Lorenzo Forlani, classe 1986, è stato redattore esteri per la Repubblica, ha collaborato con Adnkronos International ed attualmente è blogger dell’Huffpost Italia e corrispondente per l’Agi. Da anni vive a Beirut, capitale del Libano.

Appena due settimane fa sembrava che Trump fosse intenzionato a ritirare le truppe americane dalla Siria, dando il via a quel graduale disimpegno dal Medioriente promesso in campagna elettorale. Poi è scoppiato il caso Douma; una nuova accusa al regime siriano di aver utilizzato armi chimiche contro i civili. Da lì la decisione di Trump non solo di non ritirarsi più, ma forse addirittura di intervenire. Pura coincidenza? Un ritiro degli USA dal Medioriente servirebbe realmente a “rimettere le cose a posto”?

Mentre scrivo, sono passati pochi giorni dai raid missilistici di USA, Francia e Regno Unito su alcuni obiettivi siriani. Personalmente, credo che mai come durante questa amministrazione statunitense la distanza tra le dichiarazioni e le azioni sia stata e sia tuttora così ampia, a scapito della coerenza e addirittura di una visione organica degli equilibri regionali. Trump, come direbbe qualcuno, “naviga a vista”; non ha una strategia vera e propria perché privo di una conoscenza reale della storia e delle dinamiche in atto in Medioriente. Ciò si riflette sul suo comportamento schizofrenico, quello che due anni fa lo spingeva a contestare duramente Obama nei giorni in cui era sul punto di intervenire militarmente in Siria e che oggi invece lo vede alla testa di un gruppo di Paesi che ha bombardato obiettivi siriani dopo l’attacco chimico su Douma, di cui è accusata Damasco. Attacco molto limitato, dalla valenza più che altro simbolica, su obiettivi militari tutto sommato minori, non in grado di invertire le sorti del conflitto. I raid missilistici volevano infatti semplicemente segnalare a Siria e Russia – le quali stanno tecnicamente vincendo la guerra – che Usa, Francia e Regno Unito sono in grado di ostacolare o mettere in discussione l’affermazione dell’asse Mosca-Teheran-Damasco, senza, per il momento, scontrarsi frontalmente (per questo gli obiettivi colpiti non sono strategici, e soprattutto sono stati concordati tra Washington e Mosca).

Il ritiro degli Stati Uniti sarebbe infine utile e funzionale, nei tempi opportuni, a ridiscutere i destini di una regione che avrebbe bisogno di una nuova “Conferenza di Yalta”, a cui dovrebbero necessariamente partecipare i principali attori regionali. Non è però certo sufficiente, visto che i meccanismi settari innescati in questi anni sono di difficile contenimento. Nel medio-lungo periodo, è possibile immaginare che la Turchia e l’Iran – gli unici veri e propri stati-nazione dell’area, con un peso politico, economico e demografico destinato a crescere e a dover essere riconosciuto – giocheranno un ruolo centrale all’interno della regione.

Sui media occidentali si lamenta la mancanza di fonti indipendenti dalla Siria. In quanto giornalista freelance indipendente che vive a in un Paese confinante con la Siria vorrei chiederti: se, in questi giorni come in passato, sono state davvero utilizzate armi chimiche in Siria, è davvero possibile attribuire con certezza al regime di Assad queste azioni?

La questione dell’utilizzo delle armi chimiche si presta molto al gioco della creazione di opposte – e fuorvianti – narrazioni. Anzitutto: non è vero, come sostiene il fronte “pro-Assad”, che non c’erano ragioni “tattiche” per usare le armi chimiche, le quali da una parte rispondono a logiche irrazionali, tipiche dei conflitti, e dall’altra rispondono alla necessità di fiaccare psicologicamente il nemico. È certamente vero che Assad sta vincendo nel complesso la guerra in Siria, avendo riportato sotto il suo controllo gran parte dei territori persi nei primi anni. Una guerra civile, però, soprattutto una guerra civile con diversi attori coinvolti, si compone di diverse battaglie, più o meno strategiche, contro formazioni composte da combattenti che hanno mediamente poco da perdere, e che in gran parte dei casi hanno maturato una enorme esperienza militare.

