La legge elettorale è un problema che il nostro Paese si trascina fin dal dopoguerra. Se in altri progrediti Paesi europei è norma effettuare regolari elezioni che eleggono chi governerà per l’intera legislatura, in Italia le maggioranze sono state afflitte da debolezza cronica, con rimpasti frequenti e piccoli partiti che tenevano in scacco il governo: in soli 71 anni, abbiamo avuto ben 64 governi diversi.

Tentativi di riforma

Questo sistema politico così precario ha indubbiamente contribuito alla creazione di quella vasta rete di accordi sottobanco, inciuci e corruzione che è poi esplosa nello scandalo di Tangentopoli. Proprio questa inchiesta, che mise a nudo quanto profondamente malsana fosse la politica italiana, portò alle prime riforme volte a garantire la formazione di chiare maggioranze di governo già all’indomani delle elezioni.

Dai tanti progetti, sono emersi prima il Mattarellum (fatto da un 75% di sistema maggioritario e un 25% di proporzionale) e poi il Porcellum di Calderoli, ovvero il sistema con cui sono stati eletti gli attuali deputati e senatori. Nessuna delle due leggi elettorali è, tuttavia, riuscita a risolvere in modo definitivo la questione della formazione di maggioranze di governo stabili, nonostante un positivo ridimensionamento del numero di piccoli partiti in Parlamento. A seguito della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, il Porcellum è stato dichiarato incostituzionale nelle parti riguardanti l’assenza delle preferenze e l’assegnazione del premio di maggioranza (giudicato sproporzionato).

Con l’obiettivo di risolvere definitivamente la questione elettorale, il governo Renzi ha adottato l’Italicum, un sistema che prevedeva, nel caso probabile in cui nessun partito andasse oltre il 40% delle preferenze, un ballottaggio tra i primi due partiti, per permettere agli italiani di decidere a chi spettasse il governo del Paese. Era un sistema certamente stabile, ma con un grosso punto debole: valeva per la sola Camera dei Deputati, giacché il Senato sarebbe stato abolito per mezzo della riforma costituzionale.

Conseguentemente alla bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, l’Italicum promosso dal governo Renzi è stato drasticamente emendato dalla Corte Costituzionale. I giudici avevano rilevato come, con il mantenimento del Senato a seguito della scoppola referendaria al governo, il sistema con ballottaggio previsto dall’Italicum per la sola Camera creasse delle difficoltà nella creazione di maggioranze stabili.

Si è arrivati così all’attuale situazione, con due leggi diverse alla Camera (Italicum emendato, con sbarramento al 3%, senza ballottaggio e premio alla lista che supera il 40%) e al Senato (ciò che resta del Porcellum calderoliano, cioè un proporzionale puro con sbarramento alle liste singole all’8% e al 3% per quelle coalizzate).

Nonostante i proclami delle opposizioni, che all’indomani della vittoria del “NO” si erano dette fiduciose di raggiungere presto un’intesa per produrre un sistema elettorale migliore di quello referendario, un primo accordo è stato raggiunto solo a maggio inoltrato, su proposta del Partito Democratico.

Il modello proposto, tale Rosatellum, riprendeva il vecchio Mattarellum ma ne aumentava gli aspetti proporzionali, diminuendone gli effetti positivi ai fini della stabilità delle maggioranze. Se tale modello sembrava accontentare un po’ tutti, dal Movimento 5 Stelle a Berlusconi, per le sue componenti proporzionali e la possibilità di avere la maggioranza con il 40% dei voti, l’approvazione di un emendamento fuori dai patti ha sconvolto le carte in tavola e bloccato il progetto di riforma, con accuse reciproche tra PD e M5S.

Oggi

L’ultima idea che ha messo d’accordo governo e alcune opposizioni (cioè Partito Democratico, Alternativa Popolare, Forza Italia e Lega Nord), è una riedizione del Rosatellum, la quale stavolta permette la presentazione delle coalizioni (non più dei singoli partiti) nei collegi uninominali. Questo significa che verranno premiate le alleanze tra partiti, mentre saranno penalizzati quelli determinati a correre da soli, come il Movimento 5 Stelle. Non solo ma, una volta eletti i parlamentari, i piccoli partiti potranno nuovamente tornare a ricoprire il ruolo di aghi della bilancia governativa, andando in direzione opposta a tutti i tentativi di riforma elettorale degli ultimi venticinque anni. È senz’altro un passo indietro sulla via della governabilità.

D’altra parte, i rapporti tra PD e M5S sono più tesi che mai, mentre sarebbe stato impensabile che Forza Italia, Lega e gli alfaniani, molto indietro nei sondaggi sul consenso elettorale, potessero schierarsi a favore di sistemi che privilegino troppo le liste singole.
Se ai 5 Stelle infatti sarebbe calzato a pennello un maggioritario con premio al partito, cosa che avrebbe permesso di governare senza dover stringere accordi con nessuno (era il caso dell’Italicum), ai partiti della destra divisa, ma anche a quelli della sinistra diversa dal PD, convengono sistemi che favoriscano le alleanze, così che anche i pesci piccoli riescano ad entrare in Parlamento. E a determinare, ancora una volta, le alterne fortune dei governi che verranno.

 

A cura di Francesco Merlo


Link utili:

The following two tabs change content below.

Francesco Merlo

Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
5.00 avg. rating (96% score) - 1 vote
author

Francesco Merlo

Cresciuto tra le bellezze fiorentine e le umili tamerici appenniniche, dopo il diploma classico ha approfondito la propria formazione internazionale a Firenze, Torino, Lione, Bruxelles e Londra (SOAS). È oggi Junior Research Fellow per il Torino World Affairs Institute (T.wai), nel programma Violence & Security.
4 Comments

4 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *