Quante volte sentiamo dire che “i social rappresentano lo specchio delle nostre società, di noi stessi, di chi siamo realmente”?

Ma siamo davvero certi che sia così?

Non è un mistero che le grandi compagnie che possiedono e gestiscono i principali social network come Facebook, Twitter e Instagram abbiano la capacità di “influenzare” il pensiero e lo stile di vita dei milioni se non miliardi di utenti che ogni giorno accedono alle piattaforme. Un grande potere, non c’è che dire! E siccome tutti noi siamo ben coscienti che “da un grande potere derivano grandi responsabilità” – e non è solo lo zio di Spiderman a sentenziarlo – viene da chiedersi: quali sono le responsabilità verso noi utenti, persone comuni, di chi gestisce i social?

Forse ingenuamente, senz’altro marzullianamente, a questa domanda auto-postami risponderei che chi si ritrova nelle condizioni di poter esercitare una simile influenza sulle persone dovrebbe quantomeno cercare di esaltarle e farle realizzare per ciò che sono – e pertanto, esseri umani.

Se un alieno piombato sulla Terra oggi si chiedesse che cosa distingue l’essere umano dagli altri animali e cercasse la risposta sbirciando nei social network, ho l’impressione che arriverebbe a questa conclusione: <<differentemente dagli animali, l’uomo sa fare foto e video>>. Difficile contestare la cosa, perché è effettivamente così! Tuttavia, è davvero questa l’attività che distingue noi come esserei viventi evoluti?

Non credo. L’uomo è innanzitutto pensiero, quindi parola e conseguente capacità di esprimerla con l’oratoria e la scrittura. La scrittura! – Questa strana attività ormai quasi scomparsa dai radar dei social network. Eppure, tutto nacque con la scrittura. In principio era il Verbo – potremmo dire con una citazione azzardata.

 

Facebook: uno spazio infinito – davvero un problema?

Nel 2004 nasce Facebook, primo vero social network di successo. Esso si caratterizza per la possibilità di pubblicare certo foto e video, ma soprattutto testi. Sostanzialmente, consente a un nutrito numero di persone di dire la loro… Su tutto.

Un bene, questo? Forse no, come sentenziava Umberto Eco. Ma i problemi e i limiti del caso non stanno tanto nello strumento, nel poter scrivere il proprio pensiero, quanto alla radice; qual è questo pensiero? Come si è formato? E soprattutto, esiste davvero?! È inutile nascondere o negare che capiti di imbattersi in post dei quali non si comprende il significato né la ragion d’essere. Ma davvero questo è colpa di uno strumento che permette di esprimersi? O il problema non sta forse nel fatto che tutti dovrebbero avere la capacità di poter esprimere il proprio pensiero razionale in senso chiaro e compiuto? Facebook ha reso disponibile uno strumento; uno spazio illimitato (!) per scrivere ciò che le persone vogliono. Che fosse creato o meno, il problema di ampie fasce di popolazione nelle nostre società con limiti oggettivi nella capacità di elaborare ed esprimere un pensiero sarebbe comunque esistito, magari tenuto celato. Ma non rifacciamocela con lo strumento, che anzi ci ha permesso di aprire gli occhi su uno dei grandi problemi e limiti delle nostre società moderne. Rifacciamocela piuttosto con queste e con i loro sistemi istruttivi ricolmi di falle!

 

Twitter: uno spazio finito

E così, davanti a classi dirigenti che non comprendevano le problematiche delle società e si limitavano a criticare l’uso sempre più massiccio dei social, questi ultimi hanno imparato la lezione: assecondare le tendenze interne alle società stesse. Scrivere, scrivere, scrivere; perché mai? Tanto più se un sacco di persone lo fanno male e senza cognizione di causa…

Nel 2006 nasce infatti Twitter, un social basato come Facebook sulla condivisione di foto, video e testo ma con una grande novità: il limite ai caratteri (non parole!) utilizzabili. Inizialmente, un massimo di 140, portati nel 2017 a quota 280. Il social ha presto rapida espansione e largo successo anche e soprattutto tra vip, personaggi famosi, gente dello spettacolo e politici. Celebre la frase di un mio professore universitario dell’Università di Firenze di cui non faccio il nome, Luciano Bozzo, che durante una lezione sentenziò:

Io vedo tutti questi statisti che fanno i tweet… Ma come si fa a esprimere un concetto compiuto in 140 caratteri? E’ ovvio che scrivi una stron*ata!!

Un mito!

 

Instagram: la doppia involuzione

Forse, la possibilità di scrivere solo un determinato numero di parole produceva più mostri di quanti non ne uccidesse. Ecco dunque il colpo di genio: basta con la scrittura! Se lasciata totalmente libera risulta noiosa e può produrre risultati sgradevoli; se delimitata, comunque la qualità non migliora. E dunque? Aboliamola!

Nel 2010 arriva Instagram: il social tutto dedicato alle immagini e ai video. Qualche frase, qualche hashtag, niente di più… Un ritorno alla pittura rupestre: il modo più semplice e diretto per potersi esprimere.

