Le (nuove) energie di Trump

Il succedere di Donald Trump a Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha rappresentato, sotto diversi aspetti, un cambiamento di rotta per una della più grandi potenze commerciali e militari al mondo. Molti settori hanno avvertito il cambio di vertice, e sempre più incisivi paiono essere gli interventi dell’esecutivo repubblicano in settori delicati quali ambiente e risorse energetiche.

Il settore energetico infatti, in una società industrializzata e tecnologicamente sviluppata come quella americana, costituisce un punto nevralgico. Ogni sorta di interventi, siano essi mutuati da politiche industriali, ambientali, di welfare o di sviluppo, devono infatti confrontarsi con quanto emerge dalle analisi energetiche.  Sperare, per esempio, di incrementare la produzione industriale, la popolazione in un determinato territorio, o semplicemente voler introdurre nuovi standard di vita, senza fare i conti con la propria disponibilità energetica, è semplicemente impossibile.

Non è un caso dunque che nell’agenda politica di Trump, il settore energetico occupi una posizione di primaria importanza. Nel suo piano di rilancio della crescita industriale e produttiva, infatti, un ripensamento delle politiche energetiche, come promosse dal suo predecessore Obama, era inevitabile. Obbiettivo annunciato è l’indipendenza energetica totale degli Usa, anzi di più, fare del paese un forte esportatore, creando così nuovo gettito e posti di lavoro.

“Siamo seduti su un tesoro di energia non sfruttato” scrive Trump nel suo programma.

Senza indagare sulla veridicità di questa affermazione, occorre buttare uno sguardo alla situazione energetica statunitense. Gli Usa vivono in una sorta di paradosso energetico, essendo uno degli stati che produce più energia al mondo, ma allo stesso tempo è incapace di soddisfare il proprio consumo interno. Giusto per avere una idea delle proporzioni, gli ultimi dati disponibili attestano nel 2016 la produzione Usa a 83.9 biliardi di Btu (British termal unit, dove 3414 Btu corrispondono a 1 kWh), una cifra impressionante, che va accostata tuttavia ai 97,4 biliardi di Btu di consumo interno. Gli Stati Uniti, in poche parole, riescono solo per 86% a coprire il proprio fabbisogno energetico interno, rimanendo per cui in parte dipendenti dagli altri paesi produttori ed esportatori.

L’equazione di Trump potrebbe essere estremamente semplificata con: più crescita vogliamo avere, maggiore dev’essere la quantità di energia disponibile. Ma questo non può essere fatto aumentando le importazioni, dunque esportando capitali, anzi il surplus di domanda di fabbisogno energetico deve essere soddisfatto interamente dalla produzione interna, su cui pertanto bisogna investire, incentivandone lo sviluppo, e facendo così aumentare guadagni e creando nuovi posti di lavoro.

Un aumento di produzione energetica tuttavia deve tenere conto di due fattori: uno meramente materiale, ossia l’effettiva capacità di produzione possibile in un determinato paese, legato alle risorse naturali presenti in un determinato territorio (l’Italia per esempio non potrà mai internamente soddisfare le proprie esigenze di gas, non avendo depositi naturali sufficientemente grandi, vedi in proposito il nostro approfondimento sulla situazione energetica italiana). Il secondo fattore è quello legale, essendo oramai le politiche energetiche sempre più intrecciate a quelle ambientali.

L’America infatti ha negli scorsi decenni affrontato un lungo percorso di regolamentazione, culminato sotto l’amministrazione Obama con l’emanazione del Clear Power Plan (CPP) nell’agosto 2015 e con la sottoscrizione, nello stesso anno, di un nuovo accordo internazionale sulle riduzioni delle emissioni di gas serra, ossia il famoso Paris agreement.

La rotta tracciata dall’amministrazione Obama era quella di una graduale ma significativa transizione energetica, con il ridimensionamento del peso di fonti energetiche fossili quale il carbone e il petrolio (che da sole al giorno d’oggi costituiscono poco più del 50% della produzione energetica Usa), pianificando fortemente la riduzione delle emissioni, e incentivando la ricerca e produzione da altre fonti, prima tra tutti le rinnovabili, settore in piena espansione nell’ultimo decennio (che nel 2016, in un trend costante di crescita, ha prodotto il 10% dell’energia americana).

Di controverso, le politiche di Trump mirano ad una netta deregolamentazione del settore, prendendo posizioni precise contro le teorie del surriscaldamento globale, puntando ad un ritorno in grande stile ai combustibili fossili. La produzione infatti di energia da carbone (la più inquinante) e le nuove estrazioni di petrolio e gas diventano una priorità nell’agenda energetica statunitense.

