La videosorveglianza resta una chimera odierna, un’arma a doppio taglio, utilizzata per scopi positivi e per scopi negativi, di prevenzione di reati, ma anche di invasione della propria privacy. Come ogni tecnologia, i suoi impieghi devono essere regolamentati, per evitare che le nostre vite private vengano costantemente osservate. Ci sono delle regole per una lecita videosorveglianza, ma non sempre queste vengono rispettate. Spesso si cerca di aggirarle con la scusa di una maggiore sicurezza, col rischio di consegnare a pochi le vicende di tutti.

 

Il “Business Sicurezza” tra norme e numeri

Utilizzare delle telecamere per prevenire reati, o per farci sentire più sicuri, è diventata un’attività redditizia, oltre che rischiosa. Redditizia perché, grazie all’opera di due inquilini del Viminale, Minniti prima, Salvini poi, 479 Comuni italiani (su 2.427 richiedenti) otterranno un lauto finanziamento (art. 35-quinquies del D.L. 113/2018, 10 milioni di euro per l’anno 2019, 17 milioni di euro per l’anno 2020, 27 milioni di euro per l’anno 2021 e 36 milioni di euro per l’anno 2022) per l’installazione e la gestione di impianti di videosorveglianza all’interno dei propri territori, per la prevenzione di reati, fenomeni di abusivismo, accattonaggio, e via discorrendo. Lasciando a qualcun altro le valutazioni politologiche sul ritorno elettorale di tale operazione, merita precisare che il finanziamento verrà scaglionato e frazionato tra i 479 Comuni beneficiari a seconda di un indice di criminosità (redatto dalle forze dell’ordine in tandem col Ministero degli Interni), andando dai più piccoli (con meno di duecento abitanti, come, per esempio in Piemonte, Soglio, 148, Castelletto d’Erro, 158, Quaranti, 181) ai più grandi (come Bergamo e Milano, che riceveranno insieme oltre due milioni di euro).

Rischiosa, perché non sempre utilizzare delle telecamere a circuito chiuso è lecito. Per poter comprendere al meglio l’insieme magmatico di regole che disciplinano la videosorveglianza, bisogna partire dalla sua finalità. Una Società privata come Monte dei Paschi di Siena, ad esempio, è legittimata quanto un Comune o un privato cittadino ad utilizzare delle telecamere? La risposta è sì, ma diversa è la finalità della videosorveglianza. La diversa finalità fa scattare poi differenti obblighi e responsabilità per chi la gestisce.

 

Ai sensi dell’art. 4 del GDPR (Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, richiamato dal nostro Codice della Privacy, Dlgs. 196/2003, modificato nel 2018), l’attività di videoripresa rientra all’interno delle attività qualificabili come “trattamento” e le immagini captate sono qualificabili come dati personali (cioè qualsiasi informazione riguardante una persona fisica direttamente o indirettamente identificata o identificabile, come il nome, dati relativi all’ubicazione, elementi caratteristici della sua identità fisica, culturale, sociale…).

A questo punto però entra in gioco la finalità del trattamento dei dati personali. E’ qui che la videosorveglianza fatta dai Comuni, da Società private e da cittadini nelle proprie abitazioni prende strade diverse.

 

Il “trade-off” tra privacy e Pubblica Sicurezza

La videosorveglianza per prevenire reati, garantire la sicurezza dei cittadini e i diritti di questi, rientra nella finalità di Pubblica Sicurezza, disciplinata dalla Direttiva dell’UE n. 680/2016 (con svariate declinazioni nella normativa italiana, a partire dal Testo Unico della Sicurezza del 2008, il Provvedimento del Garante Privacy del 2010, fino al Decreto Sicurezza del Ministro Salvini). Tale trattamento è derogatorio alle norme sulla privacy, proprio in ragione della particolare finalità alla quale è preordinato. In poche parole, videosorvegliare per Pubblica Sicurezza (da parte dei Comuni, delle Pubbliche Amministrazioni, degli Enti Locali come dello Stato) è possibile dando una semplice informativa (con apposito cartello), escludendo però il diritto di opposizione da parte del cittadino ripreso, ammettendo la conservazione delle immagini (e/o degli audio) per tutto il tempo necessario a svolgere indagini da parte delle forze dell’ordine, impedendo (in certi casi) la cancellazione definitiva dei video. Tutto questo è lecito purché non si vada a compromettere la segretezza delle indagini e la Pubblica Sicurezza (espressione quantomai vaga e pericolosa).

Riprendere la propria abitazione e le sue pertinenze, invece, è lecito. Come sancito dal GDPR (art. 2) può essere fatto anche senza esporre l’apposito cartello; possiamo stare tranquilli, non lediamo la privacy di nessuno, men che mai di qualche malintenzionato.

La videosorveglianza di spazi pubblici, al contrario, è cosa assai più complessa. La difesa del patrimonio aziendale è una finalità di videosorveglianza lecita, come ha riconosciuto anche il nostro Garante più volte, anche se sono ripresi spazi aperti al pubblico (come strade, sale d’attesa, sportelli ATM bancomat). Il trattamento tuttavia deve essere specificato al cittadino ripreso (con apposito cartello), chiarendo la finalità dello stesso, la durata della conservazione dei dati personali, le garanzie di sicurezza informatica degli stessi ed il minor numero possibile di soggetti autorizzati a gestirli. Inoltre, i nostri volti e i tratti di riconoscimento devono essere oscurati e resi disponibili ai soli Responsabili del Trattamento, così come debbono essere cancellati se trattati in modo illecito.

 

Non rispettare le regole della privacy costa parecchio: sono previste sanzioni per 10 o 20 milioni per le persone fisiche, oppure il 2% o il 4% del fatturato annuo per le persone giuridiche (come le Società private). In più il nostro Garante può sanzionare direttamente lesioni della privacy a livello nazionale (come è accaduto alla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle, per 50mila euro di multa).

In conclusione, la videosorveglianza non può essere indiscriminata, ma deve seguire determinate regole. La diversa applicazione di queste dipende dalla finalità della videosorveglianza stessa, con tutto ciò che ne deriva. Prevenire reati è assolutamente giusto, ma spiare le nostre vite certamente no. Finanziare la videoripresa può essere utile, ma non per fare il gioco del bastone e della carota.


A cura di Ermanno Salerno

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