Intrighi postelettorali: cosa è successo e cosa potrebbe accadere

Come volevasi dimostrare, il Rosatellum ha mietuto le sue vittime. E cioè, tutti.

È proprio il caso di dirlo: Rosatellum 1 – sistema politico 0. D’altronde, queste erano le previsioni sin da quando la nuova legge elettorale era stata approvata. Nessun vincitore, dunque. O forse sì?

In effetti, ad uscire trionfanti – trionfanti, non vincitori – da queste elezioni sono stati essenzialmente in due: il Movimento5Stelle e la Lega di Matteo Salvini. Il motivo del trionfo è comprensibile e trasversalmente riconosciuto; il primo ha infatti superato le aspettative, risultando di gran lunga il primo partito con circa il 32% dei voti, mentre il secondo, contro ogni previsione, ha vinto la competizione interna al centrodestra, con circa il 17% dei voti contro il 14% di Forza Italia.

Ma attenzione! Non dobbiamo commettere l’errore di confondere i piani di questi due trionfi. La metafora calcistica, come spesso accade in politica, potrà essere d’aiuto: il 4 marzo non abbiamo assistito a una finale, ma ad una semifinale. Il campionato, infatti, sarà vinto da chi riuscirà a formare un governo. A contendersi la semifinale sono state sostanzialmente tre squadre: il centrosinistra, il Movimento5Stelle e il centrodestra. Il risultato inequivocabile della partita è che a classificarsi sono stati questi ultimi. All’interno della squadra del centrodestra, poi, è accaduto un fatto ulteriore: la consegna della fascia da capitano al giocatore considerato fino a quel momento “il secondo più forte della squadra”.

Tutto questo cosa ci dice? Molto semplicemente, che il trionfo della Lega è circoscrivibile essenzialmente all’interno della coalizione del centrodestra, mentre il successo del M5S è generale. Pertanto, non ha alcun senso porre sullo stesso piano Lega e M5S per argomentare chi dovrà ricevere l’incarico di formare un governo e, dunque, chi potrà definitivamente definirsi vincitore. Sarebbe come tentare di fare un paragone tra l’Inter, una squadra, e Francesco Totti, un singolo giocatore. I veri protagonisti di quest’ultima sfida per la vittoria del campionato, dunque, sono da un lato il M5S e dall’altro il centrodestra – ovviamente, a trazione leghista.

E cosa ne sarà del terzo sfidante, il centrosinistra? Nonostante la bruciante sconfitta, sconfinata ben al di là di ogni previsione interna ed esterna al Partito Democratico, quest’ultimo potrebbe rivelarsi decisivo per i futuri sviluppi, presentandosi come ago della bilancia capace di portare alla formazione di un governo. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, sia Di Maio che Salvini, all’indomani del voto, hanno espresso la loro disponibilità al dialogo e all’apertura verso gli altri partiti, specialmente a sinistra. A partire dall’elezione dei presidenti delle due Camere, per cui le stesse si riuniranno il 23 marzo, «sarà difficile che qualche passo in avanti verso l’inizio di una nuova legislatura possa essere compiuto senza di noi», ha affermato martedì sera il capo politico del M5S. Tuttavia, rimane l’incognita se il Movimento continuerà realmente a mostrarsi intransigente verso la possibilità di un’alleanza che preveda lo spacchettamento e riformulazione di quella squadra di governo presentata dallo stesso Di Maio prima del voto, o se emergeranno aperture in tal senso, senz’altro più favorevoli alla riuscita di una possibile alleanza.

In casa del centrodestra, il fronte pare rimanere compatto, con i leader delle quattro forze che si sono dichiarati intenzionati a rimanere uniti e a ricercare insieme una maggioranza di governo. Matteo Salvini è stato ufficializzato capitano da chi gli ha passato la fascia gialla, Silvio Berlusconi; che, nel frattempo, si è seduto in panchina con il ruolo definitivo di allenatore della squadra.

