Che un accordo di pace non comporti automaticamente la fine di un conflitto è ormai appurato dalle esperienze di numerosi Paesi, la Colombia in primis. Nel corso degli anni, sono stati numerosi i tentativi di porre fine al conflitto tra il governo colombiano e la guerriglia marxista-leninista nota come FARC. L’ultimo risale al 2016, anno della firma degli Accordi di Pace de L’Avana. Per comprendere se stavolta termineranno realmente le ostilità, è necessario verificare la presenza o meno di quei fattori che generalmente rendono solido un processo di pace, garantendone il successo nel lungo periodo.

 

Il ruolo della Comunità internazionale e il coinvolgimento degli attori locali

L’esito di un processo di pace dipende in primo luogo dall’efficacia della gestione delle fasi di negoziazione e post-conflitto. Rispetto ai negoziati precedenti, il conflitto colombiano nel 2012 ha palesato per la prima volta quelle condizioni di maturità imprescindibili per una cessazione definitiva delle ostilità. A partire dal 2002, entrambe le fazioni presenti in Colombia, dopo più di 50 anni di lotta, hanno maturato la consapevolezza della propria incapacità di ottenere una vittoria militare decisiva sull’avversario. Partendo da ciò, si è giunti alla conclusione che la continuazione delle ostilità avrebbe oltrepassato ogni tollerabile livello di sofferenza. Da qui l’impasse che ha spinto le parti ai tavoli di negoziati, unica via d’uscita alternativa al conflitto armato.

 

Gran parte del merito è attribuibile all’ex presidente Juan Manuel Santo, il quale, con la sua diplomazia di pace, oltre ad ammettere l’esistenza di un vero e proprio conflitto armato nel Paese, ha riconosciuto la necessità che in Colombia si procedesse con le trasformazioni strutturali necessarie a demolire quelle barriere che avevano consentito alle guerriglie di imporsi in molte zone come una sorta di stato alternativo.

Una delle maggiori problematiche delle negoziazioni, in Colombia ma non solo, riguarda la mancanza di fiducia tra gli avversari. Questa, tuttavia, può essere mitigata dalla presenza della Comunità Internazionale: come ampiamente dimostrato, i problemi di sfiducia possono essere superati grazie ad uno o più attori esterni in grado di garantire l’attuazione di un definito accordo.

Per questa ragione, il coinvolgimento di Paesi garanti (Cuba e Norvegia) e accompagnatori (Venezuela e Cile), assieme all’impegno delle Nazioni Unite di monitorare la fase post-conflitto, ha conferito all’accordo maggiori possibilità di successo. La partecipazione di attori terzi consente di introdurre dinamiche di neutralità, ha carattere conciliatorio e propone incentivi e idee. Oltre a ciò, favorisce la creazione di un ambiente propizio alla fluidità e all’avanzamento dei negoziati, fornendo garanzie nella fase post-conflitto.

Il ruolo che la Comunità Internazionale (CI), in particolare le Nazioni Unite, l’Europa, gli Stati Uniti e il Venezuela, hanno svolto e continuano a svolgere in ciascuna delle fasi del processo di pace, è dipeso dal fatto che il conflitto colombiano, con il susseguirsi degli eventi, ha perso la propria natura esclusivamente domestica, acquisendo rilevanza nel sistema internazionale. Questo non solo per gli effetti spillover o “di sconfinamento” del conflitto e delle sue dinamiche oltre le frontiere nazionali, ma anche per il naturale interesse della CI alla protezione dei diritti umani. Oltre a ciò, merita considerare anche l’esplicita volontà delle parti in disputa di internazionalizzare le ostilità, per trarne vantaggio strategico ed appoggio logistico.

 

Per l’esito dell’assai delicata fase del post-conflitto, in Colombia sembra si sia recepita un’importante lezione derivante dalla “Teoria delle Relazioni Internazionali”: mai limitarsi alla mera attuazione degli accordi di pace. Al contrario, è essenziale “trasformare” il conflitto, realizzando quelle riforme strutturali in grado di instaurare una pace “positiva”.

In Colombia il governo si è assunto l’onere di agire per soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione, così da superare le problematiche alla base della violenza. L’esito di tali misure, tuttavia, non dipende solo da fattori endogeni come le riforme governative e la giustizia transizionale, ma anche da fattori internazionali. Ancora una volta, è il coinvolgimento della CI a conferire stabilità al post-conflitto, poiché non solo è garante degli accordi pattuiti, monitorando e verificandone il rispetto, rendendo “più costoso barare“, ma fornisce aiuti indispensabili alla costruzione di quella infrastruttura di pace che dà sostenibilità al processo, attraverso aiuti sia finanziari che di esperienze, know-how, assistenza alla società civile e ai fondamentali programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione nella società degli ex combattenti.

Un’ulteriore lezione che la Colombia sembra aver appreso, è l’importanza del coinvolgimento degli attori locali nel processo di pace. Le comunità locali, dopo aver patito le conseguenze più nefaste del conflitto, si trovano a gestire il reinserimento degli ex combattenti. Per questa ragione, il fatto che il processo di costruzione della pace in Colombia preveda un approccio bottom up, dal basso, in termini di azioni internazionali e nazionali collegate al tessuto sociale, consente di valutare la prospettiva con moderato ottimismo. Poiché un conflitto può intendersi come “il prodotto del contrasto tra le aspettative dei gruppi sociali ed il loro reale accesso alla prosperità e al potere“, la forza di un accordo può essere misurata dalla sua capacità di garantire la redistribuzione del potere politico e delle risorse economiche. A tal proposito, gli impegni presi circa la partecipazione alla politica delle FARC può essere intesa come una redistribuzione del potere politico. Viceversa, le promesse riguardanti le riforme strutturali e la riforma agraria, possono considerarsi una redistribuzione di risorse. Finché la popolazione rurale continuerà ad essere abbandonata dallo stato e sfruttata dalle élite socioeconomiche, l’essenza delle FARC, in termini di ideologia e rivendicazioni, rimarrà in vita e ci sarà sempre il rischio di ripresa delle armi.

 

Uno scenario tutto in divenire

La vittoria della destra nel marzo dello scorso anno, scettica sugli accordi raggiunti, suscita il timore che gli impegni assunti possano essere disattesi. Tuttavia, il mancato rispetto degli impegni presi isolerebbe internazionalmente la Colombia, anche con gravi ripercussioni interne. Le FARC sono state di parola, hanno abbandonato le armi e abbracciato la politica. Adesso la palla è nel campo del governo centrale.


A cura di Mariacaterina Frallonardo

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