Oltretutto oggi la situazione dell’Esercito siriano è piuttosto disastrosa: ridotto a circa il 50% degli effettivi richiesti, con il morale basso per le lunghe e logoranti battaglie, la mancata retribuzione di molti soldati, addirittura l’assenza di cibo. Non dimentichiamoci infatti che l’Esercito di Assad, se non fosse stato per l’intervento di Hezbollah (partito e formazione paramilitare sciita libanese, sostenuta dall’Iran), avrebbe probabilmente perso l’intero Paese ancor prima del decisivo intervento russo nel 2015.

Pertanto, non è del tutto illogico – oltre ad avere numerosi precedenti – che Assad, consapevole di avere di fronte altre battaglie (in primis quella a Douma, appunto) logoranti, che potrebbero ulteriormente decimare un Esercito che ha invece bisogno di un gran numero di effettivi sia in tempi di guerra che in futuri tempi di “pace” (per garantire un controllo capillare sul territorio), abbia voluto servirsi dell’effetto psicologico indotto dall’utilizzo di armi chimiche, ovvero quello di accorciare una battaglia che con tutta probabilità sarebbe durata ancora a lungo, con costi altissimi. Non è, forse, un caso che i ribelli si siano arresi il giorno successivo all’attacco chimico.

Tuttavia l’unica certezza, per ora, è che l’attacco sia avvenuto. E le contraddizioni tra le versioni russe e siriane inducono a pensare – ma non ad esserne certi – che non siano stati i ribelli.

Detto ciò, è necessario rilevare l’ipocrisia della narrazione opposta, quella – per semplificare – degli “anti Assad” e degli atlantisti di ferro. Perché è evidente come la questione delle armi chimiche sia nulla più che un pretesto per innescare una reazione teatrale quanto inutile, un effetto scenografico. L’idea di “punire” Assad per l’utilizzo – peraltro non dimostrato – delle armi chimiche è dunque del tutto pretestuosa. Nessuno, infatti, ha punito Saddam Hussein, Israele, l’Arabia saudita o gli Stati Uniti per aver usato il gas, il fosforo bianco, l’uranio impoverito negli anni. Ed è ovvio che se commetto un reato che altri prima di me hanno commesso, senza essere oggetto di sanzioni, percepirò le sanzioni verso di me come ingiuste, non eque. Ciò non significa certo che quel reato non sia più un reato: significa che, banalmente, o si sanzionano tutti, o non si sanziona nessuno. Stabilito e soprattutto rispettato questo principio, si può andare oltre. Altrimenti, ci sarà sempre qualcuno che potrà appellarsi ad un precedente, alla mancata sanzione, per violare la legge. Il problema – questo è evidente – non è l’utilizzo delle armi chimiche o non convenzionali: il problema è chi usa quelle armi. Sentir parlare di “linee rosse” e “limiti invalicabili” i leader di Paesi che hanno usato armi non convenzionali o ne hanno appoggiato attivamente o tacitamente l’utilizzo da parte di terzi è quindi deprimente.

La Siria si presenta a tutti gli effetti come un puzzle di tensioni ed interessi contrastanti, sia interni che esterni. Da un lato, la questione curda e i gruppi sunniti ribelli al regime di Assad. Dall’altro, gli schieramenti internazionali; con Russia e Iran al fianco della Siria – Stati Uniti, Turchia, Israele e monarchie del golfo con i ribelli. Un presidente americano volubile come Trump ed un’Unione Europea divisa sul tema – a partire dai due Paesi guida Francia e Germania – non semplificano certo il quadro. Da analista interno al Medio Oriente, quale pensi potrebbe essere una soluzione percorribile per portare la Siria fuori dal caos? E cosa potrebbe invece accadere nel breve periodo?

Il punto di partenza è che in Medio Oriente le premesse geopolitiche, gli interessi e le alleanze sono sempre più fluide dall’inizio delle primavere arabe nel 2011. I diversi Paesi interessati o partecipanti al conflitto si muovono su diverse direttrici. Il quadro delineato nella domanda è ancora abbastanza corretto, ma occorrono delle precisazioni.

