India: la lunga marcia dei contadini, campanello d’allarme per il BJP

Lo scorso 6 marzo 35.000 contadini indiani, armati di bandiere e cappelli rossi, si sono messi in marcia dalla città di Nashik, nel Maharasthra, con lo scopo di protestare contro la scarsa remunerazione dei loro prodotti e le condizioni critiche in cui da decenni versa il settore agricolo. Dopo 180 km e 6 giorni di cammino, il corteo di manifestanti ha raggiunto la città di Mumbai, aumentando di giorno in giorno fino a raggiungere l’incredibile numero di 50.000 persone, raccoltesi il 12 marzo a Azad Maidan, estesa area solitamente utilizzata per manifestazioni sportive, per chiedere al governo di Narendra Modi l’introduzione di nuove riforme a sostegno del settore agricolo.

A organizzare la marcia di protesta, alla quale hanno preso parte anche molte donne e bambini, è stato l’AIKS (All India Kisan Sabha), movimento contadino associato al Partito Comunista.
Tra le richieste avanzate vi sono l’estinzione dei debiti agricoli, promessa l’anno scorso dal partito al potere, il BJP (Bharatiya Janata Party), e mai attuata, e il riconoscimento formale dei diritti di proprietà delle aree boschive, fonte di sostentamento per moltissime Scheduled Tribes (le tribù riconosciute dalla Costituzione Indiana) ma formalmente di proprietà del governo.
Un’altra istanza centrale alla protesta è l’aumento dei MSP (minimum support prices), prezzi minimi stabiliti annualmente dal governo Indiano allo scopo di proteggere i contadini da bruschi cali nel prezzo dei beni agricoli, ma tanto scarsi da non coprire nemmeno i costi di produzione.

L’India, spesso annoverata tra le principali economie in via di sviluppo (i famosi BRICS), ha conosciuto negli ultimi decenni un’incredibile crescita economica, con un aumento del PIL del 7.1% nel 2016. Secondo le previsioni, il paese potrebbe essere in grado di raddoppiare il proprio PIL entro il 2027, raggiungendo il valore di seimila miliardi di dollari.
La crescita, trainata dall’acquisto di case, automobili, beni durevoli e servizi, ha raggiunto picchi molto alti negli anni passati, divertendo l’attenzione dalla tipologia di traiettoria adottata, caratterizzata da instabilità, diseguaglianza ed esclusione.

L’aumento del PIL, concentrato soprattutto nel settore dei servizi, non ha infatti coinvolto il settore agricolo, in declino già dagli Settanta e passato da rappresentare il 44.9% del PIL del paese (1973) a uno scarso 17.3% nel 2016.
La liberalizzazione economica avvenuta in India nel 1991 ha sicuramente contribuito a peggiorare la situazione del settore primario: i tagli della spesa pubblica previsti dalla dottrina neoliberale hanno portato infatti al declino delle spese del governo centrale per lo sviluppo agricolo e alla riduzione della disponibilità di credito rurale, fino ad allora settore ritenuto prioritario nella distribuzione dei prestiti. Ciò ha reso gli investimenti più costosi e difficili da attuare, soprattutto per le piccole realtà contadine, spingendo diversi lavoratori agricoli a rivolgersi a fonti di credito informale.
L’assenza di un cambiamento strutturale, inteso come capacità dello stato di accogliere la manodopera in uscita da settori a bassa produttività, come quello agricolo, in settori caratterizzati da maggior produttività e salari più alti, come quello industriale, ha peggiorato ulteriormente la situazione.

Tutti i fattori citati, uniti all’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico, hanno dato luogo al fenomeno conosciuto come “suicidio dei contadini”, la cui portata è tale da aver spinto il Governo del paese a fondare la National Commission of Farmers, commissione il cui compito è quello di risolvere le problematiche alla base dei suicidi.
Dal 1995 sono più di 250.000 i contadini che si sono tolti la vita, con una media di circa 12.000 suicidi all’anno negli ultimi tre anni; secondo i dati del National Crime Records Bureau indiano, la principale motivazione alla base dell’estremo gesto sarebbe la bancarotta o l’indebitamento (38.7%), seguita da problemi legati all’allevamento (19.5%) e alla perdita del raccolto (19.4%). Tra le richieste della marcia di contadini organizzata dall’AIKS vi è anche un più deciso intervento dello stato per arginare il triste fenomeno.

Per il BJP di Modi la protesta pacifica dei contadini indiani è da leggersi come un vero e proprio campanello d’allarme per le elezioni del 2019, andandosi ad aggiungere ai pessimi risultati ottenuti dal partito nell’ambito delle elezioni suppletive tenutesi recentemente in Bihar e in Uttar Pradesh. Anche la misurata vittoria del BJP alle elezioni parlamentari in Gujarat, stato in cui Modi è nato ed è stato eletto per ben tre volte primo ministro, ha rivelato una forte diminuzione dei consensi verso il partito di estrema destra hindu, in particolare nelle aree rurali dello stato.

Il BJP, concentrato a favorire la crescita economica e ottenere l’approvazione della middle class urbana, ha infatti troppo a lungo dimenticato i bisogni della classe contadina, che rappresenta ancora il 44.3% degli abitanti del paese. La lunga marcia dei contadini e la diminuzione del consenso tra gli strati rurali della popolazione indiana saranno forse in grado di focalizzare nuovamente l’attenzione della classe politica sulla critica situazione in cui versa l’agricoltura indiana. Per ora, un piccolo traguardo è già stato raggiunto: data la ingente partecipazione alla protesta e l’effetto che essa ha avuto sull’opinione pubblica, il BJP ha incontrato i rappresentanti dei contadini, promettendo azioni concrete e un annullamento dei debiti agricoli entro il mese di novembre.

A cura di Annalisa Gnecchi

Photo credits: Michael Foley, “Paddy Harvest Ballet, Assam, India”, 23 Novembre 2010, CC.

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