La partecipazione femminile nella politica americana: uno sguardo d’insieme sulle ultime elezioni

Michelle Obama

Nonostante siano una potenza in declino e la previsione di Zakaria contenuta nel libro The Post-American World si stia realizzando, gli Stati Uniti sono (ancora) tra gli attori principali sulla scena internazionale in numerosi ambiti, dall’economia alla risoluzione dei conflitti; pertanto le elezioni presidenziali statunitensi continuano ad attirare su di sé l’attenzione di tutto il mondo.

Già le ultime elezioni sono passate alla storia per vari motivi: i numerosi scandali emersi in campagna elettorale, le lotte interne ai partiti senza esclusione di colpi (Sanders – Clinton in primis), le clamorose cadute di stile e le affermazioni alquanto discutibili di molti candidati, nonché per la presenza di una donna tra i due sfidanti per la Casa Bianca. Non solo ma al centro della discussione era tornata la partecipazione femminile nella politica americana.

Nonostante gli Stati Uniti siano una delle prime democrazie al mondo (cronologicamente e per numero di elettori), il sistema politico elettorale americano appare tendenzialmente chiuso alla partecipazione femminile. Secondo una ricerca sulla presenza femminile nelle assemblee legislative condotta dall’Inter Parliamentary Union, la prima organizzazione globale interparlamentare fondata nel 1889, gli Stati Uniti si trovano solo 97° posto, dietro a Cina (71°), Iraq (58°), Burundi (27°), Etiopia (19°) e perfino Arabia Saudita (94°), paesi meno progressisti in tema di diritti civili.

Benché la popolazione femminile costituisca il 50% della popolazione americana quindi, le percentuali di rappresentanza femminile in politica sono ben diverse: le donne nel Senato americano rappresentano il 20% e nell’House of Representatives la presenza scende al 19,3%. Non va meglio nel Congresso, dove la percentuale di donne è pari al 19,4%. Sono solo 7 le donne che ricoprono la carica di governatore, mentre i colleghi uomini sono 43[1].

In questo contesto, la vittoria di Hillary Clinton nelle primarie democratiche, rappresentava un evento storico per gli Stati Uniti.

Donne e potere in America, elezioni e partecipazione femminileContrariamente a quanto sostenuto da molti media però, Clinton non è stata la prima donna a candidarsi alla presidenza del Paese. La prima fu Victoria Woodhull nel 1872 con l’Equal Rights Party, quando ancora il suffragio era riservato ai soli uomini; solo nel 1920, grazie al XIX emendamento della Costituzione, il suffragio fu esteso alla donne.

Eppure, la Clinton non ha riscosso ampi consensi da parte dell’elettorato femminile: il suo avversario, Bernie Sanders, ha avuto maggiore presa sulle donne, specialmente sotto i 40 anni, grazie ad un programma più innovativo e mirato a risolvere alcune delle problematiche rilevanti per il futuro dei giovani come l’istruzione pubblica gratuita e un servizio sanitario con minori spese. Nello stato dell’Iowa l’84% delle donne sotto i 30 anni ha votato per Sanders, solo il 14% per Clinton.

Dalla prima candidatura femminile alla guida della Casa Bianca sono trascorsi centoquattordici anni, dal suffragio universale novantaquattro anni, senza che alcuna donna sia mai diventata Presidente degli Stati Uniti. Ciò contribuisce a spiegare l’appoggio (e il finanziamento) a Hillary Clinton nella corsa finale delle principali organizzazioni che promuovono i diritti delle donne, come la National Organization for Women, Naral Pro-Choice, Planned Parenthood e Human Rights Campaign.

Donne e potere in America, elezioni e partecipazione femminileAnche personalità femminili di alto profilo come Madeleine Albright, la prima Segretario di Stato donna, e Gloria Steinem, leader del movimento femminista americano, si sono esposte sulla Clinton, anche se non sempre in modo efficace. Molto criticata è stata l’affermazione di Albright “a special place in hell for women who don’t help other women”, con cui si è riferita in New Hampshire alle donne che non supportavano Hillary Clinton. Molto clamore, soprattutto da parte delle elettrici di Sanders, ha suscitato la frase di Gloria Steinem ‘Where are the boys? The boys are with Bernie”, per giustificare la mancanza di supporto femminile ad Hillary Clinton da parte delle elettrici più giovani, sostenendo che esse abbiano votato Sanders per incontrare i boys.

Com’è ovvio, dure repliche a queste affermazioni non si sono fatte attendere.

Albright e Steinem rappresentano entrambe una generazione diversa dalle millennials, che hanno rappresentato il punto dolente dell’elettorato di Clinton. Tuttavia non si tratta esclusivamente di una questione generazionale, ma anche sociale: le donne di classe medio-bassa hanno preferito le politiche di Sanders, favorevole ad un salario minimo, a riforme nel campo del lavoro, dell’istruzione e della sanità.


Di Aglaia Pimazzoni

 

[1] Nikki Haley (South Carolina), Maggie Hassan (New Hampshire), Susana Martinez (New Mexico), Mary Fallin (Oklahoma), Kate Brown (Oregon), Gina Raimondo (Rhode Island) e Muriel Bowser (District of Columbia).

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Aglaia Pimazzoni

“Vedo gente, faccio cose ed esco male in foto” semicit. Human rights and environmental sustainability advocate. Fortunata per aver avuto la possibilità di studiare e lavorare a Bonn, Friburgo, Mosca e Amburgo.
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“Vedo gente, faccio cose ed esco male in foto” semicit. Human rights and environmental sustainability advocate. Fortunata per aver avuto la possibilità di studiare e lavorare a Bonn, Friburgo, Mosca e Amburgo.
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