“Chi vede un fiume guarda il verso in cui scorre, deve scendere secondo la corrente. Ma il futuro di un fiume è alla sorgente.” (E. De Luca, E disse, 2011).

Di Federica Sgarbossa

I tempi che viviamo, di vera e propria emergenza economica e sociale, di diffuso disagio, di incertezza sul futuro, rendono forse inevitabile il prevalere di atteggiamenti improntati alla denuncia di quanto sembra non funzionare. L’indignazione è certo un sentimento nobile, se significa l’indisponibilità alla rassegnazione, all’accettazione passiva di ciò che esige di essere cambiato, ed è per questo che è stato necessario scrivere questo articolo.

La storia di un paese, il suo ben-essere, le sue prospettive di sviluppo non dipendono solo da dati econometrici e dal valore del PIL, ma anche dal patrimonio culturale che possiede, che produce, che fa diventare piattaforma di valori condivisi, elemento di identità e coesione, tessuto di vita civile: questo è l’ormai famoso capitale sociale.

La cultura dunque, è voce fondamentale di quel bilancio complessivo su cui si costruisce e si giudica il Buon Governo. In tutte le teorie sociologiche si distinguono diversi sottoinsiemi funzionali e, accanto al potere economico, politico, legale, c’è sempre anche quello ideologico o culturale.

In questo senso, l’atteggiamento di una collettività nei confronti della promozione della cultura è diverso dall’idea stantia secondo la quale bisogna sostenere musei e teatri perché la “cultura va protetta”: promuovere, incoraggiare lo sviluppo della cultura, così come sostenere l’istruzione diffusa, serve a gettare le fondamenta per una società realmente libera, realmente democratica, fatta di persone in grado di capire, valutare, ragionare, di superare l’impeto emotivo “di pancia”.

Ma le politiche per aumentare il capitale d’istruzione nel nostro Paese devono aver avuto qualche falla: ad esempio, comparando il numero di laureati in Italia con il dato relativo agli altri paesi europei, si scopre che siamo battuti in negativo solo dalla Romania, che ha 13,6% laureati ogni 100 abitanti (l’Italia, invece, può vantarne “ben” 13,8). Al contrario, paesi come Svezia, Regno Unito, Finlandia, tanto per citarne alcuni, contano una percentuale di laureati decisamente più alta, quasi 3 volte quella italiana.

Inoltre, si aggiunge il fenomeno che il linguista Tullio De Mauro nel 2011 ha definito “analfabetismo di ritorno”: oltre il 70% della popolazione italiana si trovi al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà. Questo denota come solo una piccola percentuale della popolazione possieda le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.

In questa società “impersonale”, l’istruzione e la cultura non sono viste come priorità: essa complessivamente manifesta una sostanziale disattenzione rispetto alla cultura e al mondo dell’istruzione (basti pensare al basso status sociale di cui godono gli insegnanti, professione centrale per qualunque Paese che voglia dirsi civile). In Finlandia, ad esempio, il 12% del PIL è investito nell’istruzione, contro all’incirca il nostro 5 %. Il risultato è che nel Nord-Europa vi è un elevato numero di laureati.

Per concludere citiamo un estratto di The Learning Curve: “L’istruzione conviene. È provato che nella maggior parte dei Paesi il livello di istruzione produce più alti guadagni, una maggiore aspettativa di vita, scelte personali più ponderate, un minor numero di comportamenti a rischio”. Senza contare che il sostegno culturale dato dalla Finlandia alla scuola e all’istruzione in generale è molto elevato: un profondo impegno morale e socio-politico nei confronti della scuola, unito alla convinzione che l’istruzione sia un dovere morale ed etico verso la famiglia e la società, oltre che nei confronti del proprio progresso personale. Alla figura del docente si attribuisce grande importanza, e si investe molto nella fase di reclutamento e di formazione.

Abbiamo una grande tradizione d’istruzione e culturale, torniamo a coltivarla.

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TOmorrow nasce nel 2016 nell'Università degli studi di Torino, dall'idea di un gruppo di amici. Il nostro obiettivo è dare spazio alle opinioni di giovani studenti e professionisti sull'attualità internazionale e nazionale.
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