Ultimi aggiornamenti dalla più grande prigione a cielo aperto

GERUSALEMME –  Dopo le violenze dello scorso fine settimana, che hanno causato l’uccisione di 20 gazawie più di 1400 feriti, le Autorità di Gerusalemme si preparano ad affrontare un altro venerdì di scontri, incrementando il numero dei soldati a difesa della barriera e proseguendo nella politica di deterrenza verso chiunque si avvicini al limite di 300 metri stabilito dalle autorità israeliane.
Oggi altre decine di migliaia di palestinesi stanno manifestando lungo la barriera di separazione con Israele affollando i cinque accampamenti eretti a 700 metri dal confine per chiedere la fine dell’assedio che strangola Gaza.
Fin da ieri i palestinesi hanno iniziato ad ammassare lungo il confine pneumatici da bruciare e specchi per ostruire la visuale dei tiratori scelti e i feriti, secondo Hareetz, sono già 252, e i morti 3.

Le Marce del Ritorno
I preparativi per le “Marce del Ritorno” sono iniziati diversi mesi fa. I partecipanti, uomini e donne di tutte le età, hanno risposto in massa all’appello della National Commission for the March of Return and Breaking the Siege, comitato istituito attraverso un consenso nazionale tra Hamas, Fatah, il PIJ, il FPLP, il Partito popolare palestinese, rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani, clan, comitati di rifugiati, organizzazioni sanitarie e attivisti di ogni settore della società palestinese.
Insieme hanno cercato di denunciare e affrontare l’occupazione di Israele e di attirare l’attenzione del mondo sulla loro situazione.
Hamas, di contro, ha visto nella “Marcia del Ritorno” un modo per affrontare il blocco di Israele con mezzi pacifici, senza iniziare una nuova guerra e parimenti un escamotage per indirizzare altrove la crescente disperazione dei gazawi le cui condizioni sono sempre più drammatiche.
La data di inizio delle manifestazioni è stata scelta per la ricorrenza della “Giornata della Terra” (Land Day), che ricorda l’uccisione per mano dell’esercito israeliano di sei cittadini arabo-israeliani che nel 1976 protestarono per l’espropriazione delle loro terre.

“Hamas non ha organizzato una Woodstock a Gaza”
Le autorità israeliane ritengono che il 90% dei partecipanti alle marce sia affiliato ad Hamas, ritenuto il vero direttore d’orchestra delle dimostrazioni.
L’intero spettro politico israeliano si è complimentato con l’IDF per la gestione degli scontri della scorsa settimana.

Lieberman, Ministro della Difesa israeliano, ha apostrofato la maggior parte delle vittime della settimana scorsa come “terroristi notoriamente attivi nell’ala armata di Hamas e della Jihad islamica. Sicuramente non innocenti civili facenti parte di una protesta civile“.
Ha inoltre rincarato la dose affermando che i soldati al confine meriterebbero una medaglia per il loro comportamento, ricordando che “Hamas non ha organizzato una Woodstock a Gaza”.
Questa idea, promossa dagli israeliani, che vede i palestinesi vittime di una falsa coscienza che li spinge a sacrificarsi su ordine di Hamas è estremamente fuorviante.
Come ha scritto Ahmed Masoud: “Nessuno sforzo propagandistico al mondo, per quanto bieco o ingegnoso ‎riuscirebbe a far marciare volontariamente migliaia di persone verso il confine ‎della loro prigione a cielo aperto, sapendo benissimo che ci sono centinaia di ‎soldati senza scrupoli che aspettano dall’altra parte, pronti a premere il grilletto in ‎qualsiasi momento‎.
Solo una cosa può far fare questo alla gente: la disperazione, la sensazione di non avere più nulla da perdere. E questo è esattamente ciò che la vita a Gaza, dopo decenni di occupazione e blocchi, rappresenta oggi: l’inferno stesso.”
La più grande prigione a cielo aperto.

Oltre al danno, la beffa
Le manifestazioni, previste ogni venerdì, dovrebbero culminare con la “Grande Marcia” del 15 Maggio, 70esimo anniversario della Nakba per la quale si prevede che rifugiati palestinesi da Gaza, Libano, Siria e Cisgiordania marceranno verso i confini con Israele.
La Nakba (catastrofe) è il termine usato per ricordare il 1948, quando Israele dichiarò la propria nascita sulle ceneri della Palestina storica e l’80% della popolazione palestinese dell’epoca lasciò la propria casa, 800mila persone che sarebbero andate a formare la più ampia e durevole popolazione di rifugiati al mondo. Oggi quegli 800mila palestinesi sono 7 milioni, il 60% di tutto il popolo palestinese.
Coincidenza vuole che il giorno prima del 70esimo anniversario della Nakba sia la data prevista per l’attesissima inaugurazione dell’Ambasciata USA a Gerusalemme.
Oggi, la Nakba continua.

A cura di Giovanna Cipolla

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Giovanna Cipolla

Classe 1993, Acquario, siciliana d’origine e prima di tre fratelli, dopo il diploma mi sono trasferita a Forlì per laurearmi tre anni dopo in Scienze Internazionali e diplomatiche con l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Avendo compreso che il mondo della diplomazia non faceva per me, ho deciso di trasferirmi a Torino dove oggi sono post-graduate student in Scienze internazionali con profilo Middle East and North Africa politics. Nello studio del Medio Oriente ho trovato la mia personale quadratura del cerchio. Credo nel Mediterraneo come alternativa al modello Atlantico. Amo dipingere, pensare ed andare in direzione ostinata e contraria. Odio i pregiudizi almeno quanto il formaggio.
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Classe 1993, Acquario, siciliana d’origine e prima di tre fratelli, dopo il diploma mi sono trasferita a Forlì per laurearmi tre anni dopo in Scienze Internazionali e diplomatiche con l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Avendo compreso che il mondo della diplomazia non faceva per me, ho deciso di trasferirmi a Torino dove oggi sono post-graduate student in Scienze internazionali con profilo Middle East and North Africa politics. Nello studio del Medio Oriente ho trovato la mia personale quadratura del cerchio. Credo nel Mediterraneo come alternativa al modello Atlantico. Amo dipingere, pensare ed andare in direzione ostinata e contraria. Odio i pregiudizi almeno quanto il formaggio.
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