La situazione si presenta invece ben più tesa nel PD (basta chiamarlo centrosinistra; c’è solo lui), dove il suo segretario Matteo Renzi ha sì annunciato le dimissioni, ma a data da destinarsi. O meglio, ha firmato le dimissioni ma rimarrà ufficialmente segretario del suo partito fintanto che non si saranno insediate le nuove Camere, saranno stati eletti i nuovi presidenti e sarà stato raggiunto un accordo per un nuovo governo. Nel frattempo, Renzi ci ha tenuto ad essere chiaro nel dettare l’agenda del suo partito, riassumibile nel seguente modo: niente inciuci e mai stampella di estremisti (leggi, Lega e M5S). Peccato che in molti nel PD, a partire dal governatore della Puglia Emiliano, da sempre avversario di Renzi, si siano schierati di lì a poco proprio in favore di un’apertura al Movimento. Persino il fondatore di RepubblicaEugenio Scalfari, che poco più di un mese fa aveva affermato che se si fosse trovato dinnanzi a una scelta tra Di Maio e Berlusconi avrebbe scelto quest’ultimo, ha ritrattato la propria posizione, sostenendo come ormai il M5S possa essere considerato il nuovo faro della sinistra italiana.

In effetti, se si guarda ai flussi elettorali, si scopre come una quota considerevole di persone che nelle elezioni europee del 2014 aveva votato il PD, il 4 marzo 2018 abbia invece dato il proprio voto al Movimento; il che gli ha concesso di raggiungere la quota inattesa del 32%.

È dunque questo un elemento che spingerebbe verso una naturale alleanza tra PD e M5S? O è anzi la prova che essa risulterebbe la più innaturale possibile?

Svanita ormai ogni ipotesi di accordo tra Partito Democratico e Forza Italia dopo i risultati deludenti di entrambi, così come altre possibili alleanze post-voto ipotizzate nelle settimane passate, analizziamo brevemente quali potrebbero essere le tre possibili future alleanze di governo.

M5S – PD

Un primo aspetto da sottolineare è che l’aver condotto tutta la campagna elettorale contro il Movimento, di certo non aiuterà il PD nella ricerca di un’intesa coi 5Stelle, soprattutto agli occhi dei propri elettori.

Ed ecco qui un secondo punto fondamentale: gli elettori. Se si analizzano i dati delle passate elezioni, si nota come in dieci anni il Partito Democratico abbia perso esattamente la metà dei voti, passando dai 12 milioni del 2008 ai 6 milioni di quest’anno. Com’è stato supposto da eminenti analisti, una mossa come un’alleanza coi 5Stelle potrebbe addirittura dimezzare ulteriormente questa cifra. Il motivo è semplice: data l’agguerrita lotta al Movimento consumatasi in questi anni, senza esclusioni di colpi da entrambe le parti, quei 6 milioni di elettori che oggi hanno votato il PD figurano in larga parte come accaniti avversari del M5S, che quindi mal accetterebbero un’alleanza tra i due partiti. Parimenti, quella percentuale certo non esigua di elettori che domenica ha votato M5S dopo aver dato il proprio voto al PD nelle passate elezioni, presumibilmente non farebbe salti di gioia alla notizia di un’alleanza M5S-PD.

Vi è infine un ulteriore elemento in casa PD che sembrerebbe ostacolare una simile alleanza: il suo (dimissionato ma ancora in carica) segretario. Una scelta in tal senso, pertanto, potrebbe portare ad una spaccatura nel o, più presumibilmente, del partito: da un lato, una formazione “centrista” capeggiata da Renzi e il neo-tesserato Calenda (ministro uscente dello sviluppo economico); dall’altro, l’anima a sinistra dell’attuale PD, che a quel punto potrebbe verosimilmente tornare ad una convergenza con i frammenti superstiti di Liberi e Uguali.

Dal canto suo, anche il Movimento presenta un’altra complicazione. Infatti, se i suoi elettori possono non configurarsi più come semplici “delusi della politica” – come fu nel 2013, quando il voto al Movimento fu essenzialmente un voto di protesta – essi continuano tuttavia a presentarsi essenzialmente come corpo elettorale contrario ad ogni tipo di accordo, inciucio, alleanza con altre forze politiche, siano esse di destra o di sinistra. D’altronde, questo è stato esattamente il leitmotiv della campagna elettorale condotta da Di Maio: «chiediamo agli italiani il 40% per poter governare senza fare accordi o, al massimo, saremo disponibili ad un supporto esterno proveniente da altre forze alla nostra squadra e al nostro programma».

Infine, lasciando da parte le strategie e guardando ai temi, personalmente ritengo piuttosto difficile poter ipotizzare convergenze future su tematiche come l’immigrazione, l’economia, l’Unione Europea o i diritti civili per il semplice fatto che la posizione a riguardo del M5S risulta non chiara e spesso ambigua. Pertanto non appare chiaro se sarebbe più naturale per il Movimento un’alleanza che guardi a sinistra piuttosto che a destra.

