Padmaavat: la pellicola bollywoodiana che continua a dividere

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on TumblrPin on PinterestPrint this pageEmail this to someone

Il 25 gennaio è finalmente uscito nelle sale indiane il controverso film “Padmaavat, opera del regista Sanjay Leela Bhansali e avente come protagonista Deepika Padukone, una delle più famosi attrici del cinema bollywoodiano.

Il colossal narra in forma romanzata la storia dell’attacco al forte di Chittorgarh, avvenuto nel lontano 1303 per mano del sultano musulmano Alauddin Khalji ai danni del Raja Ratan Singh, sovrano di religione hindu e membro della dinastia rajput. In particolare, la pellicola si focalizza sul personaggio della moglie del re Ratan Singh, Padmavati, regina leggendaria la cui bellezza è celebrata in diversi poemi antichi come il Padmavat di Malik Muhammad Jayasi, ma la cui esistenza storica è stata contestata da diversi storici moderni.

Le fonti storiche sostengono infatti che Chittorgarh sia stata attaccata dal sultano Khalji per la sua importanza strategica. La versione del poeta Jayasi, tuttavia, riconduce l’assedio al desiderio del sultano musulmano di rapire la regina Padmavati, ossessionato dai racconti sulla sua bellezza. Le discrepanze tra le fonti storiche e il poema non si fermano qui: se secondo le prime la famiglia del re hindu venne risparmiata dal massacro, nell’opera di Jayasi tutti gli uomini muoiono nel disperato tentativo di difendere la fortezza, mentre le donne, capeggiate da Padmavati, attuano la jauhar, la pratica di immolazione collettiva su pire infuocate, piuttosto che cadere in mano dei nemici.

La realizzazione e distribuzione del film sono state notevolmente rallentate da numerose e violente proteste, nate a causa della diffusione del rumor secondo cui il film avrebbe compreso una scena d’amore tra la regina rajput e il sultano Khalji: difficile, soprattutto per i gruppi nazionalisti hindu, immaginare un’unione più indegna di quella tra una regina hindu e un conquistatore musulmano.

Nel gennaio del 2017 diversi membri del Karni Sena, organizzazione radicale rappresentante gli interessi del gruppo rajput, hanno assalito il regista del film. L’episodio si è ripetuto in maniera ancor più grave circa due mesi dopo, quando trenta persone hanno dato fuoco al set allestito a Kolhapur.

Le proteste si sono intensificate con l’avvicinarsi dell’uscita del film, inizialmente programmata per il 1 dicembre. Il 3 novembre le entrate del forte di Chittorgarh sono state bloccate, e tutte le scuole e i negozi della città sono rimasti chiusi in segno di protesta. In diverse parti del paese le immagini del regista e dell’attrice protagonista, Deepika Padukone, sono state bruciate, e un membro dello Kshatriya Samaj (“organizzazione della casta kshatriya”) ha offerto 50 milioni di rupie per le teste delle due star. L’offerta è stata raddoppiata da Suraj Pal Amu, membro del partito al governo, il BJP (Bharatiya Janata Party), e anche l’Akhil Bharatiya Kshatriya Mahasabha ha promesso 10 milioni di rupie a chiunque bruciasse viva l’attrice, che, insieme al regista Bhansali, è stata dotata di una scorta a causa delle numerose minacce di morte ricevute.

Nonostante le rassicurazioni sull’assenza di scene di intimità tra la regina Padmavati e l’invasore Khalji, la premiere della pellicola è stata rimandata di quasi due mesi, e in alcuni stati indiani “Padmavaat” è stato comunque bandito per favorire il “mantenimento dell’ordine”.
Le vicende legate a questa pellicola sono in realtà specchio di una società complessa e di una politica altamente controversa.

Prima di tutto, quasi tutti gli stati in cui il film è stato bandito sono governati dal BJP, avente tra i propri capisaldi l’esaltazione dei valori induisti su quelli delle altre minoranze religiose indiane (una su tutte, quella musulmana). In Gujarat, in cui proprio per dicembre erano fissate le elezioni, non solo i membri del BJP, ma anche i loro oppositori del partito laico e socialdemocratico Indian National Congress si sono espressi a sfavore dell’uscita del film nello stato federato, in un evidente tentativo di acquisire nuovi voti da parte della maggioranza hindu e guadagnare così terreno in vista delle elezioni.
Inoltre, la già citata partecipazione, da parte di un politico appartenente al partito al governo, alle minacce di morte rivolte all’attrice protagonista, rea di aver semplicemente interpretato un ruolo potenzialmente offensivo verso gli hindu, permette di capire fino a che punto politica e religione siano indissolubilmente intrecciati.

Un altro elemento di interesse è quello della personalizzazione della storia operata da diversi gruppi e partiti coinvolti nella vicenda. Nonostante il film Padmaavat sia stato dichiarato da Bhansali un’opera di fantasia, solamente in parte ispirata alla vicenda della battaglia di Chittorgarh e al poema di Jayasi, essa è stata trattata come opera storica, ed è esattamente alla storia che si appellano i detrattori della pellicola: la loro protesta è volta a difendere la realtà storica da un’ignobile distorsione e a proteggere la memoria della regina rajput. Ma, anche qui, l’errore è loro: come già accennato, non esistono fonti storiche che confermino l’esistenza della regina Padmavati, e la sua storia, per quanto popolare, resta, appunto, una leggenda.
Nel frattempo, però, i membri del già citato Karni Sena hanno iniziato una vera e propria opera di modifica della storia, obbligando l’Archeological Survey of India a rimuovere un cartello informativo nel forte di Chittorgarh che definiva quella di Padmavati una “leggenda”, nonché lo specchio attraverso cui, secondo la leggenda, Khalji poté intravedere la bellissima regina.

Nonostante le proteste e il clamore scatenato (o forse proprio grazie a esse), “Padmaavat” ha registrato un incredibile successo al botteghino, raggiungendo in meno di due settimane un incasso di quattro miliardi di rupie e piazzandosi all’ottavo posto dei film di Bollywood più visti di sempre.

Le polemiche, tuttavia, non sembrano arrestarsi. In Malesia, ad esempio, il film è stato bandito perché veicolante un’immagine negativa dell’Islam, mentre molte testate europee e statunitensi, tra cui il Washington Post, hanno accusato la pellicola di misoginia. Secondo queste fonti, la scena finale del suicidio collettivo, messo in atto dalle donne rajput per evitare di cadere in mano ai perfidi combattenti musulmani, veicolerebbe infatti il messaggio che una morte “onorevole” sia preferibile alla violenza sessuale, applicando all’India di oggi concetti di onore e coraggio del tredicesimo secolo e riaffermando lo stigma che spesso colpisce le vittime di questi crimini, dove ogni venti minuti avviene uno stupro.

A cura di Annalisa Gnecchi


Photo credits: Ranveer Singh, Sanjay Leela Bhansali and Deepika Padukone at RAM LEELA’s trailer launch, credits to Bollywood Hungama, CC 3.0

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInShare on TumblrPin on PinterestPrint this pageEmail this to someone
The following two tabs change content below.

Annalisa Gnecchi

Ultimi post di Annalisa Gnecchi (vedi tutti)

4.00 avg. rating (85% score) - 1 vote

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *