Paolo Armaroli, classe 1940, è stato per molti anni docente di diritto pubblico comparato e diritto parlamentare presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova, nonché Deputato di Alleanza Nazionale nella XIII Legislatura (1996-2001). Durante gli anni di incarico parlamentare, ha fatto parte della Giunta per il regolamento della Camera, della I Commissione (affari costituzionali, della presidenza del consiglio e interni) e della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali. Oggi scrive per Il Sole 24 Ore e il Corriere Fiorentino.

Professore, l’Italia sta per tornare al voto. Domenica 4 marzo gli italiani si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento; quale crede che sarà l’esito di queste elezioni?

Come sosteneva Giulio Andreotti, “a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina”. Il mio sospetto è che sia stata codificata questa legge elettorale affinché nessuno potesse vincere e vi fosse un sostanziale equilibrio tra le forze politiche; cosa accentuata dal fatto che non abbiamo più il bipolarismo della cosiddetta Seconda Repubblica, ma un tripolarismo che rende la governabilità sempre più difficoltosa.

A suo avviso, esiste davvero il centrodestra che si presenta in coalizione o esiste una destra spaccata, composta da un polo sovranista ed uno liberista che guarda al centro?

Che il centrodestra da sempre abbia avuto sensibilità diverse è un fatto, ma è anche un fatto che queste anime siano convissute insieme per circa venti anni grazie al cemento di Berlusconi.

Dunque lei reputa Berlusconi un fattore imprescindibile per l’unità del centrodestra?

Senz’altro. Ma azzardo una previsione. Se il centrodestra, com’è possibile se non probabile, vincerà le elezioni, sarà forte la tentazione di stare insieme per la durata della legislatura. Se, al contrario, non ci fossero i numeri e non vi fosse neppure la possibilità di aiuti esterni, le varie anime del centrodestra potrebbero configgere ed è probabile che si presenterebbero fenomeni trasformistici, che oggi creano tanto scandalo ma che hanno attraversato il nostro paese dal connubio di Cavour e Rattazzi passando per il trasformismo prima di Depretis e poi di Giolitti, fino ad arrivare a Mussolini, che si resse ora sulla destra nazionalista, ora sul corporativismo di sinistra. Peraltro, se in caso di mancata vittoria non si realizzassero fenomeni trasformistici, si avrebbe come conseguenza la cosiddetta “sindrome di Weimar”: nuove elezioni e poi ancora elezioni su elezioni, con un sostanziale vuoto di potere. E la storia costituzionale ci insegna che il vuoto di potere rappresenta il più grande pericolo che ci possa essere per una democrazia.

Entriamo nel vivo degli schieramenti. Cosa pensa di Renzi e del centrosinistra?

Il centrosinistra è preda di due fenomeni. Il primo è l’ormai inarrestabile caduta libera di Renzi, che dopo la vittoria del 40% alle europee del 2014 ha conosciuto quasi esclusivamente delle Caporetto, come le amministrative di Roma e Torino e le regionali in Sicilia. Il secondo fenomeno è la nascita di Liberi E Uguali, che rosicchia quel 5-6% al centrosinistra che avrebbe potuto fare la differenza.

Oltretutto, Renzi è preoccupato della sua posizione in quanto deve vedersela non soltanto con gli avversari esterni alla coalizione, ma anche con gli alleati interni e con molti esponenti del suo stesso partito. Per scongiurare sorprese, in particolare al Senato Renzi si è infatti circondato di fedelissimi; ma la storia d’Italia ci insegna che quando il cavallo non è più vincente, i fedelissimi sono i primi a cambiare sella. Una prova recente l’abbiamo avuta nell’ultima legislatura, quando nel Partito Democratico erano tutti bersaniani e, nonostante Bersani avesse candidato per l’80-90% suoi fedeli, quando Renzi si è impossessato della segreteria del partito sono divenuti tutti renziani. Molte delle criticità del PD sono sotto gli occhi di tutti. I maggiori “capi tribù” sono ostili a Renzi; Prodi, Orlando, Veltroni, Emiliano, Cuperlo ed ormai anche lo stesso Gentiloni.