Ma non basta. Nel 2012 il social viene acquistato da Facebook e quattro anni dopo, nell’agosto del 2016, arriva la grande invenzione: le stories. Brevi video, brevissimi, che si auto cancellano dopo 24 ore. Ed ecco che il mix è completo, l’apice è raggiunto! Con un simile strumento, Instagram e quindi l’azienda Facebook e chi le sta dietro decidono di far esprimere le persone, noi tutti, in un modo semplice e finito. Cos’è che conta? Apparire, non essere. L’apparenza significa qui, ora, ciò che faccio, cosa dico e domani… si vedrà! Un mezzo neppure primitivo e rupestre, perché quei disegni e quelle pitture erano infinite (o meglio, immortali – ancora oggi le ammiriamo) e dense di significato.

 

Giriamo lo specchio!

Viene dunque da chiederci: ci meritiamo davvero tutto questo? Davvero noi, Esseri Umani, creature complesse ed evolute, dobbiamo ridurci a dare un senso ad ogni singolo momento della nostra vita con un video di pochi secondi, spesso impeccabile e curato nei minimi dettagli, che si auto elimina dopo un giorno?

Purtroppo, temo che sia uno dei punti più bassi in cui ci abbiano portato. Chi?

Da un lato, chi innegabilmente gestisce le nostre vite, i nostri gusti ed interessi – grandi società e compagnie private come Facebook, appunto.

Dall’altro, le classi dirigenti che governano le società, complici o ignare (e c’è da chiedersi cosa sia peggio) di un depauperamento generale del senso profondo di Essere Umano in quanto creatura evoluta e complessa. Essere Umano, appunto, non Apparire Umano. E per essere dobbiamo esprimerci. E per esprimerci non basta un’immagine; c’è bisogno di parlare e scrivere. Possibilmente, conferendo un significato imperituro a ciò che diciamo: scrivendo (scripta manent) ed esprimendoci in video che decidiamo noi se e quanto eliminare. Anziché arrendersi a video che si auto-eliminano, diventiamo persone che auto-decidono!

Sì, ok, ma tranquillo… Stiamo parlando di social, mica della vita reale. Già è complicata, se non ci svaghiamo su quelli…

Partendo dal presupposto che nessuno sostiene di non doversi svagare sui social né nega che la vita sia dura, purtroppo o per fortuna i social non sono più soltanto uno svago, ma spesso sono essi stessi parte integrante della “vita reale” o quanto meno la condizionano fortemente.

E dunque non sono i social ad essere lo specchio della società. Siamo noi a comportarci e a diventare ciò che i social – e chi li governa – vogliono che diventiamo! E il timore è che questo “qualcosa” significhi persone con scarsa coscienza della complessità e delle potenzialità dell’Essere Umano, più protese allo svilimento del genere umano piuttosto che alla sua esaltazione. Ci definiamo “persone semplici” e arriviamo magari persino a dichiararci fieri della nostra ignoranza. Ma quando lo facciamo, compiamo soltanto un torto verso noi stessi.

Chi trae beneficio da tutto questo? In generale, chi ci “governa”. E attenzione che per governare non si intendono soltanto poteri pubblici (statuali, sovranazionali e internazionali) ma anche poteri privati – come, appunto, società e aziende che detengono gli strumenti della nostra vita, come i social. Per entrambi risulta assai più facile avere a che fare con persone “semplici” piuttosto che con esseri complessi.

Per questo motivo dobbiamo girare lo specchio; riprendere coscienza di chi siamo e vivere di conseguenza, lasciando che i social descrivano chi siamo noi (realmente) e non chi loro vogliono che noi siamo.

 

Un’altra storia…

Di come si manifesta la volontà di grandi poteri privati di far percepire le persone come “esseri semplici” ho parlato finora. Anche i poteri pubblici fanno lo stesso, attraverso uno strumento ben noto a tutti noi e che siamo abituati a percepire addirittura come “amico”. Un foglio, tanti simboli colorati, una matita, una x…

Ma questa è un’altra storia

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Samuele Nannoni

Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Attualmente lavoro nella Event Division di un'azienda che opera nel settore delle energie rinnovabili. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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Samuele Nannoni

Sono nato a Firenze, dove vivo tutt'ora. Appassionato di viaggi, lingue e politica, mi sono laureato alla triennale di Scienze Politiche a Firenze e alla magistrale di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì - Università di Bologna. Attualmente lavoro nella Event Division di un'azienda che opera nel settore delle energie rinnovabili. Sono una persona solare e positiva, ottimista il più delle volte. Amo la natura e gli animali; non sopporto il politically correct. Mi piace andare controcorrente, scavare a fondo nelle questioni, mantenendo vivo il più possibile il mio spirito critico. Sono il fondatore e direttore di ODERAL - Organizzazione per la Democrazia Rappresentativa Aleatoria (www.oderal.org); l'unica Organizzazione italiana dedicata allo studio e alla promozione del sorteggio come pratica democratica da affiancare alle elezioni per la composizione di organi collegiali, ovvero Assemblee legislative.
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