Il Grande Lebowski compie vent’anni. Un Cult assoluto che parla ancora al presente

Il Grande Lebowski (The Big Lebowski) compie 20 anni dalla sua prima uscita nelle sale, datata 6 marzo 1998. Curiosamente il film fu un flop al botteghino e ricevette pareri contrastanti dalla critica, salvo poi risalire la china del successo e diventare un vero e proprio film di culto.

Ma cos’ha questa pellicola di così speciale? In sostanza si potrebbe dire che è un anti-epica moderna, dove il sogno americano viene lasciato da parte per descrivere una quotidianità lontana dai riflettori, inserita negli USA degli anni novanta.

Una quotidianità che fa dell’ordinario straordinario, popolata da personaggi assurdi che danno vita ad un intreccio narrativo talmente strambo da diventare ineguagliabilmente esilarante.

Il “Cult” è firmato dai fratelli Coen, a cui si devono non solo regia e sceneggiatura, ma anche il soggetto ed il montaggio (sebbene quest’ultimo sia nominalmente a cura di Roderick Jaynes, personaggio fittizio che indica lo zampino dei Coen anche in questa sezione della produzione).

La fotografia è curata da Roger Alexander Deakins, nonché vincitore del premio oscar per la stessa con Blade Runner 2049 (scusate se è poco). Mentre le musiche sono curate da Carter Burwell, e si adattano al film tanto bene che potrebbe quasi essere considerato un film musicale. La scenografia è invece affidata a Rick Heinrichs.

Il cast è stellare e si adatta alla perfezione a creare un’atmosfera unica che buca lo schermo. Parte di questa magia (l’assurdità nella realtà) è già apprezzabile nella sequenza dei titoli di testa in cui vengono presentati i personaggi principali. Essa si snoda attorno all’ambiente che fa da perno agli avvenimenti di tutto il film: la sala da bowling.

La sequenza si apre con un pezzo di Bob Dylan “the Man in Me” che scivola morbido sulle piste e sui birilli. Le note accarezzano le superfici cromate e il legno laccato, che brillano assieme alle brutte luci al neon schiacciate sul muro.

L’impressione è che il bowling sia rimasto fermo agli anni settanta: è un luogo ancora troppo giovane per essere vintage, mentre ha tutti gli elementi per essere superato e decisamente poco al passo con gli anni novanta.

È in questo ambiente fermo nel passato che fanno la loro comparsa i personaggi principali. Anche loro sembrano inadatti all’ambiente esterno e alla modernità, o più in generale a quello che è il modello di riferimento della società consumista americana.

Sono fuori moda, come le scarpette vecchie e i posacenere che richiamano l’epoca di Elvis: bevono e giocano a bowling (senza fare molto altro).  Vestiti alla meno peggio non c’entrano niente l’uno con l’altro, eppure sembrano legati da un’amicizia molto solida.

È fin da subito che si prova una simpatia innata nei loro confronti. Qualunque lettore di Paperino probabilmente faceva il tifo per l’omonimo protagonista proverbialmente sfortunato, non certo per Gastone. E così da subito è forte l’empatia col protagonista e i suoi tre amici.

Il protagonista è Jeffrey Lebowski detto “Dude”, interpretato da Jeff Bridge. Il soprannome “the Dude” parla per il personaggio, purtroppo la traduzione italiana non rende molto bene l’idea: “the Dude” è infatti tradotto con “il Drugo”, ma volendo utilizzare un toscanismo si potrebbe utilizzare “Ciccio”.

Jeffrey Lebowski è pigro e sovrappeso, tanto sciatto da essere ridicolo. Passa le giornate dividendo equamente il suo tempo tra il bowling, fumare marijuana e bere white russian. Insomma, è un fattone che vive spensierato la sua disoccupazione, un reduce dal ’68 fuori tempo massimo ,e non più impegnato in qualsivoglia maniera.

Ugualmente reduce del ’68, ma in misura opposta è l’amico Walter Sobchak interpretato da John Goodman. Walter è estremamente rissoso e coglie ogni occasione impropria per riesumare le sue memorie sulla guerra del Vietnam. Vive costantemente attaccato a questo ricordo (come si vede dall’abbigliamento) e a quello dell’ex moglie, a cui porta ancora in giro il cane, e per cui professa ancora la religione ebraica (cui si è convertito per sposarsi).