Passiamo al centrodestra. Lei è stato deputato di Alleanza Nazionale, anche se da candidato esterno, cioè senza essere iscritto al partito. Oggi AN non esiste più e Fini è fuori dal gioco della politica da cinque anni: secondo lei esiste un’eredità di AN e se sì chi ne è il detentore?

Un intellettuale di destra come Marcello Veneziani ha sostenuto, ed io sono d’accordo con lui, che mentre del Movimento Sociale Italiano vi è ancora un ricordo, soprattutto grazie a quel grande esponente politico ed oratore che era Almirante, AN non ha lasciato alcun segno. Anche perché Fini non ha mai avuto una grande testa politica, nonostante la grande abilità oratoria.

Oggi abbiamo Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che sta attorno al 5% ma che rischia di scivolare al disotto di questa soglia, perché la rincorsa tra Salvini e Berlusconi per avere un voto in più e designare – non candidare, designare, questo è l’accordo! – il candidato premier potrebbe portare ad uno stritolamento di FdI nella morsa degli altri due partiti. Da esterno, ho l’impressione che la destra di FdI abbia un grosso difetto, e cioè di rinchiudersi in se stessa. La storia ci insegna che, le uniche due volte nel dopo guerra in cui la destra si è aperta, è arrivata a risultati di un certo peso. La prima, quando Almirante passò dalla ridotta schiera dei reduci della Repubblica Sociale Italiana ad un allargamento ai partigiani cattolici e ai monarchici, che nelle elezioni del 1972 portò l’MSI al suo massimo storico. La seconda nel 1996, quando Fini riuscì a portare la neonata AN al 15%, sempre grazie all’ingresso di pensatori provenienti da altre galassie affini alla destra.

Una forza politica come FdI potrebbe aspirare a risultati maggiori. Ma sta accadendo un fatto strano e originale; la fotocopia fa premio sull’originale. Salvini, che è stato comunista da giovane e poi leghista con Bossi, oggi ha capito che nel ridotto del nord non sarebbe mai riuscito a contare davvero ed ha trasformato la Lega-non-più-nord in un partito dal respiro nazionale e c’è chi dice che anche al sud potrebbe avere un qualche risultato, ovviamente sottraendo voti a FdI.

Le chiedo adesso un’opinione su un tema centrale durante questa campagna elettorale. Lo scontro fascismo-antifascismo ha ancora senso secondo lei?

Una cosa è certa. Il centrodestra è favorito dal fatto che il centrosinistra stia rincorrendo questo antifascismo strumentale, fuori tempo massimo e ridicolo, che non porta voti ma anzi è controproducente. Gli italiani non sono stupidi e a chi si presenta come antifascista viene spontaneo chiedere se sia anche anticomunista. Chi è di sentimenti liberali non ha infatti bisogno di definirsi come antifascista o anticomunista, basta definirsi liberal-democratico. Tanto è vero che anche la nostra Costituzione ha conosciuto un’evoluzione. È nata antifascista perché tali erano le forze che l’avevano redatta ed è diventata liberal-democratica il 18 aprile 1948, quando De Gasperi sbaragliò i social-comunisti alle elezioni e conferì un’interpretazione liberale alla Costituzione. Secondo molti costituzionalisti, in via di interpretazione la nostra Repubblica sarebbe anche potuta diventare una Repubblica socialista, attenuando le componenti liberali presenti in Costituzione e dando risalto a quelle socialiste. Accadde invece il contrario.