In questa visione vanno iscritte l’uscita degli Usa dall’accordo di Parigi (uscita in realtà priva di effetti per i prossimi tre anni), le promesse di nuove concessioni per la ricerca ed estrazione off-shore o nelle acque costiere di petrolio o gas, e la costruzione di un nuovo gasdotto che colleghi gli Stati Uniti al Messico.

L’EPA (Environmental Protection Agency) ha inoltre ricevuto il 28 marzo 2017 un ordine esecutivo per la revisione o eventuale sostituzione del CPP. Occorre infatti mitigare quanto più possibile i vincoli creati per le emissioni di CO2, incompatibili con un rilancio dei combustibili fossili. Sono anche in serrata fase di trattativa le nuove concessioni per lo sfruttamento estrattivo in acque costiere, fortemente avversate dalle amministrazioni locali (Florida in testa) che temono per la salute ecologica del proprio territorio.

Smantellare tuttavia quanto precedentemente costruito potrebbe avere diverse conseguenze.

È indubbio che, senza limitazioni di sorta, la produzione energetica da combustibili fossili potrebbe crescere anche considerevolmente, ma questo tuttavia non rappresenta uno scenario così scontato e prevedibile.

Le considerazioni infatti di tipo economico e anche tecnico che si pongono le grandi compagnie energetiche, potrebbero presto frenare gli entusiasmi dell’amministrazione repubblicana. Una netta deregolamentazione potrebbe addirittura disincentivare gli ingenti investimenti necessari per le nuove ricerche ed estrazioni. Quelle di ricerca e sfruttamento di un bacino, infatti, sono operazioni a lungo termine ed estremamente dispendiose, dall’esito incerto, che necessitano di una stabilità e sicurezza regolamentare che un cambio così radicale di marcia difficilmente potrebbe offrire.

I nuovi bacini, sia di petrolio, sia di gas, differiscono molto da quelli tradizionalmente sfruttati, essendo anche tecnicamente molto più complessi da trovare e sfruttare, con margini di profitto per le compagnie decisamente inferiori a quelli esistenti altrove. Risulta dunque tutt’altro che scontato prevedere massicci investimenti sul potenziamento della produzione energetica da carbon-fossile.

Investimenti che si rivelano al momento molto più allettanti sulle tecnologie rinnovabili, le quali stanno attraversando un periodo aureo di forte diminuzione dei costi di produzione e aumento altissimo della produttività degli impianti (si pensi al solo caso dell’eolico: i costi delle turbine sono calati nell’ultimo ventennio del 90%, mentre la resa è passata dagli iniziali 50kW, alle odierne pale in grado di rendere fino a 8000 kW).

Senza considerare i costi in termine di spesa pubblica per la salute, essendosi calcolato il risparmio per le casse pubbliche, dopo l’emanazione del CPP, tra i 14 e i 34 miliardi di Dollari. Risparmi, al di là delle valutazioni sulla salute, la cui rinuncia sarà difficile da giustificare.

L’abbondono del Paris agreement poi, pone inevitabilmente gli Usa in una posizione di isolamento nel contesto internazionale, facendo della Cina, quale principale produttore energetico all’interno degli accordi (ed anche primo produttore di gas serra), un possibile nuovo leader nel cammino verso la transizione energetica.

I piani di Trump sull’inversione di rotta in campo energetico, insomma, devono tenere conto sia di problemi prettamente tecnici ed economici, essendo il potenziamento della produzione energetica statunitense, come da lui prevista, tutt’altro che semplice nella sua pratica realizzazione. Come decisamente azzardate appaiono le sue proiezioni sui benefici per l’economia interna da un rilancio energetico in vecchio stile.

Ma sia anche devono affrontare questioni etiche e politiche, vista la delicatezza del tema dell’inquinamento e della salute, temi appunto strettamente legati a quello energetico e oggi come non mai di particolare peso nell’opinione pubblica, e dunque, inevitabilmente, fortemente condizionanti il processo di law-making. Essendosi poi isolati gli Usa dal contesto internazionale, rappresentano al momento l’unica potenza occidentale a puntare sul potenziamento della produzione da fonti fossili.

A cura di Federico Marco

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Federico Marco

Nato nel pieno cuore del meridione, ho trascorso la mia infanzia tra antichi paesaggi mediterranei e la biblioteca di casa. Sono uno studente di Giurisprudenza per caso, come metà delle cose migliori che ho fatto nella mia vita. Ho studiato a Padova, città dove adesso vivo, con una parentesi in Germania, nella pittoresca Münster. Ho improntato i miei studi sui diritti umani, il diritto internazionale e la critica del diritto, ma ho sempre amato coltivare i miei interessi per la politologia e le relazioni internazionali. Mi sono negli anni avvicinato alla musica jazz e alla fotografia. Amo tutte le cose a cui bisogna dedicare tempo per conoscerle, siano esse musica, arte, scienza, libri oppure cose meno serie, come la politica.
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