Non citare Pasolini, non sai quello che dici.[1]

Complesso come la libertà

Nell’anniversario della sua morte, ormai 43 anni fa, vorrei tentare un umile gesto narrativo, che riporti l’attenzione su quanto complesso e profondo fosse il pensiero dell’ultimo vero intellettuale italiano: Pier Paolo Pasolini.

Sono morto da poco. Il mio corpo

penzola a una corda, stranamente vestito.

Sono dunque appena risuonate qui le mie ultime parole,

ossia: C’è stato finalmente uno che ha fatto buon uso della

morte.[2]

Prima di cominciare devo, per onestà intellettuale, venire allo scoperto: Pasolini è un mio punto debole. Ci sono voluti anni, ma alla fine sono anche riuscita a capire il perché: la sua morte. Non l’evento della morte in sé, su cui comunque si potrebbe aprire un capitolo caldo, ma sulle conseguenze, perché la vita di chi è rimasto solo a causa della propria diversità, è troppo facile da reinventare, o banalizzare, in modo da farla combaciare con quello che esterni vogliano che diventi. In poche parole: il revisionismo. Ecco. Questo è il tarlo che mi prude in testa.

 

«La mia indipendenza che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza». [] «Io sono completamente solo. E, per di più, nelle mani del primo che voglia colpirmi»[3]

 

Una volta scomparso, mutilato della possibilità di controbattere, sulla sua opera è stata attuata una volontà di semplificazione, che ha visto l’estrapolazione di frasi o citazioni che, appartenenti a intricati, personali e contestuali ragionamenti logici, vengono isolati e posati a commentare situazioni attuali che poco hanno a che spartire con il senso originale, fino ad arrivare a raccapriccianti storture; come quando l’attuale Ministro degli Interni, il 24 febbraio, durante il comizio di chiusura della campagna elettorale in Piazza del duomo a Milano, legge un passo di una lettera che P. sembra avere scritto ad Alberto Moravia nel ’73, di cui però, la sottoscritta, non è riuscita a risalire alla fonte. Il passo incriminato, apparso già in precedenza privo di fonti su meme diffusi sui social da gruppi orientati a destra, recita così:

Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo unarma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.

 

Nel 1973, data della presunta lettera, la battaglia di Pasolini contro il consumismo etichettandolo come “nuovo fascismo” non era ancora iniziata. Lo spiega magistralmente Wu Ming 1 con un articolo uscito il 4 giugno 2018 su internazionale.it: verrà inaugurata con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 10 giugno 1974, intitolato “Gli italiani non sono più quelli”, poi incluso negli Scritti Corsari con il titolo “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”. Wu Ming 1 parla anche di una nota stonata: l’espressione “arma di distrazione”, entrata nell’uso comune soltanto nel ventunesimo secolo. Il gioco di parole “weapons of mass distraction” si è imposto in inglese a partire dal 1997, grazie a un film che lo usò come titolo, e in italiano a partire dal 2003, grazie alla trasmissione Raiot di Sabina Guzzanti che lo usò come sottotitolo.

 

L’utilizzo che fa Salvini di questo passo è il tentativo di svuotare di senso le manifestazioni antifasciste, che dopo il caso di Macerata e altri episodi a sfondo razzista si sono riversate nelle piazze, senza considerare la volontà stessa dell’autore, che non avrebbe mai voluto essere usato per questo scopo. Salvini e chi per lui sfrutta lo straniamento dell’uditorio, che, se si ritrovasse a studiare altro materiale dell’intellettuale, ne sono sicura, inorridirebbe.

 

Questo accade perché i testi di Pasolini sono fortemente controversi e contraddittori; in particolare è proprio la contraddizione lo strumento, il metodo, che Pasolini usa per esercitare al meglio la propria libertà. Ed è per questo che la sua opera andrebbe valutata nel complesso, evitando estrapolazioni e sintesi.

La contraddizione come metodo

A partire dalle scelte formali, P. tende a riunire in sé contrasti di sfumature che rendono difficile l’individuazione di un gruppo granitico d’appartenenza del proprio pensiero. Come primo esempio, il fatto che gran parte della sua opera giornalistica viene svolta sul Corriere della Sera, negli anni ‘70 giornale liberale conservatore, megafono del potere.  Sotto la guida di Piero Ottone il Corriere della Sera si apre anche ad alcuni pensatori di sinistra grazie alla rubrica “Tribuna”.

Ottone scrive Bocca su Prima Comunicazione nell’ottobre del 1976 deve fare un giornale che non dispiace ai comunisti e neppure ai democristiani, che non procura grane a Cefis ma neppure ad Agnelli, che non si mette contro la finanza di stato da cui Rizzoli riceve i prestiti, ma che non può attaccare quella privata di cui Rizzoli resta comunque un rappresentante. Diciamo, un giornale senza più una politica, che non sa più dove mirare, che riempie la prima pagina di editoriali di sociologi e romanzieri.

