Una nuova frontiera per l’Italia: la nostra missione in Niger

L’Italia torna in Africa. Per esplicita dichiarazione di Gentiloni e del capo dello Stato Maggiore, il generale Claudio Graziano, il nostro paese mobiliterà alcune centinaia di uomini per inviarli in Niger. L’obiettivo dichiarato è duplice: l’eradicazione dei gruppi terroristici che scorrazzano liberamente nel deserto e la chiusura della principale rotta migratoria verso l’Europa.

Paese chiave dei collegamenti tra l’Africa subsahariana e le coste mediterranee, il Niger ha sofferto negli ultimi anni dell’instabilità dei suoi vicini. Il crollo del regime di Gheddafi e il conseguente collasso dello Stato libico hanno causato la liberazione nell’area saheliana di milizie senza controllo armate con gli ex arsenali governativi, le quali hanno approfittato della porosità delle frontiere della regione per creare un prospero contrabbando di armi, droghe ed esseri umani. La drammaticità della situazione ha causato la caduta del vicino Mali, cui solo l’intervento internazionale a guida francese ha impedito di trasformarsi in una replica saheliana dell’Isis.

Ogni giorno dal Niger transitano migliaia di migranti diretti in Europa, il tutto sotto lo sguardo delle truppe francesi che pattugliano l’area, troppo poche per garantire il contrasto combinato di terrorismo e immigrazione irregolare. D’altronde, dall’Eliseo sono stati chiari: la priorità va alla lotta ai jihadisti.

Alla sua Grand Strategy per la chiusura dei canali migratori, Gentiloni ha d’altra parte devoluto grandissime energie, sia ieri come Ministro degli Esteri che oggi da Primo Ministro. Conclusi gli accordi con i due governi libici, il raggio d’azione italiano ha così risalito il flusso migratorio fino al principale snodo delle rotte migratorie: il Niger, appunto.

Il Niger nel contesto dell’Africa occidentale. In blu è ben visibile la base militare di Madama, nei pressi della frontiera con la Libia.

L’entità esatta dell’impegno italiano appare ancora imprecisata, così come i tempi dell’operazione (che dovrebbe comunque partire entro la primavera). Si stima però l’impiego di circa 500 uomini, che affiancheranno le forze nigerine con compiti di addestramento e pattugliamento della frontiera con la Libia (circa 600 km in pieno Sahara), fornendo specifici mezzi aerei e tecnologici (radar, droni, etc.). Nonostante la missione sia ufficialmente no combat, lo stesso generale Graziano ha ammesso la criticità del compito dei soldati italiani e le conseguenti possibilità d’ingaggio di scontri a fuoco.

Le forze impiegate saranno inizialmente composte da 120 tra i parà della Folgore e gli uomini del Genio militare, ai quali si sommeranno in seguito i soldati provenienti da Afghanistan e Iraq. Sconfitto Daesh e liberata Mosul, infatti, lo stesso Gentiloni ha indicato come l’impegno italiano in Medio Oriente sia destinato ad alleggerirsi in favore del nuovo fronte africano. Anche dal Ministero della Difesa sono arrivate indicazioni in tal senso, con il ministro Pinotti che ha indicato come quella in Niger sia senz’altro una missione più vicina agli interessi italiani.

 

L’IMPEGNO INTERNAZIONALE E GLI ERRORI DEL PASSATO

L’Italia non sarà sola. L’intervento italiano si affiancherà alla forza internazionale a guida francese dell’Operazione Barkhane, attiva soprattutto in Niger e Mali con compiti di contrasto al terrorismo. Le truppe italiane potranno così stabilirsi nella base francese di Madama, riaperta nel 2015 al posto di un vecchio forte della Legione Straniera e distante meno di 100 km dal confine con la Libia.

Secondo gli esperti del governo, questa missione costituisce la naturale prosecuzione della strategia italiana per il contrasto delle rotte migratorie, inaugurata nei mesi scorsi dagli accordi con i governi libici di Al Sarraj e Haftar. In quest’ottica, l’affiancamento delle forze nigerine da parte dei soldati italiani mira a ristabilire l’autorità del governo locale sui propri confini, tagliando in due il cordone ombelicale che unisce i trafficanti di esseri umani dalla Libia all’Africa subsahariana.

Non pochi appaiono però i punti critici, legati non tanto alla missione in sé quanto piuttosto a come sarà portata a compimento.

Anzitutto, la preminenza numerica e politica che la Francia possiede in Niger, unita alla fine prossima del mandato di Gentiloni, rischia di trasformare le forze italiane in ausiliarie di quelle francesi. In questo, importantissima sarà la stabilità politica e la determinazione del nostro prossimo governo.

Inoltre, anche in caso di successo delle misure di contrasto delle rotte migratorie nigerine, appare più che possibile che i trafficanti d’esseri umani dirottino i migranti lungo vie alternative, secondo uno schema già visto sia in Turchia che in Europa.

Più in generale, però, appare primario specificare come in questo genere di contesti l’approccio militare sia sì essenziale, ma non autosufficiente. La garanzia di sicurezza e l’eradicazione forzata delle componenti devianti non garantisce infatti la risoluzione di quelle che sono le domande più profonde. In altri termini, l’uso della forza non risolve il problema alla radice. Sottosviluppo, emarginazione politica, povertà, carestie etc., sono questioni cui l’uso delle forze armate può porre un tampone, limitandone gli effetti negativi sull’ordine societario, ma non risolvere. È una lezione che tendiamo a dimenticare, nonostante gli insegnamenti, tra gli altri, degli interventi in Iraq e Afghanistan.

In Niger come nel vicino Mali, così, le missioni militari potranno costituire un ottimo presupposto di partenza. Ma proprio perché tale, ad esso dovranno seguire azioni complementari mirate alla stabilizzazione delle società nazionali locali e delle loro capacità economiche strutturali. Perché questo abbia luogo, però, serve una volontà politica forte e condivisa non solo a livello nazionale (e già non è semplice), ma a livello europeo. Purtroppo, se già appare impensabile che Italia e Francia, da sole, risolvano i problemi dell’intera Africa occidentale, risulta parimenti difficile immaginare che paesi come Polonia e Ungheria impieghino uomini e risorse in un’operazione tanto lontana dai propri confini nazionali.


A cura di Francesco Merlo

 

Immagine di copertina dal Ministero degli Affari Esteri Francese https://ne.ambafrance.org/CARTE-DU-NIGER-3574

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Francesco Merlo

Cresciuto tra le maestosità fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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