Il sonno degli Stati genera Mercati fuori controllo

Viviamo ormai in un mondo globale, nel quale imperversano sistemi ed entità sovranazionali; strutture che, come suggerisce il nome, vanno oltre le nazioni e, quindi, oltre gli Stati.

Questi ultimi, gli Stati, grandi protagonisti dello scenario mondiale in un periodo databile tra il 1648 (pace di Westfalia e conseguente nascita del concetto moderno di Stato) e il 1945 (fine della Seconda guerra mondiale), oggi non sono più gli unici attori sulla scena. Ciò ha avuto senz’altro delle ricadute positive, ad esempio sull’accresciuto peso della libera iniziativa dei singoli individui, per secoli schiacciati dal peso opprimente di Stati padroni, assolutistici, illiberali e non democratici, finanche dittatoriali. Dall’altro lato, però, non è tutto oro ciò che luccica.

Le strutture sovranazionali create a partire dal secondo conflitto mondiale si sono infatti configurate per la maggior parte come organizzazioni economiche e non politiche (con la sola eccezione dell’Unione Europea, che tuttavia rimane un ibrido – capiremo più avanti il perché), perseguenti fini, interessi e strategie propri dell’unica entità realmente sovranazionale esistente ormai da secoli; il mercato. Ciò che un tempo regolava essenzialmente i flussi di merci, oggi in alcune parti del mondo governa anche quelli di persone, servizi e capitali. Il sogno liberale! E infatti, fin qui, niente che non vada. O quasi…

Dopotutto, le nostre stesse democrazie vengono più propriamente definite liberal-democrazie, ad indicare appunto la componente liberale e liberista in esse insita. Peccato che, al contrario, sia il mercato a non poter essere in alcun modo definito democratico. Non solo; nel mercato non vi è giustizia, non vi è equità. Ciascuno tende a massimizzare il proprio profitto e a perseguire i propri interessi senza curarsi più di tanto degli altri. Chi ha talento e fortuna ha anche successo, per gli altri non c’è molta speranza. Si tratta di una sorta di stato di natura hobbesiano, in cui a prevalere è la legge del più forte. Il mercato è il luogo in cui le disuguaglianze tra persone tendono ad aumentare; in cui pochissimi finiscono per avere moltissimo, pochi hanno tanto e in molti hanno pochissimo.

Quale fu la soluzione al modo caotico ed anarchico di convivenza tra gli uomini? La creazione degli Stati. Con l’idea di Stato è nato lo Stato di diritto, che ha assicurato la salvaguardia e il rispetto di diritti e libertà uguali per tutti gli individui. Oggi, al contrario, gli Stati sono oggetto di feroci ed aspre critiche mosse dalla volontà di superare il concetto stesso di Stato, per andare oltre le atrocità commesse da alcuni Stati nel corso della loro storia. Ma dobbiamo essere realisti e domandarci: che cosa c’è oltre lo Stato? In questo Oltre, vi si ritrovano forse le qualità e gli aspetti positivi che contraddistinguono lo Stato, quali un assetto democratico o una struttura che cerchi di ridurre le disuguaglianze tra persone, perseguendo il bene e l’interesse collettivo? L’innegabile risposta, purtroppo, è no. No, oltre lo Stato non c’è niente di tutto questo. Anzi, vi è forse la negazione di tutto questo; in altre parole, il mercato incontrollato.

Sì, perché il mercato non è certo un concetto negativo di per sé. Ma diventa tale se lasciato a se stesso. E gli unici attori che hanno dimostrato di saper governare il mercato, cercando di renderlo un po’ meno ingiusto e diseguale, sono proprio gli Stati. Oggi, al contrario, sembra essere il mercato a governare gli Stati. Ma non dobbiamo dimenticarsi che è lo Stato che protegge i deboli e dà garanzie ai forti, non il mercato. Il mercato è un’opportunità, che se lasciata a se stessa può drammaticamente tramutarsi in un’amara sconfitta.

