE

La mancata applicazione delle sanzioni ex articolo 7 TUE è ormai una certezza a causa dell’appoggio reciproco tra l’illiberale Ungheria di Orban (ora appoggiata apertamente anche dall’Italia di Salvini) e Varsavia. L’opzione di tagliare i fondi strutturali a Polonia e Ungheria per ridestinarli ai Paesi mediterranei colpiti dalla crisi economica e vincolarli all’accoglienza migranti ha messo in allarme il governo polacco, che subito si è affrettato ad avvertire Bruxelles che una simile mossa potrebbe causare dure reazioni da parte di Varsavia. Sebbene da un lato la redistribuzione dei fondi strutturali appare come l’arma più efficace in mano alle istituzioni UE, il rischio che una contrazione dell’ammontare della quota destinata alla Polonia, in misura maggiore alla normale contrazione dovuta alla Brexit, si rifletta sulle fasce più povere della popolazione polacca è molto concreto.

Tuttavia, il rischio maggiore potrebbe essere quello che le istituzioni UE vengano spinte ad ignorare, almeno in parte, le riforme messe in atto dal governo conservatore polacco in cambio di “servizi” che vadano a soddisfare le ragioni di Stato dei membri più potenti e influenti dell’UE, come avvenuto con l’Ungheria di Orban nel caso della gestione dei migranti provenienti dal Medio Oriente.

Stati sovrani: il proprio interesse innanzitutto

La Polonia, così come l’Ungheria, accetta chiaramente l’economia europea, il neoliberismo economico, il capitalismo, poiché permettono loro di espandere il proprio potere economico con ritmi di crescita impressionanti che non hanno pari in Europa; ciò nonostante, appaiono entrambe riluttanti a rispettare alcuni principi base della democrazia liberale europea.

La sola forza coercitiva dell’Unione sui suoi membri al momento risiede esclusivamente nell’economia e nel commercio, poiché il soft power troppo facilmente può venire ignorato o vanificato. Pressioni economiche su paesi con ritmi di crescita sostenuti, che sono tali poiché in realtà partivano da zero, potrebbero rivelarsi pertanto un’arma a doppio taglio, colpendo per prime le parti più deboli della popolazione e spingendole solamente a fidarsi di governanti che propongono sia sostegno alla loro situazione che antieuropeismo, indicando l’UE come responsabile delle loro condizioni.

D’altra parte, l’interesse dei singoli Stati membri ha spesso prevalso sui principi dell’Unione Europea, tanto che le sanzioni economiche hanno tardato ad arrivare – o non sono state proprio messe in atto per anni, come nel caso dell’Ungheria – a patto che il governo illiberale fornisse un “servizio” considerato nell’interesse di altri Stati europei più potenti; prima fra tutti la Germania, indiscussa leader europea.

Il diffondersi della minaccia dell’illiberalismo ha spinto le istituzioni europee a prendere dei provvedimenti, sebbene lunghi, tortuosi e dall’esito tutt’altro che certo.

Tendenze globali

Considerato lo scenario globale attuale, ci si rende facilmente conto che ciò che ha causato la crisi politica europea non si andrà ad esaurire a breve; tutt’altro, con l’avanzare degli anni potrà solo aumentare. I flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente non si fermeranno con il raffreddarsi del conflitto siriano; da una parte poiché è difficile che le superpotenze militari decidano di smettere di interferire nella regione, né i conflitti tribali o i regimi dittatoriali in Africa sembrano essere in via di risoluzione o di transizione verso la democrazia; dall’altra poiché i cambiamenti climatici costringeranno molto probabilmente le popolazioni provenienti dalle zone più calde della Terra a muoversi verso quelle più temperate, per sfuggire alla desertificazione ormai in atto da diversi anni. Questo forte flusso migratorio non sarà assolutamente gestibile da parte dei soli Paesi siti al confine europeo.

Le politiche migratorie sono il primo punto di contatto tra i paesi del Gruppo Visegrad, e un aumento dei flussi potrà solo portare ad un inasprimento dei governi illiberali nei confronti dei programmi di accoglienza europei, nonché probabilmente a lasciare la gestione dei flussi migratori ai paesi di confine sia intra che extra-UE, come l’Italia, la Spagna, la Grecia, l’Ungheria o la Serbia e gli altri Stati balcanici e nordafricani.

Nell’inasprirsi delle relazioni internazionali mondiali, l’arrivo di nuovi migranti e le frizioni tra l’ovest e l’est Europa saranno il vero banco di prova per le democrazie liberali europee, le quali dovranno dar prova di essere in grado di sopportare gli attacchi interni ed esterni della crisi politica europea. Nel caso in cui i Visegrad decidessero veramente di ufficializzare la propria posizione contrapposta all’Eurozona, si dovrebbero per forza ripensare i rapporti all’interno dei membri UE, e non è detto che ci si riesca.

La deriva autocratica sembra espandersi a macchia d’olio in tutto il continente europeo, non solo dentro l’Unione: da Putin, a Erdoğan, a Orban, a Kaczyński, figure totalmente diverse a capo di Paesi altrettanto diversi tra loro, ma con l’obiettivo comune di rendere il proprio Stato più potente, ricco e influente di quanto non sia ora.  Nonostante per il momento queste tendenze appaiano circoscritte alla zona dell’ex blocco orientale, nulla impedisce loro di espandere un’ideologia nazionalista riluttante a maggiori integrazioni future, facendo leva sulla xenofobia e sulla difesa della cultura e delle tradizioni. Con un’UE paralizzata dagli interessi singoli dei suoi membri, la diffusione di teorie illiberali non potrà che accelerare.

Viene perciò da chiedersi quale sia il vero pericolo per l’Unione Europea: le democrazie illiberali e i nazionalismi che le creano, o la raison d’Ėtat dei suoi membri più potenti?


A cura di Letizia Biscarini

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Letizia Biscarini

LM in Relazioni Internazionali all'Università di Firenze. Sono un'attivista, una viaggiatrice, amo la fotografia e la politica, imparare una lingua nuova e vedere qualcosa che non ho mai visto. Sogno un futuro migliore e una realtà più equa. Non mi intendo di sport, ma faccio finta, il mio caffè deve essere ristretto, bollente e rigorosamente nero senza zucchero, la panna nella carbonara è un crimine contro l'umanità e citare film e fumetti dovrebbe essere riconosciuto sport olimpico.
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