Le migrazioni di massa verso l’Occidente, e non solo, sono un tratto caratteristico della nostra epoca. Esse rappresentano un fenomeno complesso che i nostri governi si sono trovati a fronteggiare, dimostrando spesso scarsa razionalità e sottomissione ad un’opinione pubblica incattivita dalle conseguenze della crisi economica e spaventata dal “diverso”.

L’obiettivo di questo articolo è analizzare brevemente le principali iniziative di contrasto all’immigrazione attuate dall’Unione Europea e dall’Italia negli ultimi anni, contrapponendole ad iniziative probabilmente più efficaci come quelle legate alla cooperazione internazionale allo sviluppo.

 

Le misure di contrasto all’immigrazione verso l’Europa

Sono particolarmente interessanti a tal proposito l’accordo UE -Turchia del 2016 e il trattato Italia – Libia del 2017.

Nel primo, i paesi europei promettono alla loro controparte tre miliardi di euro in cambio della sua disponibilità a riprendersi i migranti, perlopiù siriani, arrivati nelle isole greche proprio passando attraverso i confini turchi. Ma una domanda subito sorge spontanea: e l’asilo politico, stabilito dal diritto internazionale e dell’Unione Europea, che i migranti avrebbero diritto di richiedere in Grecia? Che fine fa? È presto detto: il rimpatrio in Turchia avverrebbe soltanto nel caso in cui la domanda di asilo fatta in Grecia venisse negata per infondatezza, inammissibilità o diniego. Tutto ciò grazie al fatto che la Turchia viene considerata un “Paese sicuro”, ossia in grado di offrire protezione internazionale sufficiente a chi fugge dal proprio Paese per guerre o persecuzioni. Ma anche in questo senso sorgono dei problemi. La Turchia fa parte della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ma utilizza la cosiddetta “clausola geografica”, che permette l’applicazione del contenuto della Convenzione ai soli migranti provenienti dall’Unione Europea. Esiste una forma di protezione per i richiedenti asilo non europei, ma diversa da quella prevista dalla Convenzione e, comunque, temporanea.

Per quanto riguarda invece l’accordo Italia – Libia del 2017, il meccanismo utilizzato è molto simile: soldi o finanziamenti in cambio della promessa del Paese ricevente di tenersi i migranti. Gli obiettivi dichiarati dell’accordo sono infatti la gestione dei flussi migratori e lo sviluppo della regione, attuati nella pratica tramite il blocco dei migranti e il loro respingimento alla frontiera libica oppure attraverso la loro intercettazione da parte della guardia costiera libica e il loro trasferimento in centri di accoglienza libici, a cui segue il rimpatrio o il ritorno volontario nei paesi di origine. Tutto questo grazie agli sforzi finanziari italiani, dedicati alla creazione di strutture di contrasto all’immigrazione irregolare, alla formazione di personale e all’assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libiche.

 

Come garantire il “diritto a non migrare”: la cooperazione internazionale allo sviluppo

Dall’analisi di questi trattati si possono trarre diverse conclusioni.

Innanzitutto, che i politici europei non vogliono vedere migranti arrivare sulle nostre coste. Per anni essi hanno fomentato o, nel migliore dei casi, hanno aiutato a fomentare una guerra tra poveri, tra i loro concittadini e i migranti, ritenendo quest’ultimi causa dei mali che affliggono le nostre economie. Mali che, ça va sans dire, derivano invece dalla crisi economica del 2007-2008, dovuta a sua volta dalla deregolamentazione dei mercati voluta dalla stessa classe politica. È molto più facile prendersela con delle persone colpevoli solo di voler trovare una vita migliore lontano dal proprio Paese, invece di incolpare sé stessi per le pessime scelte economiche prese in passato. C’è qualcosa di marcio nel nostro sistema economico, che permette a pochi Paesi occidentali di possedere l’80-90% della ricchezza mondiale, mentre il resto del mondo muore letteralmente di fame. E la colpa di tutto ciò non è sicuramente dei migranti che arrivano in Europa.

Ricollegandoci a questo, possiamo trarre un’ulteriore conclusione: queste persone avrebbero tutto il diritto a rimanere nel loro Paese, usufruendo di quello che molti studiosi, tra cui Laura Zanfrini, chiamano il “diritto a non migrare”. Ovvero, il diritto a cercare la propria felicità e il proprio benessere senza essere costretti ad affrontare un viaggio lungo e pieno di pericoli. Chi desidera migrare può farlo, con le migliori condizioni garantite, ma non deve essere l’unica soluzione ad una vita di stenti.

Questo “diritto a non migrare” potrebbe trovare un suo garante nella cooperazione internazionale allo sviluppo, ossia, utilizzando le parole di Bonaglia e De Luca, nelle «politiche attuate da un governo, o da un’istituzione multilaterale, che mirano a creare le condizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale duraturo e sostenibile in un altro Paese». Attenzione: quello che fa l’Italia in Libia con i suoi finanziamenti (per i quali, tra l’altro, usa proprio fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo in Africa) non è creare sviluppo economico, né tantomeno creare «sviluppo sociale duraturo e sostenibile», poiché lo sviluppo sociale è creato da istituzioni solide, che finanziano l’istruzione, la sanità e il lavoro. Tutto ciò non sta avvenendo in Libia, Paese ancora molto diviso sul piano politico.

Attuare realmente delle politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo significa, ad esempio, incentivare l’agricoltura migliorando i sistemi di produzione in maniera sostenibile e concorde alle tradizioni locali. Oppure, aiutare nella costruzione di infrastrutture scolastiche e sanitarie. Glli esempi possono essere molteplici e i metodi di cooperazione altrettanti. La cooperazione allo sviluppo potrebbe essere un ottimo sistema di riduzione delle disuguaglianze, e quindi dei flussi migratori, se messa in pratica eticamente e partendo da determinati ideali, utilizzando i fondi per fini di sviluppo e non come mezzo monetario per tenere i migranti lontani dalle nostre coste.

 

Conclusioni

La cooperazione allo sviluppo, anche se ben attuata, comporta però alcuni problemi. Non è, innanzitutto, un processo di breve periodo, non è visibile agli occhi dell’opinione pubblica occidentale e, sicuramente, non risolverà da sola i problemi del Sud globale, ma è probabilmente la soluzione più “umana” ed eticamente corretta per risolvere il problema delle disuguaglianze. È comprensibile che gli interessi politici ed economici prevalgano nella distribuzione di determinati tipi di fondi e che non tutti siano disposti ad aiutare sinceramente qualcuno che non vedono con i loro occhi. E’ altresì comprensibile che cinque anni di legislatura non siano sufficienti per registrare una significativa diminuzione degli sbarchi, a meno che non si utilizzino metodi disumani. Rimane il fatto che probabilmente l’unico modo per non costringere migliaia di persone a partire, per poi vedere molti di loro morire nel Mediterraneo, sia di “aiutarli a casa loro”, ma nel senso letterale, non retorico, della frase: investire nella cooperazione internazionale allo sviluppo significa aiutare i contadini, significa costruire infrastrutture, significa un più alto livello di educazione. Significa dare la possibilità a meno persone di rischiare la vita e, di conseguenza, significa vederne meno qui, come l’opinione pubblica desidera.


A cura di Agnese Saracco

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