Tornando al presente, grattando l’antifascismo si sono scoperte sacche di comunismo. Quando alcuni comuni dichiarano che occorre la “patente antifascista” per parlare in piazza, siamo difronte ad un abuso da paese sovietico. Quindi paradossalmente i sedicenti fascisti fanno il gioco delle sinistre e quelli dei centri sociali – che, come ha detto Minniti, non sono antifascisti ma delinquenti puri, che non fanno onore ai veri antifascisti che hanno combattuto contro il regime – fanno il gioco della destra. Dunque, cialtroni quelli che dicono sì al fascismo e cialtroni quelli che si dichiarano ancora antifascisti; entrambi dimostrano ignoranza.

Abbiamo parlato di Costituzione. A distanza di 10 anni vi sono stati due tentativi falliti di riformarla. Nel 2006 la riforma del centrodestra e nel 2016 la riforma Renzi-Boschi del centrosinistra. Nel primo caso lei si schierò a favore, nell’ultimo è stato sostenitore del No. Vorrei chiederle il motivo di queste due scelte e se, a suo avviso, la nostra Costituzione avrebbe bisogno di un rinnovamento istituzionale, di un’alternativa al parlamentarismo bicamerale. Nel programma comune del centrodestra, ad esempio, si parla di presidenzialismo; secondo lei può essere un’idea auspicabile ed applicabile?

Un grande giornalista come Enrico Mattei diceva che la storia d’Italia è noiosa, le storielle d’Italia sono divertentissime. Le racconto una storiella: se devo essere sincero, ero favorevole alla riforma del centrodestra anche perché ci avevo messo le mani. A parte questo, mi sembrava piuttosto equilibrata.

Per quanto riguarda la riforma del centrosinistra, a parte il Senato che diventava una barzelletta, ritenevo in coscienza che, pur essendo stato un estimatore di Renzi ai suoi esordi, quella riforma fosse la conseguenza di una sua personale aspirazione a un sempre maggior potere dopo la vittoria euforica delle europee. Come ho più volte sostenuto, il carattere di Renzi è il peggior nemico di Renzi stesso, con la sua superbia ed arroganza. Comunque, anche la riforma del centrosinistra presentava aspetti favorevoli, come l’abolizione del CNEL e la riforma dell’articolo V della Costituzione. Quest’ultimo provvedimento faceva parte in realtà anche della riforma del centrodestra del 2006, dal momento che vi sono materie che devono essere necessariamente di competenza nazionale e non regionale.

Per quanto riguarda il presidenzialismo, nutro dei dubbi. Oggi come oggi sono più favorevole ad un parlamentarismo rinforzato. Due grandi giuristi e filosofi degli anni ’30, Hans Kelsen e Carl Schmitt, si chiedevano chi fosse il custode della Costituzione. Per il primo doveva essere la Corte Costituzionale, per il secondo il Presidente della Repubblica. Noi italiani, che abbiamo paura dell’autaut, abbiamo fatto etet, istituzionalizzando due custodi; ed è bene che rimangano entrambi. Al contrario, se si arrivasse al presidenzialismo, è evidente che il presidente non sarebbe più un garante, ma un protagonista attivo, anzi IL protagonista della vita politica del paese.

Una possibile riforma della nostra Costituzione di cui si è parlato a lungo durante questa campagna elettorale è l’introduzione del vincolo di mandato. Lei cosa ne pensa?

Le faccio una confessione. Quando ero deputato, amareggiato dal fatto che molta gente passasse dall’opposizione alla maggioranza, presentai una proposta di legge costituzionale proprio sull’introduzione del vincolo di mandato in Costituzione, che prevedeva che chi avrebbe cambiato casacca sarebbe decaduto da parlamentare.

Oggigiorno sono più incerto sulla questione. Forse era un fatto più umorale, una reazione al trasformismo che toccavo con mano in quel periodo, mentre oggi, a mente fredda, ritengo, come ho già detto, che un briciolo di trasformismo rientri nel DNA nazionale. Basta non esagerare. Ed i modi per non far degenerare il trasformismo senza mettere mano alla Costituzione esistono. Prova ne sono i regolamenti parlamentari che pongono dei paletti per così dire “punitivi” a chi cambia casacca, nonché il nuovo regolamento del Senato, approvato pochi mesi fa, che ha introdotto importanti novità a riguardo. Anche perché, se come abbiamo visto non sono state possibili le grandi riforme, forse meglio procedere per piccoli passi.

