Tutti noi conosciamo «La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler». Se anche non l’abbiamo visto per intero, siamo quantomeno al corrente della sua esistenza. Dopo quattordici anni, oltre alle parodie che ci accompagnano dagli anni della scuola, resta del film soprattutto una polemica. Con le parole della Bild-Zeitung possiamo riassumerla così: «È legittimo rappresentare il mostro come un essere umano?». Il dibattito in Germania (e negli Stati Uniti) esplose ancor prima dell’uscita del film, girando essenzialmente intorno a questa domanda.

La ragione per cui è ancora interessante confrontarsi con questa polemica è che essa tocca alcune questioni fondamentali del rapporto della Germania con il proprio passato, e lo fa in un momento in cui questo attraversava mutamenti sostanziali. Rispondere correttamente alla domanda della Bild è importante ancora oggi per inquadrare nel modo giusto lo sviluppo di una coscienza nazionale ed evitare di cadere nei tranelli di chi in malafede fa leva sulla nostra sensibilità.

In linea con una tendenza volta a privilegiare le storie individuali e le esperienze personali di chi è vissuto ai tempi della guerra, “La Caduta” porta sullo schermo direttamente le vicende dei maggiori protagonisti: Hitler e il ristretto manipolo di gerarchi che passano con lui gli ultimi giorni nel bunker. “La Caduta” è il primo film a dare “tratti umani” non solo alle vittime e nemmeno solo ai cittadini o ai militari tedeschi, ma al “mostro” stesso, l’artefice del disastro. In questo senso si contrappone nettamente a un altro film storico uscito undici anni prima, “Schinder’s List”, propenso a dipingere i carnefici come pazzi demoniaci.

Proprio per questo “La Caduta” è stato oggetto delle critiche più feroci. Ad essere messa in discussione è stata l’opportunità di dipingere Hitler e i gerarchi nazisti come uomini: l’atteggiamento amorevole verso i bambini e la segreteria lo avvicinano a noi e gli donano un fascino ambiguo, quasi tragico. Rischiamo addirittura di capire il suo rifiuto schizofrenico della realtà, piuttosto comprensibile in una situazione così priva di prospettive. O di percepire il terrore e la ritrosia di Göbbels mentre compie l’atto terribile di uccidere i propri figli.

L’utilità di dipingerli come mostri è però almeno altrettanto discutibile. Il problema deve essere interpretato correttamente dal punto di vista storico. Non è la prima volta infatti che si auspica una cesura netta tra ciò che è Adolf Hitler e ciò che siamo noi. Anche nell’immediato dopoguerra si era voluto rappresentare il Führer e i capipartito come una combriccola criminale della peggior specie – cosa che sicuramente sono stati – avendo però come preciso obiettivo quello di produrre una distanza e una deresponsabilizzazione del popolo tedesco. Esso diventava vittima della macchinazione del dittatore allo stesso modo in cui lo erano le popolazioni attaccate. Si cercava così di legittimare la fine della denazificazione (il cosiddetto Schlußstrich) e di normalizzare di nuovo la posizione tedesca rispetto ai primi anni.

È sospetto dunque che a formulare con tanta premura la domanda sulla liceità di un Hitler umano, ancor prima dell’uscita del film, sia stato Bild, il tabloid conservatore tedesco, che dal 1952 ad oggi si propone come difensore a spada tratta della Leitkultur tedesca, celebrandone i pregi e oscurandone i difetti. Il proposito, in anni di profonda trasformazione della Germania, sembra essere di nuovo quello di creare la massima possibile distanza tra il Führer e il popolo tedesco. Questo per liberare definitivamente la moderna Germania, potenza economica e politica ormai di spicco, da quei lacci simbolici che l’avevano legata a una maggiore responsabilità verso l’Europa e verso il mondo.

L’umanizzazione di Hitler in “La Caduta” infatti, tutt’altro che assolutoria, accorcia drasticamente le distanze e impedisce un facile disimpegno: la paternità dell’orrore nazista non è aliena ma puramente umana. Evitando di descrivere i nazisti come maschere disumane e sfumandone le deviazioni psicologiche, presenti ma più realistiche, il film sposta l’attenzione da queste ultime alle idee. Dietro all’affetto per il cane e al rapporto con la moglie, risalta a maggior ragione l’estrema violenza del suo darwinismo sociale, applicato alla fine agli stessi tedeschi. Il fascino delle sue ambizioni “visionarie” e della dedizione fuori dal comune con cui rifiuta ogni resa sono accompagnati dallo sfacelo e dal massacro della popolazione tedesca, epilogo inevitabile di un percorso iniziato dodici anni prima.

Paradossalmente il film che più da vicino riguarda “gli uomini” del regime nazista è un film sulle idee e sulla Germania. Vero oggetto del racconto è il delirio suicida di un gruppo dirigente e del popolo che li ha “incaricati”. In un momento in cui erano forti le spinte ad archiviare il passato collettivo di un paese, concentrandosi sulle storie individuali e vittimizzando per certi aspetti anche i tedeschi, “La Caduta” mette in guardia la Germania dal rischio di pensieri ancora presenti e la avverte di non incamminarsi, magari inavvertitamente, su strade pericolose. In questo senso l’umanizzazione del Führer e il fascino ambiguo che emana, nonostante i rischi di fraintendimento, non solo sono legittimi ma sani.


A cura di Fabio Santoro

 

Per il dibattito tedesco sulla memoria nei primi anni Duemila e nell’immediato dopoguerra si vedano:

  • Norbert Frei, 1945 und wir. Das dritte Reich im Bewußtsein der Deutschen, C.H. Beck, München 2005
  • Norbert Frei, Vergangenheitspolitik. Die Anfänge der Bundesrepublik und die NS-Vergangenheit, Deutscher Taschenbuch Verlag, München 1999
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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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Fabio Santoro

Nato nel 1992, sono cresciuto tra la bassa parmense e Parma città, dove ho frequentato le scuole fino al liceo. Mi sono trasferito a Torino ormai cinque anni fa per studiare Filosofia, e quindi Scienze Internazionali, di cui sto frequentando l'ultimo anno. Da sempre attratto da tutto ciò che ha a che fare con la politica, i miei interessi sono vari, a volte anche un po' dispersivi, ma concentrati per lo più nell'area del nostro vecchio continente.
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