Ma come mai oltre lo Stato non troviamo un sovra-Stato? La risposta sta forse nel fatto che, come dimostra l’esperimento europeo, l’applicazione di una democrazia compiuta sia difficilmente realizzabile ad un livello sovrastatale per non dire globale; nonostante le certo non ottimistiche previsioni di Casaleggio. E non possiamo supporre che la colpa di ciò sia tutta degli Stati, riluttanti a sciogliersi totalmente nel brodo del sovranazionale. Forse, dovremmo accettare l’idea che la democrazia liberale e lo Stato sociale (welfare State) siano costrutti applicabili soltanto a contesti di dimensioni relativamente ridotte. Dico relativamente perché qualcuno potrebbe obiettare che esistono Stati dalle dimensioni continentali, quali Stati Uniti, Russia, Cina o Brasile. In realtà, la discutibile se non palesemente assente democraticità degli ultimi 3 paesi fa da contraltare alla scarsa attenzione sul sociale che contraddistingue la democrazia americana, differenziandola non di poco dalle democrazie europee. Tutte democrazie, quelle europee, guarda caso di dimensioni assai ridotte.

In questo schema si inserisce anche la pesante sconfitta della sinistra europea degli ultimi anni. La sinistra, infatti, non soltanto ha smesso di occuparsi dei bisogni reali dei più deboli all’interno dei confini statali per perseguire un progetto dai contorni quantomeno astratti e incerti, ma così facendo ha tradito se stessa, favorendo gli interessi dei più forti. Il grande mercato libero (e incontrollato) che è derivato dal progressivo svuotamento di prerogative e competenze un tempo in capo agli Stati, ha infatti avvantaggiato soprattutto grandi imprese e multinazionali, libere oggi di muoversi là dove il costo del lavoro (ovvero gli stipendi dei lavoratori) è più basso e capaci di chiamare in causa gli Stati dinnanzi a tribunali internazionali, qualora ritengano che il loro business sia stato discriminato da interventi statali. Tale prassi, che prende il nome di Arbitrato Internazionale, è prevista da accordi e organizzazioni internazionali sul commercio quali il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, 1947), il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement, 2017) e l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, 1995) e nei soli Stati Uniti è già stato utilizzato in 98 casi, il 40% dei quali vinto da multinazionali. Ciò significa ovviamente che in quel 40% di casi, gli interessi di grandi e potenti privati hanno prevalso sugli interessi di uno Stato che, teoricamente, dovrebbe tutelare i diritti dei propri cittadini. Quando è stato chiaro che non sarebbe stato più così, le persone hanno punito chi, all’interno dello Stato, avrebbe dovuto difenderle e tutelarle; ovvero, la sinistra.

Dunque, che cosa possiamo fare per uscire da questa tragica impasse dei nostri tempi?

Sono sostanzialmente due le ipotesi. O pensiamo a un modo per rendere estendibile su più larga scala tutte quelle qualità e caratteristiche positive che contraddistinguono la liberal-democrazia a stampo sociale dei nostri Stati – affinché sia la democrazia a governare il mercato e non il contrario, oppure dobbiamo accettare l’evidenza che gli Stati esistano e servano, magari meglio se stretti da forme di collaborazione finalizzate “semplicemente” a governare il mercato nell’interesse generale e al mantenimento della pace, sempre nell’interesse generale.


a cura di Samuele Nannoni

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Samuele Nannoni

Nato a Firenze, vissuto nel contado, attualmente vivo nel capoluogo toscano. Nella vita amo viaggiare, fisicamente e con la mente. I tanti viaggi che ho compiuto sino ad oggi mi hanno formato e fatto crescere, motivo per cui spero di compierne ancora molti in futuro. Dai viaggi derivano anche due delle mie più grandi passioni; le relazioni internazionali, ovvero ciò su cui ho spremuto le meningi durante i cinque anni di università (tre a Firenze e due a Forlì) e le lingue. Inglese e Portoghese sono i miei cavalli di battaglia, Russo e Persiano diciamo pure che sono ancora dei pony… Da grande vorrei… vivere in un mondo migliore! Ed è ciò per cui in futuro, nel mio piccolo, vorrò impegnarmi. Sono un tipo solare e positivo, mi piace ridere e scherzare; amo anche la natura e gli animali. Detesto il mainstream; adoro infatti andare controcorrente, sempre e comunque, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Ci ha pensato per prima Madre Natura, che mi ha fatto omosessuale; quindi, per definizione, diverso dalla maggioranza. Ne vado fiero, ma non sopporto chi ideologizza la propria identità sessuale, così come qualsiasi altro aspetto della propria vita. Mi definisco agnostico; socraticamente, so di non sapere e di non riuscire a comprendere. Non sono battezzato e non credo nel Dio umanizzato dalle principali religioni del pianeta; per le quali, tuttavia, nutro una vastissima curiosità, che ho esplicitato durante il mio percorso di studi accademici.
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