M5S – CENTRODES… ehm, volevo dire M5S – LEGA

Se un’alleanza del Movimento con l’arcinemico Renzi si prospetta come irrealizzabile, l’ipotesi di un’intesa di Di Maio con Berlusconi credo possa definirsi come pura utopia. Tuttavia, giacché tale termine è il più delle volte utilizzato con un’accezione positiva, mi limiterò ad identificare la cosa come un atto impossibile. E non sono necessarie spiegazioni, né da un lato né dall’altro.

Ciò che invece potrebbe avere solide basi di convergenza è un accordo tra il M5S e la Lega. Le affinità sarebbero ovviamente su alcuni temi come immigrazione, economia, Unione Europea ed euro; sui quali, tuttavia, come già accennato, non è facile impresa comprendere la reale posizione del Movimento. L’impressione che spesso si ha è che mentre la base degli elettori rema a sinistra, i timonieri virino a destra.

Ma se per il Movimento un accordo con la Lega potrebbe compromettere la valanga di consensi ottenuti soprattutto al Sud (dove solo in minima parte il Nord nel nome del partito di Salvini è stato dimenticato), per la Lega l’intesa potrebbe dimostrarsi strategicamente inconveniente. Infatti, come ricordato all’inizio di questo articolo, la Lega è uscita da queste elezioni trionfante in quanto leader del centrodestra. Tuttavia, una volta defilatasi dalla coalizione, la Lega non sarebbe altro che il terzo partito per numero di voti in Parlamento, a un passo dal secondo (il PD), ma con circa la metà esatta dei consensi del primo (il M5S, appunto). Pertanto, in un’alleanza con quest’ultimo la Lega figurerebbe inevitabilmente come azionista di (estrema) minoranza, riuscendo (forse) ad imporre solo qualche suo uomo in ministeri chiave. Al contrario, rimanendo nel centrodestra, la Lega “rischia” di essere leader non solo della coalizione, ma dell’intero paese. Ecco perché Salvini ha tutto il legittimo interesse affinché l’asse con Berlusconi, Meloni e Fitto (o ciò che di quest’ultimo resta) rimanga ben solido.

CENTRODESTRA – vari ed eventuali

Numericamente, questa è senz’altro l’ipotesi più probabile e facilmente percorribile. Infatti, sui 316 seggi necessari per formare una maggioranza alla Camera, il centrodestra ne possiede 260 contro i 221 del M5S, mentre al Senato sono 135 quelli del centrodestra e 112 quelli del Movimento, a fronte di una maggioranza richiesta di 161 seggi.

Tuttavia, due ordini di problemi si stagliano all’orizzonte. Il primo riguarda chi starebbe dentro. Non è infatti ben chiaro da che parte potrebbero provenire i circa 80 voti totali mancanti al centrodestra nelle due Camere per ottenere la maggioranza. Forse, c’è chi dice, da qualche grillino eletto-già-espulso o da qualcuno tra i banchi della sinistra che, vista la malaparata che sembra annunciarsi all’interno del PD, potrebbe decidere di cambiare casacca. Tutti responsabili, s’intende.

Il secondo problema avrebbe invece ha a che fare con chi resterebbe fuori; e cioè, il M5S. Molti tra i più illustri analisti hanno fatto notare in questi giorni come lasciare fuori dalla compagine di governo un partito-movimento che ha preso un terzo dei voti degli elettori apparirebbe come una mossa ingiusta, mai verificatasi prima e, soprattutto, assai rischiosa. Rischiosa non per il M5S ma, anzi, per coloro che lo escluderebbero. Infatti, qualora un simile governo senza 5Stelle si fondasse su una fragile maggioranza e si dimostrasse pertanto estremamente debole, rischierebbe di non arrivare a fine legislatura, spianando così la strada ad una vittoria ancora più massiccia del Movimento alle successive elezioni anticipate.