Per esempio la Turchia – caratterizzata da numerose ambiguità che derivano in parte dalle ambizioni e dalla condotta di Erdoğan ma anche e soprattutto dalla sua “posizione di confine”; membro della Nato, quindi alleato americano, ma anche aspirante potenza egemone regionale, oltre che Paese che condivide una frontiera di 900 km con la Siria – ha cambiato sostanzialmente posizione sulla Siria. E lo ha curiosamente fatto dopo aver toccato l’apice delle tensioni con la Russia, dopo l’abbattimento del jet di Mosca due anni e mezzo fa. Oggi Ankara, come Teheran e Mosca, sostiene l’integrità e anche il centralismo amministrativo della Siria e non più una sua possibile frammentazione (al netto di probabili zone in Siria di influenza turca, iraniana e soprattutto della Russia, che ha ottenuto i diritti esclusivi sulle riserve di gas e petrolio). I turchi sono disposti probabilmente anche a vedere Assad saldo al comando, pur di scongiurare una frammentazione della Siria. Soprattutto perché frammentazione fa rima con indipendenza curda nel nord della Siria, in grado di concimare o saldarsi con le istanze indipendentiste del Kurdistan turco (in Turchia vivono circa 25 milioni di curdi).

Esiste invece il rischio che la Siria – oltre ad essere da sette anni teatro di una guerra civile e diverse guerre per procura – si trasformi nel campo di battaglia per uno scontro frontale tra Israele ed Iran. Israele in particolare, vede la guerra in Siria unicamente attraverso le lenti dell’espansione iraniana, che percepisce come minacciosa. Teheran, dal canto suo, ha sempre visto la guerra in Siria (ma anche in Iraq) e l’emersione dell’Isis come i risultati indiretti o diretti dei tentativi israelo-americani di ostacolare l’ascesa della Repubblica islamica, la sua affermazione come potenza regionale, per la quale la presenza di una Siria e di un Iraq “amici” è senz’altro fondamentale. L’Iran, rispetto alla Russia e alla Siria, è forse anche il Paese più realmente preoccupato per l’espansione di gruppi come Isis e Al Qaeda; i quali, non va dimenticato, hanno sempre ed esplicitamente posto gli sciiti – prima degli “infedeli”, prima degli americani, degli europei o degli israeliani – in cima alla loro piramide dell’odio.

È complicato parlare di soluzioni senza il rischio di fare demagogia. Dal punto di vista militare Assad sta vincendo, e probabilmente finirà per riprendere il controllo del Paese: anche perché è evidente anche dagli ultimi raid che non esista un reale interesse americano ad invertire le sorti del conflitto. La Siria continua a non essere l’Iraq del 2003, ben più rilevante nel sistema di interessi statunitensi, che sulla Siria si “limitano” in sostanza a contenere l’accrescimento dell’influenza iraniana, problematica agli occhi dell’alleato israeliano.

Il “controllo” del Paese, tuttavia, è un concetto molto labile. Non basta pattugliare dei luoghi per controllarli, per far valere la propria autorità. Per essere chiari: che controllo sarà quello di un Paese che, finita la guerra con l’umiliazione, lo sfinimento e la repressione dei nemici o dei potenziali nemici, dovrà verosimilmente fare i conti con stagioni di ripetuti attentati nonché con una ricostruzione che – secondo le stime del governo siriano – avrà un costo di almeno 400 miliardi di dollari in un arco di 10-15 anni?

Non parliamo di soluzioni, parliamo di traiettorie, di strade da percorrere: credo sia pacifico, persino banale, dire che è (o sarà) necessario coinvolgere tutti gli attori regionali e internazionali in una futura, reale, e circostanziata Conferenza di pace. Nella quale tutti dovranno fare passi indietro: in primis gli Stati Uniti, che tuttora usufruiscono di un sistema internazionale – anzitutto in ambito Onu – sorto dopo la seconda guerra mondiale. In questo senso, e non fermandosi alla Siria, sarebbe forse il caso di ridiscutere gli equilibri geopolitici, ricalibrare il peso specifico di Paesi che sono cambiati molto rispetto a 70 anni fa, come cambiate sono le circostanze, gli equilibri intra-regionali e le concentrazioni del potere. Ed è ovvio, sempre per essere chiari, che non è più possibile stabilire le sorti di un Paese dell’Asia occidentale – la Siria – ai “tavoli occidentali”, senza il contributo, la considerazione reale degli interessi nazionali di Paesi dal peso demografico e politico di Iran e Turchia, per esempio.


A cura di Samuele Nannoni

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Samuele Nannoni

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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