Scrivendo all’epoca su un giornale borghese, padronale e anti-operaio, Pasolini veniva collocato dall’opinione pubblica nello stesso calderone. Perché dunque lo faceva? Perché indagava una nuova struttura retorica per poter parlare direttamente al potere, in modo da tentare di far rivalutare le proprie posizioni ai lettori. Non voleva limitarsi a fomentare chi già lo seguiva, e non voleva vincoli dati dalle aspettative del proprio pubblico. Questo, nell’era di Internet, dove si costruiscono uditori su misura, si aderisce a gruppi schierati che a vicenda si auto fomentano escludendo il dibattito, è un esempio di libertà che ci è distante, una libertà che presuppone la solitudine, la forza di agire senza fare branco con a sostegno la sola lucidità intellettuale.

 

«lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca.»[4]

 

Altro elemento: l’imprescindibile unione tra arte e politica. Ogni sua opera, che sia cinematografica, poetica o letteraria, non prescinde da un’interpretazione del reale, e da una critica sociale, e allo stesso tempo la sua opera giornalistica non prescinde da una sensibilità artistica che gli permette di individuare i nodi cruenti del reale grazie a immagini, intuizioni, volti. La predizione dell’imminente omologazione sociale e ideologica, e di conseguenza politica, l’appiattimento della lotta tra classi, nell’affrontare comuni difficoltà abbagliate da un unico ideale che sfocia nell’antipolitica e nell’anti casta, oggi impersonata dall’attuale consenso giallo verde, Pasolini riusciva già a vederla, dai capelli dei ragazzi, o dal loro modo di camminare; intuiva una profonda mutazione antropologica dall’assenza delle lucciole in campagna,[5] e aveva il coraggio di denunciare le azioni oscure della Democrazia Cristiana di quegli anni, appellandosi alla formula dell’ “io so” che non a caso corrisponde alla formula usata dagli sciamani che potevano vedere oltre la morte.

Non era un uomo di politica, ma non poteva avere un’arte che ne prescindesse; era comunista, nonostante l’esclusione dal Partito a causa dell’omosessualità, e questo, nel dolore del rifiuto, gli permise, ancora una volta paradossalmente, di abbracciare una nuova frontiera di purezza di pensiero che non doveva per forza essere in accordo con la linea politica nazionale. Infatti si schiera contrario all’aborto, poiché riconosceva che il modello antropologico che si stava formando non era pronto per questa possibilità. Pasolini vedeva l’aborto come una libertà che sarebbe stata percepita come un’ulteriore semplificazione della vita, dopo l’acconsentimento del divorzio. Gli Italiani non sapevano più soffrire, non sapevano più perdere e rinunciare, la televisione dagli anni ’60 insegnava la felicità semplice che derivava dalle auto e dai frigoriferi, e ora non sarebbero più stati in grado di sentire il peso delle proprie scelte, se l’aborto fosse diventato legale. Pasolini era favorevole ad esso, ma contrario alla sua attuazione. Le sfumature, altro suo talento, quello di evitare le sentenze piatte, evitando però il trasformismo tipico di chi usa le ambivalenze per rabbonirsi entrambe le parti.

Inconsumabile

Si delinea dunque, un corpus di opere inconsumabili. Con la parola “inconsumabile” con la quale mi piace definire Pasolini, intendo l’impossibilità di banalizzarlo, di schematizzarlo, venderlo, comprenderlo addirittura. L’impossibilità di lettura o visione fluida della sua arte, e l’impossibilità di usarla. Pasolini è un autore talmente complesso, indeciso, passionale e razionale allo stesso tempo, che è inutile tentare di renderlo un’icona pop senza rischiare di perdere qualcosa di veramente importante. P. non voleva essere usato, usato come schermo di un’idea, soprattutto da chi non aveva reale coscienza di quello che diceva; discostamento insegnato magistralmente in quegli anni dalla DC, che predicava e agiva su due binari paralleli inconciliabili. Esempio tipico del rifiuto di Pasolini ad essere usato è la distanza che prende da “La trilogia della vita”, opera cinematografica composta da tre pellicole ispirate al Decameron (1970), ai Racconti di Canterbury (1972) e a Le Mille e una notte (1974). Il motivo, per cui la rinnega, è perché dal pubblico erano viste come opere leggere, ed erano piaciute, avevano avuto successo, e nel successo non si riconoscevano più le motivazioni per cui le ha girate: l’importanza del corpo nell’esperienza e conoscenza della realtà, poetica della sua stessa analisi critico-giornalistica.

Credo che sia l’idea di questa complessità, l’elemento che più andrebbe tramandato di Pasolini, nell’epoca della semplificazione, dello schiamazzo, dei 140 caratteri, dell’analfabetismo funzionale, l’educazione alla comprensione della complessità è il nodo mancante che renderebbe influente e rivoluzionaria la formazione di nuovi cittadini consapevoli.


A cura di: Laura Morandi

[1] Willie Peyote, da canzone “1321”

[2] P.P.P dall’opera teatrale “Orgia” 1968

[3] da “Il Caos”, rubrica che PPP tenne su «Tempo Illustrato» dal 1968.

[4] Corriere della Sera, 26 giugno 1974

[5] Pier Paolo Pasolini, 1° Febbraio 1975 (sul “Corriere della Sera”, Il vuoto di potere in Italia), op. cit. p.128.

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