Il terzo del trittico è “Donny” Kerabastos, ingenuo e tranquillo, che trova nell’espressività facciale di Steve Buscemi la sua caratteristica principe.

Molti altri sarebbero gli interpreti degni di nota, (tra cui John Torturro, Julianne Moore, Philip Semyour Hoffman, e tanti altri,) tuttavia i tre personaggi descritti sono il nocciolo della narrazione.

Questo proprio perché sono sciatti, assurdi e improbabili in un mondo orientato al successo. Non è un caso che il film sia ambientato a Los Angeles, realtà della quale i tre personaggi impersonano un contraltare rispetto al divismo dei ricchi della città.

La loro inadeguatezza a fronteggiare le peripezie che incontrano durante lo svolgimento degli eventi si può considerare un’epica rovesciata: non gliene va dritta una. La comicità del film deriva infatti dalla loro totale inettitudine ad affrontare le prove cui sono sottoposti, che prendono piede dagli avvenimenti più casuali.

Questo a significare che non c’è nessuna predestinazione per le loro gesta tragicomiche, nessun destino grandioso; tutto prende atto da un caso di omonimia per cui Jeffrey perde il tappeto del salotto. Sono come portati dal vento in un mondo che non è a loro misura, come dimostrerà il finale del film dal sapore agrodolce, non c’è una vera rivalsa dei perdenti o un lieto fine.

Piuttosto c’è l’affermazione di un’identità, come a dire che viene riaffermato il loro diritto a esistere in una società che li considera il rovescio della medaglia rispetto al modello sociale del successo. Qui sta in effetti tutta l’evidenza delle loro caratteristiche ordinarie che fondano lo straordinario, in rottura col sogno americano, senza squillar di trombe e sventolio di bandiere.

Così Jeffrey Lebowski, “the Dude”, esce dalla scena come è entrato: un po’ per caso con calma stoica. Lui che non si arrabbia qualsiasi cosa accada, lui che non ha trovato niente nelle sue peripezie se non la consapevolezza di esser stato tirato in mezzo perché è “un fattone”, lui che in fondo rivoleva solo un tappeto per il suo salotto.

Eppure, Jeffrey Lebowski sembra avere, (e ha a modo sua), una lezione da insegnare. Perché (citando la voce narrante del film): “[…] a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe… perché, che cos’è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles. E anche se quell’uomo è un pigro, e Drugo lo era di sicuro, forse addirittura il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri… Ma a volte si incontra un uomo…”.

È probabilmente proprio per questa sgangherata lezione che “The Big Lebowski” è diventato un cult, che compie vent’anni, ma che a parere di chi scrive resta attuale come se fosse uscito nelle sale ieri.


A cura di Corso Pecchioli

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Corso Pecchioli

Mi chiamo Corso Pecchioli, sono nato a Firenze nel ’93, e sono al tempo stesso innamorato e in guerra con la mia città. Ad una formazione da liceo classico segue una laurea triennale in Studi Internazionali, attualmente sono iscritto al corso di laurea magistrale in Politica Istituzioni e Mercati- sotto Scienze Politiche. La curiosità mi è stata fortunatamente tramandata in famiglia, sono sempre stato un lettore accanito di romanzi e di saggi di storia e letteratura. trovo nello studio e nella scoperta di tutto ciò che non conosco una grande soddisfazione. Questa fortuna, unita ad un pessimo carattere e ad una memoria lunga, mi rende estremamente critico verso tutto ciò che in virtù della stupidità diventa consuetudine (in altre parole la società consumista intera). Per sfuggire al mio caratteraccio trovo rifugio in tutto quello che mi piace: la radio (conduco una trasmissione su una web-radio), il motociclismo, la corsa, i viaggi, la lettura, le arti marziali, la cucina, i giornali, il cinema, il campeggio, e soprattutto la compagnia delle persone. Onestamente credo che cinque anni di università e un Erasmus mi abbiano dato molto (mi sono anche concesso il tempo di godermi le cose serie della vita durante il percorso accademico); ma altrettanto mi è stato dato dalle esperienze che ho avuto la fortuna di poter fare sul lavoro assieme alle persone più umili, da qualche bel ricordo disseminato in giro per l’Europa e per il mondo, e da alcune notti di paideia poco ortodossa.
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