La fine della (nuova) Sinistra europea

Le ultime elezioni politiche italiane hanno di fatto decretato la sconfitta e probabilmente, non me ne vogliano i sostenitori e gli iscritti, la fine del Partito Democratico. Le dimissioni del leader Matteo Renzi (chissà poi per quanto tempo) sanciscono la fine del suo progetto politico incominciato pressappoco nel 2012 e il suo vano tentativo di ripercorrere l’ascesa politica e la strada intrapresa a metà anni novanta dal labourista Tony Blair.

L’analisi che è stata fatta da molti giornalisti, opinionisti o esperti di politica da social sulla sconfitta della sinistra in Italia, tenendo presente anche del misero risultato ottenuto da Liberi e Uguali, è sempre stata circoscritta alla realtà nazionale e ai risultati di queste singole elezioni ignorando quasi completamente quanto successo negli anni scorsi nel resto d’Europa. Perché i risultati ottenuti dai partiti socialisti nell’Europa occidentale (Spagna, Francia, Olanda, Austria, Germania e Regno Unito) hanno inequivocabilmente mostrato la debolezza delle compagini socialiste all’interno del panorama politico europeo. Qualche sporadico articolo a riguardo è comparso, ma si tratta più di singole (giuste) intuizioni dei singoli che di vere e proprie analisi strutturate. Persino Bersani, dopo l’inaspettata vittoria di Trump, avevo pubblicamente ammesso come la Terza via inaugurata da Tony Blair potesse definitivamente considerarsi conclusa. Ma può essere soltanto colpa di scelte e modelli politici sbagliati? Ovviamente no.

L’esempio migliore per spiegare questo lento declino è rappresentato dal Partito labourista inglese: come spesso accade il Regno Unito è precursore di grandi novità politiche, così come l’Italia può a suo modo essere definita come il “laboratorio politico dell’Europa”. Ho citato volontariamente il titolo di un articolo apparso pochi giorni prima delle elezioni italiane in cui uno storico Olandese esperto di affari italiani “prediceva” il successo del Movimento 5 Stelle e della sua web-democracy. All’interno dell’ascesa e nel declino del partito d’oltremanica è possibile estrapolare diversi elementi di affinità con quanto successo anni dopo a molti dei partiti socialdemocratici europei.

1-Minute History | 5/6 | Tony Blair. Credit By: Cass Anaya. License: CC BY-NC 2.0

Tony Blair, primo ministro del regno unito dal 1997 al 2007 e al contempo leader del partito laburista dal 1994 sino al 20 giugno 2007, è stato l’artefice a metà anni novanta del New Labour, come lui stesso lo definì. Il suo modello di socialismo progressista e socio-liberale lo fece ben presto diventare una delle punte di diamante della third way assieme a Bill Clinton, all’epoca presidente degli Stati Uniti d’America. La terza via, e così il new Labour blairiano, aveva come scopo di superare gli antagonismi classici della destra e della sinistra creando di fatto un ponte tra i due schieramenti, ottemperando ai principi e ai dettami filosofici di entrambe le correnti politiche. L’eliminazione nel 1995 del vecchio statuto del partito è la prova tangibile di questo cambiamento, in particolare l’abrogazione della Clause IV introdotta nel congresso del 1918 e che, testuali parole, affermava:

To secure for the workers by hand or by brain the full fruits of their industry and the most equitable distribution thereof that may be possible upon the basis of the common ownership of the means of production, distribution and exchange, and the best obtainable system of popular administration and control of each industry or service.

Testimoniavano la rinuncia da parte del più vecchio partito socialista al mondo a raggiungere l’obiettivo del controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di distribuzione.

Questa posizione transitoria ha infatti permesso al Labour, per la prima volta nella sua storia, di ottenere il più largo successo in termini di voti e di seggi (N.d.R.: il sistema maggioritario inglese non premia il partito che ha ottenuto più voti, ma quello che è riuscito nelle circoscrizioni uninominali ad ottenere il maggior numero di deputati eletti) consentendo proprio a Tony Blair di diventare Primo Ministro.

Labour Party Leader Eamon Gilmore, Deputy Leader Joan Burton and Labour TD John Lyons launched Labour’s latest Stability Treaty poster today. Credit by: William Murphy. License by: CC BY-SA 2.0

I più fedeli seguaci dell’ortodossia socialista fin dal principio storsero il naso all’avvento di Blair alla guida del partito, ma dopo l’ininterrotto dominio Conservatore di Margaret Thatcher prima e John Mayor dopo, il cambiamento radicale della linea politica e programmatica sembrava l’unica possibile scelta. La grandezza del sistema partitico britannico – a mio personale modo di vedere e di intendere la politica – si concentra proprio in questo elemento: la capacità da parte dei partiti di sapersi reinventare e di adattarsi alle nuove sfide che si presentano loro davanti. E dopo la sconfitta di Brown, successore di Tony Blair alla guida del partito e della nazione, il Labour ha abbandonato questo modello per seguire il vecchio (anagraficamente e concettualmente) Jeremy Corbyn nel 2015.

