La nostra epoca sarà ricordata anche come quella delle grandi migrazioni. Non è facile quantificare in modo esatto il fenomeno migratorio mondiale, sia per motivi organizzativi che per motivi prettamente pratici. Secondo stime, i migranti sono circa il 3% della popolazione mondiale. Questo fenomeno rappresenta una delle sfide più importanti della comunità internazionale, sia a livello socio-culturale che logistico. Milioni di persone in transito da un punto all’altro del pianeta – passando per innumerevoli tappe intermedie – spostano infatti numerosi equilibri, economici e sociali.

 

Impatto mondiale 

Il dibattito che orbita attorno la questione è ormai reso opaco da un grosso bagaglio emotivo e propagandistico che oscura la situazione reale. E proprio questa esigenza di nitidezza e oggettività rispondono i “Word immigration report” dell’Organizzazione Inernazionale per le migrazioni (IOM), un’agenzia delle Nazioni Unite. Nel lungo e dettagliato rapporto del 2018, la IOM raccoglie e analizza i risultati di numerosi studi condotti sull’argomento. Uno dei primi punti su cui fa chiarezza è quello dei benefici della migrazione, sia per i paesi di partenza sia per quelli di arrivo. Riferendosi a questi, sintetizza:

Of course, immigraton can also have adverse labour market effect (e.q. on wages and employment of domestic workers), but most of the research literature finds out that these negative impacts tend to be quite small, at least on average.

Un invito a non considerare come inevitabile la distruzione dei diritti dei lavoratori del paese di arrivo e un sollecito a trovare soluzioni.

 

Le rotte

Non sorprende il fatto che gli Stati Uniti occupino il primo posto per numerosità di immigrati, seguiti da Arabia Saudita e Germania (l’Italia nel 2017 era undicesima, con 5,9 milioni). Secondo le stime del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, il continente che accoglie di più è l’Asia, seguito da Europa e Nord America. Il tema dell’accoglienza sta spaccando le opinioni pubbliche di questi territori, dove sempre più governi guardano a politiche di tolleranza zero. La guerra ai migranti di Donald Trump, gli allontanamenti forzati dal territorio australiano e la contesa tra gli stati membri dell’Unione Europea generano fenomeni di isolamento e di contenimento di queste popolazioni. Questo ha ovviamente pesanti conseguenze sulla loro sicurezza e la loro salute.

 

Il muro che divide le due Americhe

Il fenomeno degli “indocumentados“, che dal Messico si riversano nel loro territorio, rappresenta un problema per gli Stati Uniti fin dagli anni cinquanta. Oggi conta circa mezzo milione di attraversamenti irregolari, tra i quali figurano non soltanto messicani ma anche Honduregni, Guatemaltechi, Salvadoregni e altri Sud Americani. Sono tutti in fuga dalla povertà, dalla disoccupazione e dalla violenza dei narcotrafficanti o di governi repressivi e corrotti. Donald Trump ha dichiarato una vera e propria guerra agli irregolari. La sua minaccia di chiusura delle frontiere spinge sempre più migranti a tentare la traversata illegalmente, aumentando il rischio di essere riportati in Messico. Alle tristemente note politiche dei rimpatri forzati e della separazione dei bambini dai genitori immigrati irregolarmente, si è aggiunta la deterrenza economica. A Giugno, infatti, Donald Trump ha utilizzato ancora una volta lo strumento delle sanzioni, minacciando il Messico di pesanti dazi sulle importazioni in caso di mancati provvedimenti di contenimento degli irregolari. Il numero di disperati che affolla i centri di accoglienza messicani è in aumento e sta assumendo i caratteri di una vera e propria emergenza umanitaria.

