Sembrava che la morte di uomini, donne e bambini avvenuta durante le proteste contro il trentennale regime del presidente Omar al Bashir avesse regalato al Paese una nuova speranza. Al Bashir, uno degli ultimi tiranni presenti sul suolo africano, è il dittatore su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale de l’Aia per crimini contro l’umanità perpetrati in Darfur. La sua deposizione da parte delle forze armate del Paese appariva secondo molti cronisti internazionali come una “Primavera” per lo Stato centrafricano, complice anche la data dell’incarcerazione del presidente avvenuta il 12 Aprile 2019. Simbolo delle contestazioni di piazza, nonché un trend topic sui social sono diventati i canti tradizionali che invocano il cambiamento intonati da una giovane e sconosciuta Kandaka; letteralmente “regina nubiana”.

 

Gli eventi

Ad inizio giugno le forze armate hanno chiesto ai manifestanti di abbandonare le piazze della capitale. Davanti al rifiuto dei civili sudanesi e ai loro sit-in di protesta, l’esercito ha risposto con la forza attaccando lunedì 3 giugno la popolazione e causando la morte di più di 100 persone. A sostegno dei militari è intervenuto il famigerato gruppo denominato “Forza rapida di supporto”, un’unità speciale creata dal precedente governo al Bashir, già responsabile di massacri in Darfur e complice nella deposizione del suo stesso fondatore.

Se in Algeria il popolo si è rifiutato di accettare il quinto mandato del presidente Bouteflika, non tanto per destituire l’ottantaduenne leader del Fronte di Liberazione Nazionale quanto per spezzare definitivamente un sistema corrotto, il caso Sudanese appare al momento molto più vicino alla “Primavera Araba” egiziana. Diversi portavoce dei principali gruppi di protesta hanno puntato il dito contro i paesi del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, rei di aver spinto le forze armate sudanesi a reprimere le nuove proteste per timore di un possibile contagio delle rivendicazioni popolari. Tuttavia, le possibilità che si instauri un regime militare nella vecchia “Alta Nubia“ (l’antico nome del Sudan) sembrano oggi dissipate dalle dichiarazioni del generale Abdel Fattah al Burhan, attualmente a capo delle operazioni militari nel Paese. Egli ha infatti pubblicamente “promesso” – il virgolettato in questi casi è assolutamente d’obbligo – nuove libere elezioni tra nove mesi.

 

Il Sudan e il Mondo

Il Sudan è tutt’oggi uno dei pochi paesi africani “libero” dalla longa manus cinese. Tale indipendenza economico-politica è dovuta alla sua posizione geografica e alla forte impronta islamista della nazione, impressa dalla trentennale dittatura.

Dietro richiesta di Regno Unito e Germania, si è riunito a porte chiuse sul caso sudanese il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’epilogo non è però stato diverso da quello ben più celebre del 2010, quando Cina e Russia – esercitando il diritto di veto – bloccarono l’approvazione di una risoluzione che condannava l’uccisione dei civili e chiedeva alle potenze mondiali di fare pressioni sul regime di Assad in Siria. Il nulla di fatto emerso da questa riunione non è altro che un triste déjà-vu all’interno del Palazzo di Vetro di New York. Inutile sottolineare come ancora una volta, dopo il più eclatante caso della Siria, le Nazioni Unite mostrino tutto il loro limite e la loro incapacità d’intervento. A margine della riunione, un esponente del governo di Mosca ha sottolineato come la Russia esprima tutta la sua contrarietà “ad ogni intervento straniero” sul territorio sudanese e che la paventata ipotesi di libere elezioni sono la sola cosa di cui il paese ha bisogno a patto che “estremisti e provocatori” vengano emarginati.

Questi fatti mettono in luce ancora una volta la difficoltà del processo di transizione tra dittatura e democrazia e il ruolo predominante delle forze militari nel continente nero. Una risposta importante viene dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, che ha sospeso la partecipazione del Sudan da tutte le attività dell’organismo. Le decine di corpi recuperati dalle acque del fiume Nilo sono purtroppo soltanto l’inizio di quella che si preannuncia essere la nuova grave crisi africana nella quale ancora una volta l’Unione Europea osserva confusa e incapace di presentarsi con una sola voce e una sola posizione ben delineata. Senza dimenticare che, come già scritto un po’ di tempo fa a proposito del Sud Sudan, il nuovo “fratello” del Sudan versa anch’esso in difficili condizioni che non aiutano di certo a stabilizzare la difficile situazione interna venutasi a creare.

Per il Sudan si preannuncia dunque una torrida estate, non solo dal punto di vista meteorologico. I prossimi difficili mesi saranno cruciali per scongiurare l’ennesima crisi nel cuore dell’Africa.


A cura di Filippo Fibbia

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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