È l’area un tempo sottoposta all’influenza sovietica l’argomento centrale del nuovo numero di Human Security, la rivista quadrimestrale sui temi della sicurezza umana e della conflict analysis edita dal Torino World Affairs Institute (T.wai).

La disgregazione del blocco comunista, con la fine del sistema bipolare retto da Unione Sovietica e Stati Uniti, ha lasciato un’enorme vuoto di potere che, per mancanza di risorse politiche prima che economiche, il blocco occidentale non ha saputo colmare. Senza più il grande “poliziotto” sovietico a gestire (e reprimere) le tensioni nella propria zona d’influenza, le contraddizioni identitarie sono presto esplose in conflitti laceranti: dal Kosovo alla Georgia, a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino molti contrasti restano irrisolti, pronti ad esplodere in guerra aperta.

Dopo oltre quattro anni, il conflitto ucraino appare in ottima salute. Gli incidenti nel Mar d’Azov e il persistere del conflitto in Donbass proiettano una luce funesta sulle prossime elezioni presidenziali, previste per marzo. Le aspirazioni di potenza internazionale della Russia, d’altra parte, prevedono che le aree ex sovietiche non possano distaccarsi dall’influenza di Mosca, che resta intollerante di fronte a qualsiasi intromissione esterna. Con queste premesse, una felice risoluzione della crisi nel breve periodo appare poco realistica.

Allo stesso modo, nel Caucaso, le tensioni che avevano portato alla guerra del 2008 restano al livello di guardia. I precari equilibri locali e i contrasti in Georgia, Armenia e Azerbaigian sono solo una faccia della più ampia competizione tra Russia e Stati Uniti; la determinazione russa, unita al risveglio dell’interesse statunitense per la regione, acuisce la contrapposizione tra i satelliti Georgia (vicina agli americani) e Armenia (appoggiata dal Cremlino). Seppur non vicina, la possibilità di una guerra per procura appare ogni giorno meno lontana.

Anche nei Balcani, infine, la situazione resta instabile. Un decennio di guerra civile e pulizia etnica non ha comunque portato alla definizione di rigidi confini nazionali tra popoli che, d’altronde, avevano prima pacificamente convissuto per secoli. Ed ecco allora sorgere nuovi interrogativi intorno al ruolo delle enclave identitarie: che fare, ad esempio, laddove una comunità serba si ritrovi isolata in uno stato in aperto contrasto con la Serbia, distante alcune centinaia di chilometri? È appunto il caso di Velika Hoča, un piccolo villaggio da sempre abitato da serbi, oggi isolato nel neonato Kosovo.


A cura di Francesco Merlo

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Francesco Merlo

Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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Francesco Merlo

Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
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