Nel precedente articolo si è tentato di osservare alcune delle principali caratteristiche del nostro sistema fiscale. Entrando maggiormente nel merito proviamo a comprendere la proposta di Flat Tax presentata l’anno scorso dalla Lega Nord, cosa comporterebbe ed eventualmente quali potrebbero essere altri aspetti sui quali concentrarsi?

Il partito capeggiato da Matteo Salvini ha presentato una proposta estremamente radicale che prevede un’aliquota del 15% fissa, con deduzione di 3000 euro per ogni componente del nucleo familiare. L’aliquota è la medesima anche sui profitti delle imprese (“corporation tax”, in Italia nota come IRES). Dalle verifiche si osserva che gran parte delle coperture scaturiscono da un ipotetico recupero “spontaneo” di evasione e che la perdita di gettito è stimata intorno ai 52 miliardi.

In sostanza l’idea prevede una Flat Tax su base familiare strutturata in modo tale da applicare, ad un reddito lordo familiare, in primo luogo una deduzione fissa per ogni componente e in seguito una tassa fissa costante del 15%.

Le due maggiori criticità risiedono nella definizione del sistema di coperture, il quale poggia principalmente sul recupero dell’evasione (soluzione azzardata se non utopica) e nella natura troppo poco progressiva dell’imposta, che è incentrata soltanto sui componenti della famiglia.

La proposta di riforma fiscale presentata dalla Lega pertanto è essenzialmente provocatoria, ma in generale, quali potrebbero essere i rischi di una Flat Tax?

Conciliare l’esigenza di progressività sancita dall’art. 53 della nostra Costituzione con un’aliquota unica costante è possibile (e non incostituzionale) prevedendo un sistema di deduzioni e detrazioni. Il primo strumento interviene “erodendo” la base imponibile, il secondo abbassando direttamente l’ammontare complessivo e finale dell’imposta.

Da un punto di vista economico e matematico, con la flat tax l’aliquota media (Gettito/Base Imponibile) si avvicinerà gradualmente all’aliquota marginale (che con la Flat tax rimane costante) proprio perché con l’aumentare del reddito (o per meglio dire, base imponibile) l’impatto del sistema di deduzioni e/o detrazioni sarà sempre più ridotto. Per quanto i percettori di “basso” reddito si trovino a pagare un ammontare di imposta non elevato, i ricchi e i super ricchi allo stesso tempo avranno a che fare con un’aliquota necessariamente meno incisiva di quanto non sarebbe stato con un sistema strutturato come quello attuale.

Ciò detto, gli effetti non equitativi dell’imposta si paleseranno soprattutto nel momento in cui lo scarseggiare del gettito d’imposta (nella proposta della Lega è stimata una perdita di 52 miliardi) andrà a gravare su quegli individui che necessitano in misura maggiore del sostegno e della capacità di spesa dello Stato.

La speranza che trascina i sostenitori di questo genere di riforma fiscale è che l’adozione di un’aliquota unica stimoli quei contribuenti che ad oggi evadono le tasse o sono “scoraggiati”, al fine di incentivarli a produrre più ricchezza e quindi più gettito. Dagli studi e dalle analisi condotte però pare sia piuttosto improbabile che possa manifestarsi uno scenario di questo tipo.

Su quali aspetti è dunque auspicabile focalizzarci?

Lo Stato, come abbiamo visto, per ottenere gettito fiscale può intervenire aumentando o diminuendo le aliquote, ma anche applicando maggiori o minori sanzioni ed eventualmente incrementando il numero dei controlli: ognuna di queste scelte è a suo modo una scelta politica e rimanendo sul tema non ci sono scelte più di “sinistra” o di “destra”. Incrementare le multe presenta molti problemi di etica, in determinate occasioni si incorre nel rischio di mandare attività economiche sul lastrico o di portare famiglie in povertà (il che poi determina un nuovo costo e problema da risolvere per il policy-maker).

In Italia il tasso di evasione fiscale è così elevato soprattutto perché non ci si vergogna di evadere le tasse. La collettività non reagisce negativamente nei confronti degli evasori in quanto i contribuenti vivono con il sentore che i propri soldi siano gestiti in malo modo dallo Stato, determinando sprechi, inefficienze e corruzione (anche in settori quali la sanità, del quale emergono, giustamente, tutti gli scandali di corruzione, ma di cui non si parla mai dell’eccellenza dei servizi offerti).

L’economia sperimentale ha evidenziato come il contesto sociale condizioni in misura rilevante gli atteggiamenti dei contribuenti. È chiara l’influenza di una diversa struttura demografica e produttiva, ma è la stessa qualità del quadro istituzionale e il livello di etica pubblica a contare profondamente. L’immagine di autorevolezza e correttezza che viene trasmessa dalla classe politica e burocratica è decisiva, così come il grado di corruzione dell’amministrazione, che nel nostro Paese è notoriamente assai elevato a detta delle più importanti statistiche internazionali.

I politici hanno il dovere di incoraggiare il contribuente ad adempiere al proprio dovere, iniziando a dimostrare quanto sia cruciale per l’Amministrazione Pubblica disporre delle risorse necessarie per intervenire dove più opportuno e necessario.

Evasione fiscale significa notevoli limitazioni alla spesa pubblica e vincoli di bilancio più stringenti, oltre che maggiore concentrazione del prelievo su alcuni soggetti rispetto ad altri. L’evasione, inoltre, genera perdita di efficienza del sistema economico e fenomeni come l’alterazione della concorrenza (alcune imprese sostengono minori oneri fiscali, contributivi ed amministrativi). Tali dinamiche consentono la sopravvivenza di imprese marginali ed inefficienti, oltre che distorsioni territoriali in relazione alla eterogenea diffusione del tasso di evasione e al deterioramento dell’ambiente sociale.

O la politica scommette concretamente su giustizia e legalità, in primo luogo rompendo con pratiche quali “rottamazione delle cartelle” e “condoni” e in secondo luogo rafforzando il carattere progressivo del proprio sistema fiscale, oppure sarà difficile placare il progressivo smembramento (in senso lato) delle Amministrazioni Pubbliche.


Fonti:


A cura di: Michele Seremia

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Michele Seremia

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Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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