L’Iraq, da poco meno di una ventina d’anni a questa parte, è un giocattolo da tirar fuori per soddisfare il nostro endemico bisogno di dare un volto al male. Infatti, seguendo lo schema tracciato da Bauman in “La modernità liquida”, di fronte alle insicurezze proprie della società neoliberale il discorso pubblico viene orientato, attraverso la cosiddetta industria della paura, verso una dimensione reale capace di dar corpo alle incertezze e giustificare la necessità di nuove e più profonde misure per rendere sicuri i marciapiedi delle nostre città.

Così l’Iraq appare e scompare dai nostri radar, prima come luogo concreto in cui sfogare le frustrazioni del post 11 settembre e poi, insieme alla Siria, come volto dell’ISIS. Poco importa quindi se l’invasione americana del 2003 ha causato circa 500.000 vittime civili, per non citare l’apparato di abusi di cui Abu Ghraib fu soltanto l’apice, o se le vittime dell’ISIS sono principalmente abitanti delle stesse terre in cui l’autoproclamatosi Califfato è sorto. Quella terra solcata dal Tigri e dall’Eufrate serve solo a permetterci di prender sonno, soddisfacendo il nostro bisogno di certezze.

Eppure l’Iraq è molto di più. Un paese storicamente in grado di riassumere nella propria essenza comunità differenti in una narrativa nazionale fra le più antiche del mondo arabo. Un universo che, a 15 anni dall’invasione statunitense del 2003, cerca faticosamente di ricostruirsi attraverso un processo che passa forzatamente anche per il procedimento elettorale.

Così il 12 maggio di quest’anno i cittadini iracheni si recheranno alle urne per scegliere i propri rappresentanti in un’atmosfera tutt’altro che semplice. Da una parte infatti c’è una classe dirigente sempre più frazionata ed incapace a dare risposte concrete alle richieste della popolazione, che non manca di farsi avanti protestando. Dall’altra le milizie che hanno svolto un ruolo fondamentale nella vittoria contro l’ISIS dovrebbero essere integrate nell’esercito regolare ma aspettano a riconsegnare le armi per essere certe che ciò accada.

Ma andiamo con ordine. La prima questione da affrontare è proprio la grande frammentazione dell’élite, che, se dalle prime elezioni dopo la rimozione di Saddam Hussein si coagulò secondo linee settarie ora è divisa in una miriade di partiti. Questo aspetto apparentemente secondario è un argomento in più in grado di dimostrare come l’utilizzo del settarismo atavico per spiegare i problemi del Medio Oriente moderno sia una posizione intellettuale piuttosto attaccabile. Dimostrando allo stesso tempo che l’insistere da parte della classe politica irachena su un discorso del genere sia stato un modo per capitalizzare consenso in un momento in cui la popolazione era più sensibile all’argomento.

Ad ogni modo, tornando all’inestricabile puzzle di coalizioni in campo, un aspetto fondamentale è la richiesta, da parte del più grande blocco a maggioranza sunnita al-Muttahiddun di rinviare ancora una volta le elezioni per permettere ai 2,6 milioni di sfollati, di cui la maggior parte sarebbero propri sunniti, di ritornare alle proprie case e non viziare così il voto.

È comunque difficile parlare di coalizione sunnita di fronte all’abbandono del gruppo da parte del Partito Islamico iracheno di Salim Jabouri che ha raggiunto le formazioni di Ayad Allawi, ex primo ministro, e Salah al-Mutlak, ex appartenente al partito Ba’ath nella lista al-Watanya che trascende ogni logica settaria.

In una situazione ben più complessa a seguito del fallito percorso indipendentista sono i partiti curdi. Ibrahim al-Marashi, sulla testata online Middle East Eye si chiede infatti se le formazioni principali perderanno consensi considerato che il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) guidato da Massoud Barzani ha fallito il suo percorso verso l’indipendenza e l’Unione Patriottica del Kurdistan (KUP) non è riuscita ad impedire al governo di Baghdad di riprendere Kirkuk. In un simile scenario potrebbero festeggiare sulle carcasse degli elefanti le realtà più piccole che si sono unite in una coalizione dal nome Nishtiman, Patria in italiano.

Resterebbe poi il campo sciita, che di certo non gode di miglior salute, con i principali candidati divisi in due formazioni differenti. Haider al-Abadi, primo ministro uscente e Nouri al-Maliki, ex primo ministro, erano riuniti nello stesso partito dal nome Stato di Diritto, ma per queste elezioni correranno separati. Il primo a capo di una nuova formazione dal nome Vittoria, costituita col chiaro intento di capitalizzare la vittoria contro l’ISIS, mentre il secondo guiderà quella precedente.

L’aspetto interessante è che proprio quest’ultima nacque nel 2009 proprio da una rottura in campo sciita fra il Consiglio Supremo dell’Iraq e i Sadristi. La frammentazione e ricostituzione di ciclica sembra quindi una costante di questo campo politico, che dopo l’invasone americana nel 2003 ha sicuramente avuto grande successo.

Resta poi un aspetto interessante, ovvero il fatto che le Forze di Mobilitazione Popolare, al-Hashd al-Sha’abi, milizia multiconfessionale a maggioranza sciita che ha giocato un ruolo fondamentale nella sconfitta contro l’ISIS, hanno formato la Fatah Alliance aggirando le regole costituzionali irachene che non permettono a gruppi armati di candidarsi in alcun modo. Infatti i quadri dirigenti si sono dimessi e sono ora pronti a partecipare alla corsa elettorale.

Le milizie nacquero all’indomani del sorgere del fenomeno Stato Islamico, istituite tramite una fatwa dell’Ayatollah al-Sistani sono state sin da subito a maggioranza sciita, ben presto però altri gruppi paramilitari sono stati spinti ad unirvisi per creare una forza che meglio rappresentasse la complessità irachena. Ad oggi i combattenti hanno svolto il loro ruolo ed attendono di essere integrati nell’esercito regolare e per assicurarsi che ciò accada non hanno ancora deposto le armi.

Inoltre, proprio per riuscire ad ottenere quest’obiettivo dapprima l’alleanza era entrata a far parte del gruppo di al-Abadi, comunione d’intenti molto fragile e andata in fumo già il 15 gennaio scorso. Ad oggi il partito sorto dai combattenti correrà da solo ed ha dimostrato con la presa di distanze i limiti della popolarità dell’ex primo ministro.

In conclusione, due sono gli aspetti più importanti di questa tornata elettorale in Iraq. Anzitutto il fatto che vi sia finalmente una possibilità per i partiti di reinventarsi, spostandosi dalle prospettive settarie a movimenti nazionali, in secondo luogo, nonostante le elezioni in Medio Oriente siano solitamente dei plebisciti, questa volta il risultato non è già scritto. Quale sarà l’Iraq del futuro?

A cura di Francesco Buono


Immagine di copertina: The golden mosque at Samarra north of Baghdad in Iraq. Credit: The Poss License: CC BY-NC-ND 2.0

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