Le mille sfumature dell’occupazione israeliana: il caso AMORO Agricolture

La Jordan Valley, pancia della Palestina, rappresenta il 28.5% della West Bank. Secondo l’accordo ad interim del 1995 circa l’85.5% dell’intera area della Jordan Valley fa parte dell’Area C, ovvero quella zona che in seguito agli Accordi di Oslo ricade sotto l’amministrazione israeliana.

Negli ultimi 50 anni Israele ha negato ai Palestinesi l’accesso a più del 75% della valle dichiarando diverse aree “zone militari”, “riserve naturali” o “terre statali”.
Quasi tutta l’area della Jordan Valley è stata, inoltre, destinata da Israele come terreno riservato alla futura espansione degli insediamenti. Attualmente vi sono 37 insediamenti israeliani, di cui 7 avamposti, per un totale di circa 10.000 coloni.

Israele estende il suo controllo sull’area incentivando lo sfruttamento commerciale di vaste fasce di terra da parte delle imprese agricole israeliane che, con le proprie infrastrutture, facilitano il mantenimento dei settlement.
Il settore agricolo è da lungo tempo un’importante risorsa per l’economia della West Bank, grazie anche al suo particolare microclima. Ma, mentre le coltivazioni degli insediamenti israeliani ammontano a più di 15000 dunam (1500 ettari), le coltivazioni palestinesi sono solamente 5,3 dunam (0,5 ettari) e sono soggette a terribili restrizioni sullo sfruttamento delle risorse idriche, sull’importazione di materie prime e sulle esportazioni.

Tutto ciò avviene in evidente violazione del Protocollo di Parigi (PP) del 1994, accordo mirato specificamente a regolare il regime economico palestinese. Nato con il presupposto di incentivare lo sviluppo economico della Palestina e garantirle uno spazio di manovra all’interno del mondo del commercio, il PP ha finora mostrato solamente i suoi limiti.

La più avanzata economia israeliana ha assorbito manodopera a basso costo dalla meno sviluppata economia palestinese, risolvendo così il problema della disoccupazione nel breve termine, ma causando nel lungo periodo una consistente dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana.
Nell’ambito del PP, l’integrazione economica con Israele non ha fatto altro che riflettersi nell’avvicinamento dei prezzi a quelli del mercato israeliano, non tenendo conto del fatto che gli stipendi nella West Bank sono più bassi di quelli israeliani.
In più, essendo le economie palestinese ed israeliana strutturalmente diverse, le politiche commerciali imposte da Israele (specchio dei soli interessi israeliani) hanno reso i produttori palestinesi meno competitivi nell’esportare a paesi terzi rispetto ad Israele.

Foto di Giovanna Cipolla

Tra le aziende che sorgono su questo territorio spicca l’AMORO Agriculture, prima azienda di funghi palestinesi, fondata nel 2013 a Gerico da quattro ragazzi palestinesi riusciti ad individuare un settore scoperto all’interno del mercato palestinese. Nel 2014 AMORO è entrata nel mercato assumendo 20 lavoratori palestinesi (15 dei quali donne) precedentemente impiegati presso l’insediamento di Ma’ale Adumim. Grazie all’ottima qualità dei loro prodotti e ai loro prezzi competitivi, nel 2015 sono arrivati a vendere tra le 7 e le 12 tonnellate di funghi a settimana.
In concomitanza con questo picco di vendita sono iniziati i sempre più frequenti ritardi di materie prime (provenienti dall’Olanda), bloccate al porto dai controlli israeliani senza nessuna reale ragione e per periodi di tempo sempre maggiori. Per ogni giorno di blocco dei container, AMORO doveva pagare 880 shekel (200 €). Le richieste degli acquirenti aumentavano poiché la gente amava i funghi biologici di AMORO, ma la produzione diminuiva ogni mese di più. Dopo quattro ritardi consecutivi di quattro mesi ognuno, con debiti sempre più ingenti e impossibilitati nel pagare gli impiegati, nel maggio 2016 i soci di AMORO sono stati costretti a chiudere e gli impiegati sono tornati a lavorare in condizioni disumane dentro i settlement.

Li ho incontrati in quella che era la loro azienda e della quale rimangono, adesso, solo scaffali vuoti. Ma non si sono arresi. Sameer Khraishi, Mahmoud Kuhail, Wadia Nassar e Tayeb Akelono sono quattro ragazzi giovani, laureati che parlano molto bene inglese e che hanno fatto di una buona intuizione un’azienda di successo.
Non chiedono finanziamenti alle varie delegazioni che si recano in visita da loro, ma solo di poter continuare a produrre, vendere e pagare regolari tasse.

Nonostante l’azienda mirasse ad essere al 100% palestinese, l’unica soluzione possibile per i ragazzi di AMORO è stata creare e registrare una società in Israele, sotto la legge israeliana, per fungere da braccio di importazione/esportazione nella West Bank. Sperano che la nuova società verrà trattata allo stesso modo degli importatori israeliani. E se così non fosse AMORO potrebbe citare più facilmente le autorità portuali, dato che la compagnia cadrebbe sotto la giurisdizione israeliana.
L’estensione dell’azienda in Israele è gestita in collaborazione con un ragazzo arabo-israeliano, un palestinese che continua a risiedere in Israele, legalmente israeliano, ma “nel sangue e nel cuore al 100% palestinese”. L’obiettivo a lungo termine di AMORO è quello di costruire un proprio impianto di compostaggio e non basarsi più sulle importazioni, anche se costerebbe circa 1 milione di dollari.

Israele ha avuto paura dei loro funghi ed ha risposto con l’ostruzionismo.
Vincendo ma, solo per il momento.

إن شاء الله                                                                                                ‎

P.S: L’AMORO Agricolture non è l’unico caso di azienda competitiva e di successo costretta a chiudere a causa delle restrizioni israeliane.

A cura di Giovanna Cipolla

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Giovanna Cipolla

Classe 1993, Acquario, siciliana d’origine e prima di tre fratelli, dopo il diploma mi sono trasferita a Forlì per laurearmi tre anni dopo in Scienze Internazionali e diplomatiche con l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Avendo compreso che il mondo della diplomazia non faceva per me, ho deciso di trasferirmi a Torino dove oggi sono post-graduate student in Scienze internazionali con profilo Middle East and North Africa politics. Nello studio del Medio Oriente ho trovato la mia personale quadratura del cerchio. Credo nel Mediterraneo come alternativa al modello Atlantico. Amo dipingere, pensare ed andare in direzione ostinata e contraria. Odio i pregiudizi almeno quanto il formaggio.
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