Da gennaio le sale italiane proiettano Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità, il film con la regia di Schnabel. Una storia di un uomo pieno di contraddizioni, in continuo conflitto con se stesso, con un disperato bisogno di amore e quello ineluttabile di dipingere[1]; un film costruito sul silenzio, ove i dialoghi svaniscono per cedere il passo agli stati d’animo.

La pellicola analizza gli anni dal 1886 al 1890, quando Van Gogh sperimenta la consapevolezza di un nuovo linguaggio pittorico fatto di colori pastosi e materia, al confine fra follia e genio artistico, fra naturale e sovrannaturale; non si inserisce dunque nel filone delle tante biopic realizzate sull’artista in precedenza, ma tenta un diverso approccio. Quello della visione soggettiva, provando a mostrare le cose come dovevano apparire ed essere percepite dal punto di vista di Van Gogh[2].

Schnabel s’interessa alla febbrile intensità del gesto artistico, al tratto astratto della pennellata, facendo vivere al suo pubblico un’esperienza emotiva e tattile attraverso la descrizione del pittore olandese dal “di dentro”, ponendo l’accento sull’atto della creazione di un’opera[3] – “quel momento magico, viscerale e violento che sfugge a ogni definizione e cancella il tempo” -.  La parte inferiore dello schermo sfocata rende la visione, distorta e trasfigurante, dell’artista, la macchina a mano (non la steadycam[4]) corre nella natura a fianco del pittore, i colori invadono il nostro sguardo e danno vita ai quadri di Van Gogh.

Esponente dell’arte newyorkese negli anni Ottanta, il regista è affascinato dalla relazione tra il l’artista fiammingo e il suo tempo, quando l’impressionismo era la corrente attuale della scena parigina, da sempre fucina dei grandi movimenti ideologico-culturali europei.

Escluso dal gruppo post-impressionista – che difficilmente avrebbe potuto apprezzarlo -, si trasferisce ad Arles, dove può finalmente godere di campi di grano assolati, riscoprire la meraviglia dell’essere e il contatto con esso e dove troverà pace nella sua pittura, riempiendosi gli “occhi di giallo di sole e blu cobalto di cielo”. Ma anche da qui verrà infine allontanato a causa della cecità e stupefacente grettezza dei suoi concittadini[5], che arriveranno a rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico[6], perché ritenuto unanimemente folle[7](eppure, quello di Saint Rémy de Provence fu il suo periodo più prolifico: in 80 giorni produsse 75 tele!).

Schnabel marca l’urgenza nel desiderio di ritrarre la vita, la natura – rivelatrice dell’infinito[8] -, le sue luci, le sue ombre, i suoi chiaroscuri; perciò ecco che la macchina da presa si fa pennello, riproducendo i movimenti repentini e nervosi dello stile vangoghiano, le irrequiete frenesie della sua pittura, l’ansioso e anacronistico approccio alla tela.

Van Gogh non è nato per il suo tempo[9], il suo pubblico ancora non c’è[10]. I fiori sfioriscono, le persone muoiono; quadri e ritratti al contrario alterano la natura mortale. L’arte sconfigge così la morte, nell’atto di nascita[11].

Le riprese si svolgono tra Arles, Auvers-sur-Oise e il dipartimento Bocche del Rodano, dove realmente risiedette il pittore negli ultimi anni di vita.  Il regista ha avuto l’idea di questo film, il cui protagonista è candidato ai Golden Globe, visitando una mostra dell’artista. A tal proposito, ha dichiarato: “Quando sei davanti a singole opere, ciascuna ti dice qualcosa di diverso. Ma dopo aver visto 30 quadri, l’esperienza diventa qualcosa di più. Diventa la somma di tutte quelle sensazioni messe insieme”, descrive. “È l’effetto che volevo ottenere con il film, rendere la struttura tale che ogni evento che vediamo accadere a Vincent potesse sommarsi ai precedenti, come se chi guardasse potesse vivere tutta la sua vita in un momento”.

Iniziò a dipingere a 27 anni, morì a 37, realizzò 864 dipinti, e ne vendette uno solo.


A cura di Azzurra Tasselli

 

[1] «Io sono i miei quadri», spiega l’artista.

[2]  “Questo è un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione rispetto all’infinito. Questo film non è una biografia, ma la mia versione della storia. È un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione”, dice Schnabel.

[3] “L’unico modo di descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte. Il fatto che io sia un pittore probabilmente rende il mio approccio diverso. Il tema trattato non potrebbe essere più personale per me”, dice ancora il regista.

[4] Nome della struttura che consente di fissare una telecamera, limitandone i movimenti, al corpo dell’operatore che la manovra, il quale la indossa come fosse un corpetto.

[5] “Volevo solo essere uno di loro”, dichiara Van Gogh.

[6] Artaud scrive che è stata la società a uccidere Van Gogh.

[7] “No, Van Gogh non era pazzo, ma le sue pitture erano pece greca, bombe atomiche, la cui angolazione, confrontata con tutte le altre pitture che imperversavano in quell’epoca, sarebbe stata capace di turbare gravemente il conformismo larvale della borghesia del Secondo Impero […] perché la pittura di Van Gogh non attacca un certo conformismo di costumi, ma il conformismo stesso delle istituzioni”, scrive ancora Artaud.

[8] “Non è tanto il linguaggio del pittore che si deve sentire, quanto quello della natura”, afferma il pittore.

[9] “Non vivo per me, caro Théo, ma per la generazione che verrà”, asserisce in una delle sue lettere.

[10] “Penso solo al mio rapporto con l’eternità. Il mio dono al mondo è la mia pittura”, dice ancora.

[11] “Tutti abbiamo una malattia terminale che si chiama vita. La pittura è una pratica che in un certo senso affronta la morte, perché è connessa alla vita ma in modo diverso, riuscendo a farti accedere ad un’altra dimensione. L’arte può superare la morte. Nel film il pubblico di Vincent non è ancora nato, ma questo non gli impedisce di fare quello che sente di dover fare” afferma Schnabel.

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Azzurra Tasselli

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