Secondo lei quali sono le priorità per l’Italia e i principali pericoli per il nostro paese?

Per quanto riguarda i pericoli, connesso al problema del vuoto di potere cui accennavo prima c’è ovviamente quello della governabilità, che deve essere garantita.

Circa le priorità, invece, mi pare che tutti i partiti dicano più o meno le medesime cose. I problemi sono il lavoro, la disoccupazione soprattutto giovanile, l’immigrazione e l’ordine pubblico. Vi è poi un problema alla base di tutto. Ci vorrebbe una “mistica dello stare insieme”, essere buoni patrioti a prescindere dalle visioni del mondo, che significa avere una lingua comune, che oggi troppo spesso è invasa da inglesismi, e fierezza per la propria storia (perché indossare magliette con Che Guevara e non con Garibaldi o eroi nazionali come Nazario Sauro?). Nel dopoguerra vi è stata una progressiva snazionalizzazione, anche per reazione in parte giustificata al Fascismo, che si era autoproclamato come secondo risorgimento e che, in realtà, lo ha tradito due volte. Io, che sono romano e passavo spesso per l’altare della patria, riflettevo sulle frasi incise sui due torrioni ai suoi lati, patrie unitati e civium libertati. Ma la libertà del cittadino, come in tutte le dittature, non era rispettata e l’unità della patria non esisteva perché non tutti gli italiani erano uguali; dagli antifascisti che andavano in galera alle odiosità delle leggi raziali che hanno discriminato e condannato a morte migliaia di italiani di confessione ebraica.

Vi è un’ulteriore priorità, a mio avviso: la scuola. Sono necessari buoni insegnanti. Personalmente ritengo il ‘68 una vera iattura, che con il 18 politico ha formato una classe di insegnanti non all’altezza e che, soprattutto, ha fatto venir meno il principio di autorità che deve essere affiancato a quello della libertà. Oggi ci troviamo difronte a genitori che picchiano gli insegnanti per un brutto voto dato al figlio, anziché rimproverare il figlio stesso; un mondo all’opposto. Inoltre, non si insegnano più l’educazione civica e il rispetto per il prossimo.

Siccome ha parlato di elementi che formano una patria, mi viene spontaneo chiederle un parallelismo con l’Unione Europea. Che cos’è, secondo lei? Come va delineandosi? Sarà una nazione di nazioni; è questo il suo intento?

A questa domanda non le rispondo come costituzionalista ma come cittadino. Indro Montanelli diceva: «o noi in Europa ci entriamo come italiani oppure come apolidi». Mi spiego meglio con un esempio. Giorni fa mi trovavo in un hotel qui a Firenze, al cui esterno erano esposte varie bandiere, tra cui quella europea, ma mancava quella italiana. Parlando con un addetto alla reception, ho fatto presente la cosa e la risposta è stata: «ma sa, siamo europei». Questo dimostra che le persone non hanno coscienza del fatto che siamo europei in quanto italiani. Rispetto a Francia, Regno Unito, Germania e molti altri paesi, stiamo perdendo il senso di comune appartenenza e con esso la memoria storica e le nostre radici. Motivo per cui, per tornare su temi di più stretta attualità politica, sono favorevole allo ius culturae ma non allo ius soli. La cittadinanza non deve essere un’opportunità per un giovane non italiano, ma la conseguenza spontanea di un sentimento di appartenenza all’Italia. E, a tal fine, la legge ce l’abbiamo già: infatti, se a 18 anni una persona vuole chiedere la cittadinanza italiana, la può facilmente ottenere.


A cura di Samuele Nannoni 

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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale. Non sono battezzato e mi definisco agnostico; so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Tuttavia, nutro per le principali religioni del pianeta una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la selezione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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