SPOILER ALERT!

Il labirinto del fauno, uscito quasi esattamente dodici anni fa in Italia, è uno di quei film che si aprono a innumerevoli chiavi di interpretazione. Si può evidenziarne il contesto storico o concentrarsi sul suo significato esoterico, sottolinearne il messaggio politico o il simbolismo occulto. O ancora, ci si può soffermare sul rapporto tra i due piani del racconto, tra il mondo reale e quello fantastico. La domanda apparentemente più banale, quella su che cosa sia reale e cosa invece immaginazione, non è poi così superficiale. Essa può apparire sciocca se intesa come dubbio sulla verità fattuale delle avventure di Ofelia – sono gli elementi fiabeschi opera della sua mente o sono invece “reali”? Si tratta al contrario della domanda più interessante. Il momento della verità è nel finale e la risposta è spettacolare. Essa rappresenta, chissà se intenzionalmente, una delle più belle rappresentazioni della filosofia hegeliana.

La dialettica tra fantasia e realtà, che attraversa le quasi due ore del film, è al contempo quella tra due personaggi diametralmente opposti, Ofelia e il capitano Vidal. Lei costantemente in fuga dalla realtà, fin dalle prime scene, lui invece legato alla brutale concretezza del potere e della lotta per la sua affermazione. Nel finale tuttavia questa dialettica va incontro al suo ribaltamento: in perfetto stile hegeliano, essa viene smascherata come il suo opposto.

Chi insegue fantasie è il capitano Vidal: alla ricerca dell’onore e dell’immortalità – emblematica l’ossessione per l’ora della morte del padre – non è capace di condividere né di comprendere minimamente i sentimenti della bambina e della moglie. Anche il figlio neonato, l’unico di cui si curi, non è altro per lui che l’erede e il portatore del nome di famiglia. Ciò che insegue è un universale astratto: per conquistarlo è disposto a calpestare tutte le vite concrete che trova sulla sua strada. Proprio per questo nel momento stesso in cui muore di lui non resta nulla. I suoi uomini sono uccisi e suo figlio non saprà neanche il suo nome. L’onore, la gloria, l’immortalità a spese altrui si rivelano il nulla, e con la sua morte fisica muore ogni parte della sua persona.

Ofelia al contrario ha l’immortalità a portata di mano: esaudire la richiesta del fauno le spalancherebbe le porte del mondo sotterraneo e dell’eternità. Ciononostante rinuncia e si mostra indisponibile a sacrificare la vita di un singolo neonato che a stento conosce e che, tra l’altro, ha causato la morte di sua madre e sarà causa anche della sua. Ofelia riconosce che l’offerta del fauno è un’astrazione: il vero universale concreto è il bambino davanti a lei, e così gli altri esseri umani in carne ed ossa che ha incontrato e di cui ha avuto cura nel corso della storia. Proprio per questo, al contrario del capitano, lei ottiene l’eternità. Di lei restano piccole tracce sulla terra, a partire dalla vita del fratellastro, che di lei conserva molto più (grazie a lei alla fine è vissuto) di quanto non abbia del padre.

Sulla stessa linea, il finale del Labirinto del Fauno è però anche di più: esso ci restituisce uno degli scontri più celebri e meravigliosi della storia della filosofia, prendendo posizione. Non è estraneo al film un certo simbolismo religioso – si vedano la posizione della protagonista morente, il concetto di martirio e di sangue innocente. C’è però una storia biblica particolare che il finale esemplifica quasi letteralmente: la storia di Abramo e Isacco. Il fauno è Dio, e come Dio chiede ad Abramo di uccidere il figlio, egli chiede ad Ofelia di uccidere il fratellastro. Se il regista fosse stato Kierkegaard, il bambino sarebbe morto: l’ordine del fauno, per quanto incomprensibilmente crudele, andava eseguito.

Guillermo del Toro, nonostante citi una frase di Kierkegaard come sua ispirazione, opta in realtà per un’altra soluzione: secondo l’uomo etico hegeliano – e proprio questo è il rimprovero di Kierkegaard – Abramo sarebbe stato un assassino e uccidere Isacco un crimine infinito. E infatti lo è. Per Hegel come per il regista messicano non c’è nulla al di fuori dell’uomo, nessun aldilà, nessun valore trascendente che legittimi la sua soppressione. L’uomo è tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che ci resta. In una bellissima riedizione del cristianesimo secondo Hegel, Dio è morto e vive ormai soltanto nell’uomo. Nessuno ha capito questo quanto Ofelia, ed è per questo che lei può conquistare l’unica forma di immortalità che ci sia possibile: quella del ricordo degli altri e delle tracce che lasciamo sulla terra.


A cura di Fabio Santoro

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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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