Matteo Renzi non è stato il solo leader europeo che ha provato, inutilmente, a emulare non soltanto il blairismo, ma anche la figura di Tony Blair: dalla comunicazione sino alla strutturazione del partito, sono molti i punti in comune tra i due ex leader dei partiti di sinistra di Italia e Regno Unito. Qualcosa però non ha funzionato e i risultati elettorali degli ultimi 4-5 anni sono la testimonianza del fallimento da parte della sinistra europea. Dov’è dunque il problema?

Innanzi tutto bisogna riconoscere che la Terza via non ha prodotto i risultati sperati: il suo tentativo di coniugare la crescita economica del turbocapitalismo finanziario e la solidarietà sociale nei confronti dei meno abbienti appare oggi, alla luce delle statistiche, fallito. Senza alcun dubbio la crisi economica del 2008 ha negativamente contribuito a questo. Ma il vero punto nevralgico di questa caduta è che la sinistra socialista italiana (più in generale possiamo dire Europea) non parla più al popolo, alla cosiddetta classe proletaria, come lamentano certi esponenti del PD dopo i risultati del voto del 4 marzo. Nelle loro disamine è infatti molto marcato questo fatto: la nuova sinistra impostata sul modello blairiano-labourista non parla o non è più in grado di comunicare con questa fetta della società che storicamente è stata il grande bacino di voti e di consensi nelle decadi passate.

Populism Paste-up, Berlin. Crdit by: Dr Case. License: CC BY-NC 2.0

Questa spiegazione però appare poco esaustiva, perché può sì spiegare il declino delle forze di sinistra, ma non è in grado di giustificare la crescita e l’esplosione dei partiti antisistema – e molto spesso di estrema destra – cresciuti in tutta l’Unione Europea. I “perdenti della globalizzazione”, vale a dire tutti coloro che non sono riusciti a trarre vantaggio o a migliorare la loro condizione socio-economica dalla globalizzazione, in Germania così come in Francia, Italia, Austria, Olanda e Spagna hanno abbandonano i partiti della nuova sinistra che avevano adottato la via del third way di Blair. Illusi e amareggiati per essere stati lasciati indietro hanno rivolto le loro grida di rabbia nei confronti del sistema alle forze che meglio incarnano gli istinti protezionistici del mondo rimasto fuori dal treno dello sviluppo. Solo in questo modo si può spiegare come gli abitanti di diverse località della Francia siano passati dal voto di massa al Partito Comunista negli anni ’80 all’odierno sostegno al Fronte Nazionale. Basti pensare a movimenti come Alternativa per la Germania o il Movimento 5 Stelle: nel 2010 entrambi non esistevano e adesso nel 2018 sono diventati rispettivamente il terzo e il primo partito nei rispettivi paesi.

Alla stesso modo la sinistra si è riorganizzata attorno a movimenti e a ideologie molto lontane da quelle proposte negli anni precedenti: il primo fu Tzipras in Grecia, seguito da Podemos e da, come detto in precedenza, Corbyn. La nuova sinistra europea che sembra lentamente emergere riabbraccia molti dei modelli e dei contenuti abbandonati negli anni ’90 come la lotta di classe, l’uguaglianza sociale, la redistribuzione della ricchezza, il mantenimento (o il rafforzamento in alcuni casi) del welfare state maltrattato dal neoliberism abbracciando però alcuni contenuti minori della globalizzazione come il terzomondismo e la lotta all’identitarismo. La ripresa di questo modello sessantottino è testimoniato dal nuovo e vigoroso rapporto che intercorre tra queste nuove forze e i giovani: la possibilità di rivivere i fasti delle lotte degli anni ’60 e ’70 sembra attrarre le fasce più giovani più di quanto non siano state in grado di fare le “nuove” sinistre europee. Anche in questo caso però si tratta di movimenti e partiti agli estremi dello scacchiere politico, che incarnano il disagio e la rabbia degli elettori e la volontà non tanto celata di rovesciare il sistema. Con qualunque mezzo.

Socialist mural, Santiago, Chile. Credit by: Dimitry B. License: CC BY 2.0

A cura di Filippo Fibbia


Immagine di copertina Credit by: Emanuele, License: CC BY-SA 2.0

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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