In conclusione, abbiamo visto ciò che è accaduto e ciò che potrebbe verificarsi nelle prossime settimane. Non rimane che chiosare con una frase che in molti hanno fatto propria in questi giorni: non vorrei essere nei panni del Presidente Mattarella. O forse sì…

A cura di Samuele Nannoni


Foto di copertina Credit by: Simone Ramella License: CC BY 2.0

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Samuele Nannoni

Nato a Firenze, vissuto nel contado, attualmente vivo nel capoluogo toscano. Nella vita amo viaggiare, fisicamente e con la mente. I tanti viaggi che ho compiuto sino ad oggi mi hanno formato e fatto crescere, motivo per cui spero di compierne ancora molti in futuro. Dai viaggi derivano anche due delle mie più grandi passioni; le relazioni internazionali, ovvero ciò su cui ho spremuto le meningi durante i cinque anni di università (tre a Firenze e due a Forlì) e le lingue. Inglese e Portoghese sono i miei cavalli di battaglia, Russo e Persiano diciamo pure che sono ancora dei pony… Da grande vorrei… vivere in un mondo migliore! Ed è ciò per cui in futuro, nel mio piccolo, vorrò impegnarmi. Sono un tipo solare e positivo, mi piace ridere e scherzare; amo anche la natura e gli animali. Detesto il mainstream; adoro infatti andare controcorrente, sempre e comunque, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Ci ha pensato per prima Madre Natura, che mi ha fatto omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale, così come qualsiasi altro aspetto della propria vita. Mi definisco agnostico; socraticamente, so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Non sono battezzato e non credo nel Dio umanizzato dalle principali religioni del pianeta; per le quali, tuttavia, nutro una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici.
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2 pensieri su “Intrighi postelettorali: cosa è successo e cosa potrebbe accadere

  1. Come sempre trovo l’articolo molto chiaro ed esaustivo. Purtroppo i tempi, come spesso accade, corrono velocissimi e le parole restano indietro. Alcune precisazioni, mi sento in dovere, di farle. Le parole di Scalfari da Floris, forse risentivano di uno sbalzo di pressione, di un’eccessiva azione di qualche farmaco o altro, sta di fatto che sono state bollate, dallo stesso autore, come una provocazione, una battuta, una cosa tanto inverosimile quanto grottesca. Pensare che una forza politica, diretta a colpi di sondaggi da una società di marketing, assolutamente priva di un trasparente sistema di selezione della classe dirigente e con un “garante” autonominato, plenipotenziario e in evidente dipendenza da ansiolitici, possa rappresentare la sinistra è offensivo per tutto ciò che la sinistra è stata fino ad ora. Sono anche a dire che trovo plausibile pensare che il flusso elettorale in uscita dal Pd sia confluito nella Lega e solo in minima parte, per protesta contro l’antipatia di Renzi (quindi per una motivazione emozionale più che politica) verso i 5 stelle. Dette queste mie idee azzardo il raffronto tra un Pd fortemente sconfitto e la SPD tedesca a cui non è andata meglio. Al netto delle dimissioni renziane, vere e inequivocabili, rinviate solo per la necessità di evitare che la minoranza della minoranza (Emiliano e Boccia) potessero portare il PD ad un appoggio esterno ai 5stelle, al Pd si aprono, a mio avviso, due vie: a- cercare di tornare alle elezioni con un nuovo segretario (Gentiloni per esempio) e ridimensionare la sconfitta; b- aspettare che i 5 stelle offrano un programma di governo preciso (magari senza rdc), condivisibile e, almeno, tre ministeri di peso a scelta pd.

    1. Ciao Fabio! Mi fa piacere ti sia piaciuto l’articolo. Oltretutto vedo che ci leggi spesso come TomorrowTurin, e la cosa mi fa davvero molto piacere e ti ringrazio.
      Per quanto riguarda Scalfari, non sapevo della ritrattazione ma ad ogni modo sono d’accordo con te nel sostenere che forse sarebbe ormai giunto il momento che anziché sedere nel salotto di Floris, sedesse nel suo di salotti, magari guardando Floris in tv…
      Andando al sodo, che la maggior parte dei voti persi dal PD in queste elezioni sia andato al M5S lo hanno dichiarato vari studi e sondaggi sui flussi elettorali che ci hanno mostrato in questi giorni post-voto. Oltretutto, personalmente, la cosa mi torna abbastanza. E’ più facile che per la Lega abbia votato qualche operaio ex comunista strenuo oppositore del capitalismo finanziario più efferato, che tuttavia certo non sarebbe stato un elettore del PD.
      Per quanto riguarda le questioni interne al PD, sicuramente Renzi è stato un segretario divisivo. Pertanto concordo che un nuovo segretario potrebbe essere un primo passo in avanti.

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