 

Quando il muro è l’oceano – tra Oceania e Sudest asiatico

Il governo australiano è noto per le sue rigidissime politiche di controllo dell’immigrazione irregolare con alla base il Migration act del 1958. In particolare, le leggi Australiane non prevedono il diritto di asilo per chi arriva illegalmente via mare. Conseguenza diretta sono le isole della Repubblica di Nauru e l’isola di Maru – quest’ultima territorio della Papua Nuova Guinea. L’Australia ha stretto accordi con i due paesi per istituire centri di detenzione per migranti irregolari in attesa di asilo, che probabilmente non arriverà mai. In questi piccoli appezzamenti di terra, centinaia di rifugiati – di cui molti Rohingya in fuga dalla Birmania – attendono in condizioni igieniche scadenti e sotto la costante minaccia di abusi da parte delle autorità dei campi. Le terribili condizioni degli internati sono per lo più tenute nascoste agli occhi del mondo, e molto di quello che è trapelato è merito del Guardian, che nel 2016 ha pubblicato un rapporto, i Nauru files, in cui sono raccolte le numerose violazioni compiute contro i migranti. Fortunatamente, non c’è solo chi elogia la tolleranza zero australiana. Humans Right Watch, Amnesty International (qui la sua petizione), governi e organizzazioni internazionali hanno infatti pubblicamente condannato questa situazione.

 

Mare Nostrum

Sulla situazione europea non c’è molto da aggiungere a quello che siamo abituati a leggere quotidianamente. I confini del Vecchio Mondo e la loro “difesa” sono un argomento spinoso, che divide i Paesi membri. I punti di accesso, da anni, sono principalmente i paesi della rotta dei Balcani e, ovviamente, le coste del Mediterraneo, diventato ormai una tomba. Nelle sue acque, infatti, sono morti più di trentamila migranti negli ultimi 15 anni. I tentativi per scoraggiare le traversate sono stati svariati: dagli accordi del governo Gentiloni con la Libia ai decreti sicurezza. Il risultato della politica dei porti chiusi e delle multe alle ONG è attuale e noto a tutti, e rischia di far passare in sordina gli effetti drammatici degli accordi con lo “stato” africano, la Libia, di cui si parla molto poco. Un altro esempio di politiche di appalto della gestione dei flussi è l’enclave spagnola di Melilla, in Marocco.

 

Salute dei migranti e di chi li accoglie

Parlando di salute e migrazioni sono importanti alcune precisazioni. Il pilastro di questa questione è senza dubbio il fenomeno del migrante sano. Esso sta ad indicare che quando una famiglia decide di inviare qualcuno in un altro paese per cercare fortuna, decide che a partire sia l’elemento con maggiori probabilità di sopravvivere ai pericoli che possono manifestarsi nel viaggio e con le maggiori capacità fisiche per affrontare qualsiasi tipo di lavoro. Questo risponde in parte a tutta quella propaganda che si chiede come mai a venire qui non siano i bambini scheletrici che affollano le bacheche di qualcuno. Ma, ancora più importante, questo effetto spiega come in realtà chi raggiunge il paese di destinazione tenda ad avere poche malattie debilitanti, comprese quelle infettive.

 

Da sano a malato

Ad esempio, l’incidenza di tubercolosi in questi anni di forte migrazione non è aumentata considerevolmente. Nonostante questa infezione sia endemica in alcuni paesi di provenienza, essa viene controllata efficacemente dal sistema immunitario di un individuo sano. Il rischio di sviluppare la malattia nella sua forma aperta e contagiosa aumenta in condizioni di fame e mancato controllo dell’infezione di HIV, che deteriorano le difese dell’organismo ospite. O ancora, studi hanno dimostrato che degrado e stili di vita marginali – quali quelli in cui versano migranti esclusi dalla società – siano i veri responsabili dell’aumento di patologie infettive quali HIV, scabbia e altre infezioni, la gran parte acquisite nei paesi di stazionamento o arrivo.

 

Prevenzione – la soluzione

Conclusione; sono i sovraffollati campi in Libia e nei Balcani e gli ambienti marginali in cui spesso vivono queste persone a causare quegli aumenti di malattie che tanto temiamo. Non la provenienza. Una regolamentazione degli irregolari e la loro introduzione in sistemi sanitari strutturati sono fondamentali. Una corretta educazione all’utilizzo del sistema sanitariola prevenzione, il monitoraggio, l’educazione sessuale e igienica – che nei paesi di origine spesso è deficitario, risolverebbe una grande quantità di problemi. Problemi che le politiche di esclusione e detenzione tanto sbandierate al momento non farebbero che peggiorare.


A cura di Stefano Roli

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Stefano Roli

Classe 1992, cresciuto tra Modena e Bologna. Medico, appassionato di storia, letteratura e altre cose. Ho il pallino di essere sempre aggiornato su quello che succede nel mondo e a volte provo a raccontarlo.
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