Di Aglaia Pimazzoni

Organizzato da OGR – young researchers’ HUB for social sciences e dalla Fondazione Istituto Piemontese A. Gramsci, giovedì 20 aprile, presso il Polo del ‘900, si è tenuto un incontro per riflettere e discutere insieme sulla situazione politica interna e sul futuro delle relazioni internazionali della Turchia, alla luce dell’esito del referendum costituzionale, tenutosi domenica 16 aprile. 

All’incontro, moderato da Edoardo Frezet (Università di Nizza-Sophia Antipolis), sono intervenuti Chiara Maritato (Università di Torino), Francesco Pongiluppi (Università “La Sapienza” Roma) e Murat Cinar, giornalista indipendente.

I temi affrontati sono stati davvero molti: dalla campagna pre-referendaria, alla repressione in atto nei confronti delle opposizioni (ad oggi sono stati incarcerati oltre 150 giornalisti, più di 1000 accademici e circa 120.000 persone sono indagate a vario titolo per reati legati al terrorismo), i rapporti ambigui con l’Unione Europea e gli Stati Membri e, infine, l’ingombrante ruolo della Turchia nella NATO.

Il dibattito si è aperto con alcune riflessioni sul referendum e sulla campagna pre-referendaria, durante la quale si sono verificate numerose scorrettezze a danno del fronte del no (turco: hayir) come l’iniqua distribuzione degli spazi sui media statali, l’arresto di giornalisti e la chiusura di organi di stampa ritenuti “scomodi” dai promotori del referendum.

La vittoria del sì (turco: evet) con il 51,41% è stata da subito vigorosamente contestata da più parti per le numerose irregolarità riscontrate e documentate, anche dagli osservatori internazionali dell’OSCE e del Consiglio d’Europa, sia durante le votazioni sia durante gli scrutini.

Tuttavia, il fatto che ha destato maggiore scalpore non sono stati tanto i brogli a cui, come ricorda Cinar, i turchi sono abituati, ma la decisione dell’Ente Superiore per le Elezioni (YSK) di autorizzare il conteggio delle schede elettorali non vidimate, contrariamente a quanto previsto dalla legge.

Secondo gli osservatori internazionali sono circa 2.5 milioni i voti che potrebbero essere stati manipolati. 

Se la democrazia in Turchia non se la passa molto bene, le cose non vanno meglio per l’economia nazionale. Le grandi opere pubbliche, come il terzo ponte sullo stretto del Bosforo la cui costruzione ha comportato la deforestazione dell’unica area verde di Istanbul, sono state interamente finanziate dallo Stato, e sono servite principalmente a rimpinguare le casse delle aziende, tutte private, che le hanno realizzate.

Anche i dati relativi alla crescita economica, tanto cari al governo turco e costantemente sfoggiati in ambito nazionale e internazionale, si basano su un benessere non sostenibile. Di questo l’Italia ne sa qualcosa. In materia di appalti pubblici, le imprese italiane hanno ottenuto negli ultimi anni ottimi risultati aggiudicandosi appalti per la realizzazione di alcune tra le più importanti opere pubbliche turche. La partecipazione allo sviluppo infrastrutturale del Paese è uno dei campi di maggior rilievo per la collaborazione economica tra Italia e Turchia (nel 2016 la Turchia era 3° partner commerciale dell’Italia).

In un paese che, data la posizione geografica, si ritrova ad essere da sempre crocevia di popoli e culture, la questione identitaria è quanto mai di scottante attualità. Se fino a pochi anni fa la prima definizione identitaria era quella etnica, nell’ultimo periodo sta volgendo sempre più verso un’identità religiosa. Questo cambio d’identità corrisponde ad un preciso disegno politico portato avanti dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Questa strategia, che partorisce ogni giorno una minoranza diversa creando forti divisioni interne alla società, non è altro che la riproposizione in chiave moderna del “divide et impera” di antica concezione.

La stessa élite dei militari, la quale per anni è stata garanzia della laicità dello stato e della tutela della Costituzione, è stata mandata in pensione senza troppi riguardi. Erdogan mira alla polarizzazione della società: con lui o contro di lui. Il suo messaggio è chiarissimo: i suoi oppositori sono nemici del Paese (e della Pace) e l’unica alternativa al suo sultanato è il caos.


Per approfondimenti

Sul Referendum costituzionale

Sulla situazione dei giornalisti, degli accademici e delle opposizioni in Turchia:

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Aglaia Pimazzoni

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“Vedo gente, faccio cose ed esco male in foto” semicit.Human rights and environmental sustainability advocate. Fortunata per aver avuto la possibilità di studiare e lavorare a Bonn, Friburgo, Mosca e Amburgo.
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“Vedo gente, faccio cose ed esco male in foto” semicit.Human rights and environmental sustainability advocate. Fortunata per aver avuto la possibilità di studiare e lavorare a Bonn, Friburgo, Mosca e Amburgo.
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