Fin da quando esiste la vita sulla Terra, procurarsi il cibo è certamente il primario bisogno di ogni essere vivente. È una delle principali forze che nel corso dei millenni hanno innescato l’evoluzione degli organismi, plasmandone i corpi, adattandone le funzioni e modificandone i comportamenti. L’uomo non fa eccezione, e se oggi siamo quello che siamo lo dobbiamo soprattutto a quella spietata selezione naturale che ha risparmiato solo i più svegli tra i nostri antenati.

Infatti, la scarsità di cibo per milioni di anni è stato l’annoso problema con cui ogni genere di ominide ha dovuto confrontarsi. Ma da qualche tempo il fenomeno si è clamorosamente invertito. Oggi per la prima volta nella storia ci sono al mondopiù persone obese che malnutrite.

 

Il consumo di cibo – impatti e conseguenze

Questo consumo smodato di cibo, in particolare di carne, ha un innegabile impatto sul Pianeta in termini di inquinamento, deforestazione e perdita di biodiversità. È per questo che da decenni un’importante fetta del mondo ambientalista invita il pubblico a consumare meno carne al fine di mitigare tali conseguenze.

Ma con quali risultati? I dati in nostro possesso non tracciano un quadro rassicurante.

Per esempio, in otto paesi europei, tra cui Italia, Germania e Francia, i consumi di carne hanno raggiunto il picco alla metà degli anni 90, e da allora non diminuiscono malgrado innumerevoli campagne di sensibilizzazione. E anche i più recenti crolli celebrati dalla stampa, sembrano essere in realtà più momentanee oscillazioni che non una tendenza consolidata.

In Cina, trainato dal benessere economico, il consumo di carne continua ad impennarsi, così come nel resto dell’Asia, in Brasile e in Sud Africa. Ma anche in America si mangia sempre più carne, nonostante le diete salutiste, l’invecchiamento demografico e la perdita di potere d’acquisto della classe media.

Infatti, dagli anni 60 ad oggi, a fronte di una marginale diminuzione nei consumi pro-capite di manzo e carni suine, negli Stati Uniti si assiste ad un massiccio incremento di quelli di pollame.

Non è una buona notizia. L’allevamento dei polli richiede spazi minori e implica forse meno emissioni di quello bovino, ma consuma molta più soia. La ragione è semplice; mentre le mandrie sono sfamate per lo più con miscele di fieno e granaglie, i mangimi industriali per polli contengono molta farina di soia. Il risultato è disarmante: il pollame americano consuma ad oggi 7 volte più soia dell’intera mandria bovina statunitense, e più del doppio di quella dei suini.

Le cotolette di pollo dunque non sono necessariamente più sostenibili delle bistecche. Il pollame produce forse un minore impatto ambientale diretto, ma in un mercato globale l’ampio uso di soia nei mangimi fa schizzare alle stelle il prezzo di quest’ultima, inducendo i coltivatori brasiliani a disboscare sempre più terreni per poter aumentare la produzione e fare più soldi.

 

Un’amara conclusione

Il punto è che, se dopo decenni di divulgazione non si osserva ancora alcun declino significativo nei consumi di carne, occorre prendere atto che il tentativo di responsabilizzare i consumatori è sostanzialmente fallito. Sensibilizzare il pubblico a prediligere prodotti locali, biologici e sostenibili potrà forse avere qualche ruolo in futuro ma è chiaro che oggi tocchi ai governi scendere in campo, se vogliamo sperare di frenare il disboscamento.

Luiz_Inácio_Lula_da_SilvaE il Brasile di Lula in questo ha fatto storia. A partire dal 2004 il presidente brasiliano Luiz Inácio “Lula” da Silva insieme all’ambientalista Marina Silva, da lui nominata ministro dell’ambiente, mostrarono una determinazione senza precedenti nel combattere la deforestazione e nel volgere di pochi anni cambiarono il corso della storia con una serie di poderose iniziative politiche.

 

Il Brasile anti-deforestazione di Lula e Marina Silva

Il Piano per la Protezione dell’Amazzonia (PPCDAM) rese più efficiente il contrasto alle attività illegali, i programmi DETER(15) e più tardi DEGRAD (poi DETER-B), realizzati in collaborazione con l’Istituto Brasiliano per la Ricerca Spaziale (INPE) permisero di tracciare in tempo reale il disboscamento consentendo alle forze dell’ordine di intervenire tempestivamente. Anche la creazione di numerose aree protette e riserve indigene nelle aree più soggette a deforestazione contribuì ulteriormente a rallentare questo fenomeno.

Il governo brasiliano iniziò inoltre a collaborare con iniziative private volte alla tutela delle foreste, come la moratoria sull’acquisto della soia da terreni disboscati illegalmente alla quale ancora oggi prendono parte i più grandi acquirenti di soia del Mondo come Cargill, ADM, Amaggi e Dreyfuss.

I risultati furono considerevoli: in meno di un decennio la deforestazione crollò di oltre l’80%, passando da 27.772 km² nel 2004 a 4571 km² nel 2012; il dato più basso mai visto da decenni. Ed è importante sottolineare che analisi scientifiche dimostrano come siano state proprio le politiche del governo e non le fluttuazioni del prezzo della soia ad aver determinato questo risultato.

La foresta insomma veniva protetta, il Brasile si avviava a diventare il primo esportatore mondiale di soia e nel frattempo i brasiliani continuavano a ingozzarsi di churrasco e feijoada, senza che questo impedisse minimamente al governo di fare il suo dovere.

Solo in anni più recenti il trend si è invertito sotto la spinta delle scellerate politiche di Dilma Rousseff, Michel Temer e oggi di Jair Bolsonaro che hanno scelto ancora una volta di favorire gli interessi a breve termine dell’industria dell’Agrobusiness, facendo progressivamente carta straccia delle misure di protezione.

 

Meno carne o più politica?

La storia del Brasile, insomma, ci mostra che fare le pulci al prossimo, puntare il dito contro chi mangia carne, al massimo vi aiuterà a rendervi insopportabili, ma nella pratica contribuirà a cambiare le cose assai poco. Nel bene e nel male sono le azioni dei governi e della politica più in generale che determinano il futuro del Pianeta ed è su di loro che occorre fare pressione se vogliamo riuscire a salvaguardarlo.

Prestate dunque attenzione a chi votate, perché è in cabina elettorale, molto più che a tavola, che si salva la Natura.


A cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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