L’euro è nato il primo gennaio del 1999, ma la circolazione fisica della moneta in Italia non avvenne prima del gennaio del 2002. Nonostante siano passati 20 anni dalla sua nascita, ancora oggi parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente italiana crede che la soluzione a molti problemi di finanza pubblica sia l’uscita del nostro Paese dalla moneta unica. L’origine di questo euroscetticismo è ascrivibile al periodo di transizione lira-euro, quando, a parità di salario percepito, avvenne un rincaro dei prezzi. Sul perché di questa anomalia tutta italiana si è sempre puntato il dito contro Prodi e Ciampi, i principali artefici dell’ingresso del nostro Paese nell’euro-zona. Tuttavia, i rincari dei prezzi non sono attribuibili né a queste due figure politiche, né alla moneta unica.

Il secondo Governo Berlusconi, insediatosi nel giugno del 2001, decise di non rendere operative le commissioni provinciali di controllo sui prezzi e di non mantenere a lungo il doppio prezzo lira-euro sulle tariffe dei beni. L’ex Premier orientò la propria azione di governo al fine di accontentare soprattutto alcune precise categorie professionali, attuando una distribuzione del reddito nazionale dai percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) a favore di imprenditori e commercianti (la base elettorale di quel centro-destra). Grazie alla complicità del governo dunque, in molti sfruttarono il periodo di transizione lira-euro per apportare un incremento al prezzo dei beni.

La percezione negativa di una parte degli italiani sull’euro fu dettata anche da una sfortunata concomitanza. L’avvio della circolazione fisica dell’euro, il 1° gennaio 2002, è avvenuta nel pieno dell’impennata del prezzo del petrolio, immediatamente dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Quanto accaduto al World Trade Center si è ripercosso sui costi di produzione e di trasporto, determinando a cascata un incremento dei prezzi di tutti i beni.

I due Presidenti del Consiglio che, in fasi diverse, hanno accompagnato l’Italia nell’euro: Romano Prodi e Silvio Berlusconi.

 

Cosa è cambiato con l’adozione della moneta unica?

Nonostante il giudizio negativo di alcuni esponenti politici e di parte dell’opinione pubblica, l’analisi dei fondamentali dell’economia italiana dal 2002 in poi ci mostra come la nascita dell’euro in sé, in realtà, non sia stata una fregatura per il nostro Paese. Infatti, da quando l’Italia non stampa moneta, se si esclude la crisi finanziaria scoppiata del 2008, si è assistito ad una riduzione del tasso di interesse che il nostro Paese regolarmente paga ai sottoscrittori di Titoli di Stato. In particolare, si è passati dal 5,14% dei Btp emessi nel 2002 al 2,09% per quelli emessi nel mese di giugno 2019. Per quanto riguarda l’inflazione, l’indicatore che esprime il costo della vita, si nota che esso, prima dell’ingresso nell’eurozona, si attestava mediamente al 5,5%. Con l’entrata in vigore della moneta unica è sceso all’1,7%.

L’euro non solo ha determinato un abbassamento dell’inflazione, ma ha garantito anche una maggiore stabilità del costo dei beni rispetto all’indice dei prezzi al consumo ai tempi della lira. Circoscrivendo l’analisi esclusivamente al biennio 2001-2002, si nota come il costo dei principali beni e servizi (carne, frutta e verdura, giornali, trasporti, alberghi, servizi finanziari e assicurativi…) sia effettivamente aumentato, benché tale dinamica abbia subito un brusco rallentamento già nell’anno successivo. In ogni caso, l’incremento dei prezzi sui prodotti più diffusi aveva già cominciato a rendere negativa l’opinione sulla moneta unica, sebbene, come visto in precedenza, ciò sia dipeso in primo luogo da un’inottemperanza messa in atto dell’allora governo in carica.

Un’altra novità che è emersa con l’entrata dell’Italia nell’euro è stata la perdita della possibilità di svalutare la moneta. Ciò ha avuto implicazioni di notevole rilievo, dal momento che in passato la politica monetaria italiana tendeva a stampare moneta per salvaguardare la propria competitività. Così facendo, tuttavia, si generavano non pochi effetti negativi per il nostro Paese. In primo luogo, era richiesto un quantitativo sempre maggiore di moneta per far fronte all’acquisto dei beni importanti, come ad esempio i prodotti energetici. Ciò, a cascata, determinava una ricaduta sui prezzi dei beni industriali, che a sua volta costringeva il Governo italiano ad allineare la propria politica economica alla riduzione del salario reale.

Il fatto di non poter più svalutare la moneta ha avuto un impatto sul saldo della bilancia commerciale in termini reali (differenza fra le esportazioni ed importazioni di merci al netto della variazione dei prezzi nel periodo di riferimento). Se dai primi anni di introduzione dell’euro si era notato un peggioramento, la tendenza è sembrata cambiare a seguito della crisi finanziaria del 2008, tanto che dal 2012 il nostro Paese è diventato un esportatore netto. Ciò è dipeso in gran parte dall’incremento delle esportazioni in termini reali (in media pari al 3,5% l’anno) che si è registrato dopo l’ingresso nell’euro.

Per quanto concerne il reddito disponibile e la propensione al risparmio degli italiani, al di là dei proclami di alcuni politici, l’euro non ha causato un depauperamento di queste grandezze. Infatti, considerando gli anni precedenti la crisi del 2008, il reddito disponibile degli italiani dopo l’entrata in vigore della moneta unica è incrementato, a fronte di un’invariata propensione al risparmio.

La sede della Banca d’Italia. Per anni è stato l’ente gestore della politica monetaria italiana, dal 1998 è parte integrante del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC).

 

Quali conclusioni?

Dai dati si evince come una politica monetaria “sovranista”, con il ritorno alla possibilità per il nostro Paese di svalutare ed emettere moneta, non migliorerebbe la nostra economia. Ciò vale a maggior ragione in un contesto macroeconomico così fortemente globalizzato, dove risulta prioritario fronteggiare l’impatto delle nuove tecnologie sui principali settori economici.

Per queste ragioni sarebbe auspicabile un insieme di normative adeguate, competenze e modelli organizzativi ad hoc per le imprese, non un cambio di moneta. A detta di tanti, inoltre, all’attuale unione monetaria dovrebbe essere affiancata un’unione fiscale interna all’Eurozona. Per poter essere realmente competitivi con colossi come Stati Uniti e Cina, in definitiva, è necessario superare quella che è da sempre una delle più grandi critiche che vengono mosse all’euro: essere una moneta priva di uno Stato.

Tutto sommato, come ha dichiarato lo scorzo marzo Romano Prodi in un’intervista a Corrado Formigli, “per essere davvero sovranisti, si deve essere europeisti“.


A cura di Alberto Sculatti

 

Fonti:

Agi, 2018. I prezzi aumentati per colpa dell’euro? Meno di quanto si creda (alcuni sono calati)

Agi, 2018. L’euro ha realmente dimezzato i redditi degli italiani, come dice Berlusconi?. 

Castaldi, R., 2019. I primi 20 anni dell’euro: le cose non dette.

Prodi, R., 2019. L’intervista integrale di Corrado Formigli a Romano Prodi. 

Sorrentino, R., 2017. È l’euro il problema dell’Italia? Cinque miti dei «no-euro» da sfatare

The following two tabs change content below.
Avatar
Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
author

Tomorrow

Tomorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
Show Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *