Lo scorso aprile “I segreti di Wind River” ha fatto conoscere, in Italia e nel mondo, una tragedia di cui non si discute abbastanza. Il film di Taylor Sheridan (abbiamo appena potuto apprezzare nelle sale il suo ultimo lungometraggio “Soldado”) racconta la morte violenta di una ragazza nativa in una riserva del Wyoming e offre al grande pubblico uno spaccato del dramma delle donne native americane. Facendo qualche ricerca si scopre subito che il fenomeno ha proporzioni spaventose. Negli USA una ragazza nativa ha probabilità più che doppie di essere vittima di stupro rispetto alle donne di qualsiasi altro gruppo etnico. Secondo un recente studio del Dipartimento di Giustizia americano, l’84% delle donne native intervistate ha riportato di aver subito episodi di violenza, il 56% di tipo sessuale. Di queste ultime oltre il 90% è stata vittima di uomini non membri delle tribù indiane.

La violenza è parte integrante della vita delle donne native: ne sono testimoni già da bambine, vittime da ragazze, spettatrici impotenti quando tocca alle loro figlie. La direttrice del Centro di Risorse per l’Educazione alla salute delle Donne native statunitensi racconta che la loro preoccupazione è cosa dire alle loro figlie non “se”, ma “quando” saranno violentate. Chraon Asetoyer, consulente legale nella riserva Yankton Sioux del South Dakota, afferma che molte madri vengono nei loro uffici per informarsi sul “piano B”, la pillola del giorno dopo.

A favorire questa condizione è l’esistenza di un grave vuoto legale: le corti tribali che amministrano la giustizia nelle riserve non possono perseguire persone che non siano membri della tribù. L’estensione nel 2013 del Violence Against Women Act, introdotto per la prima volta nel 1994, consente ora alle tribù di processare e condannare anche persone esterne per casi di violenza domestica e di abusi all’interno di una relazione, ma stupri e altre violenze gravi restano al di fuori della loro giurisdizione. A ciò si aggiunga la cronica mancanza di fondi delle corti tribali e la scarsa collaborazione delle autorità federali: circa la metà dei casi di abuso o violenza segnalati ai procuratori viene declinata.

Le proporzioni di questo fenomeno suggeriscono di andare oltre l’insieme delle cause particolari, per cercare la logica profonda che le sostiene. Difficilmente si trovano casi più esemplari di una violenza prettamente culturale. Per Carl Schmitt, grande e controverso filosofo del diritto tedesco, le società e i sistemi giuridici non sono insiemi di regole neutre e formali ma si fondano sul binomio “Ordnung und Ortung”, ordine e orientamento/direzione. Sono sempre espressione di un dominio, di una distribuzione originaria delle terre da cui qualcuno è rimasto escluso. E in nessun luogo si manifesta così chiaramente questo orientamento, questo dominio, come ai margini della società. È in ciò che la legge lascia scoperto che si evidenzia chi è dentro e chi è fuori, chi è cittadino di primo grado e chi è membro inferiore, a disposizione della violenza e del dominio altrui.

In questo caso il dominio è duplice come lo è la violenza: la vittima è tale in quanto nativa e in quanto donna. Da un lato dunque il delitto originario degli Stati Uniti, la repressione e la distruzione dei nativi, si riproduce nei confronti dei superstiti. Secondo un rapporto del 2010 sulla città di Seattle, l’86 per cento degli intervistati ha sofferto nella propria vita di un trauma storico, indicando con questa espressione l’eredità attraverso le generazioni della colonizzazione e dell’oppressione originarie. Questo trauma si compone però di un insieme di condizioni concrete: povertà diffusa, un livello di istruzione più basso, una diffusa emergenza abitativa, gravi problemi di alcolismo e, last but not least, la violenza sulle donne da parte di non-nativi.

Dall’altro lato si conferma la struttura maschilista della società americana e la subalternità della donna, ridotta più che mai a una condizione di totale “disponibilità”. “Wind River” descrive nel modo più accurato questa duplice violenza. Come già in “Uomini che odiano le donne”, dove le vittime erano tali in quanto donne e in quanto ebree o immigrate, così nel film di Taylor Sheridan lo sono in quanto donne e in quanto native. La violenza che viene esercitata nei loro confronti non è tanto il prodotto di una deviazione psicologica quanto il perpetuarsi quasi rituale di un duplice dominio storico.


A cura di: Fabio Santoro

 

Per approfondimenti:

Brittney Bennet, Law was meant to let American Indians prosecute violence; is it working?

Giulia Villafranca, Stuprate e lasciate da sole dalle istituzioni: il destino delle indiane d’America.

Maya Oppenheim, 94 per cent of Native American women say they have been raped or coerced into sex.

National Institute of Justice Research Report, Violence Against American Indian and Alaska Native Women and Men.

Stati Uniti: stupri e sequestri delle donne indiane.

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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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