In politica vale la regola dell’Uniformismo. Oggi come ieri essa era ed è fatta di uomini e di partiti, di valori e di interessi, di alleanze e tradimenti. Ma, a ben guardare, c’è qualcosa di più che plasma questo amalgama altrimenti viscido ed informe come un liquido senza recipiente. Per capire di che cosa si tratta non occorre guardare troppo lontano. La risposta è semplice e ormai da due secoli ci viene naturale: sono le famiglie politiche che ordinano gli schieramenti, scrivono le regole del gioco e soprattutto danno identità ai partecipanti.

Le famiglie politiche sono molto più stabili dei partiti che le formano, così come in biologia i generi sono più conservativi delle singole specie. E se da un lato è vero che anche loro si evolvono e cambiano nel tempo sotto la spinta dei fattori ambientali, dall’altro è evidente che tendono a farlo con una lentezza assai più marcata.

In Europa e più in generale in Occidente sono state la Destra e la Sinistra a ricoprire questo ruolo sin dai tempi della Rivoluzione Francese. Destra e Sinistra ci hanno accompagnato nella storia degli ultimi secoli scrivendo le pagine più belle e più buie dello sviluppo umano successivo alla Rivoluzione Industriale. Da anni, tuttavia, questo sistema è entrato in crisi. Piaccia o non piaccia, cambiano non solo gli uomini e gli slogan ma anche gli ideali, i temi e le parole d’ordine.

Il Nuovo Ordine Mondiale

I vecchi militanti, comprensibilmente, non si riconoscono più in questo marasma. Destra e Sinistra sono giunte al termine della loro storia. Ma non temete. Il futuro non è il caos. È un nuovo bipolarismo; quello tra Sovranismo e Mondialismo. Con una strabiliante velocità, in tutta Europa, i vecchi schieramenti si rompono e si ricompongono secondo i nuovi punti cardinali. Nonostante il processo sia ancora nella sua fase embrionale, è già possibile iniziare a coglierlo. Vediamo quattro esempi.

Francia

L’ingresso di Emmanuel Macron nella scena politica attiva ha sparigliato le carte. Nominato ministro delle Finanze nel 2014, si candiderà alle elezioni presidenziali di tre anni dopo, forte del declino di François Hollande e del flop Juppé. La mancanza di veri moderati in campo, oltre allo scandalo Fillon, favorirà il successo del suo movimento “La République En Marche” fondato nel 2016. La genesi di En Marche, movimento e non partito (ci ricorda qualcosa?), esemplifica alla perfezione il grande riposizionamento della politica continentale. Nell’arco di pochi mesi numerose personalità politiche storicamente sia di destra che di sinistra, ma anche verdi e centristi, risposero all’appello del futuro presidente collocandosi nella sua formazione. Nomi eccellenti circondarono Macron. Il sempiterno centrista François Bayrou trovò naturale appoggiarlo. Il volto noto dell’ecologismo televisivo Nicolas Hulot fu da lui nominato ministro dell’ambiente. Bruno Le Maire, solo pochi mesi prima candidato alle primarie repubblicane, divenne il suo ministro delle Finanze.

Nel giro di un anno non solo Macron riuscì a plasmare dal nulla una nuova forza politica che si fece alfiere dell’europeismo, dei diritti umani e dell’ecologismo internazionale (divenne il protettore degli accordi Parigi al punto di sentirsi in dovere di strigliarne i trasgressori). Il nuovo inquilino dell’Eliseo riuscì a farsi intorno terra bruciata, cannibalizzando la sinistra e confinando la destra nel cantuccio della radicalizzazione. La scomparsa del PS fu inevitabile. Di fronte ad una destra sempre più reazionaria e ad una sinistra incapace di uscire dal suo “ghetto ideologico” per guardare al centro, Macron ebbe buon gioco a fare il pieno di voti tra gli orfani di Hollande al primo turno e incarnare “il mondo libero contro la barbarie” nel secondo.

Stando all’influente giornalista Éric Zemmour, i repubblicani sono ormai usciti dalla storia e da ora in poi saranno il sovranismo ed il mondialismo a plasmare la politica francese.

Regno Unito

L’accelerazione sul No Deal voluta da Boris Johnson ha fracassato il partito conservatore. 22 deputati conservatori si sono ribellati alla volontà del loro leader venendo poi espulsi o finendo per passare ai Lib Dem. Johnson ha perduto la maggioranza parlamentare e la Brexit ha radicalizzato il suo partito, al punto che la maggior parte dei suoi membri è determinata ad ottenerla anche a costo di perdere Scozia e Irlanda del Nord. A confermare la fusione in chiave sovranista delle destre britanniche c’è il fatto molto significativo che quasi metà dei conservatori vedeva bene Nigel Farage come leader dei tories nel giugno scorso.

Ma c’è un altro fatto, forse ancor più rilevante. Dopo anni di tentennamenti Jeremy Corbyn si è piegato, includendo il tema del secondo referendum nel programma dei Laburisti. Corbyn non è mai stato un grande supporter dell’UE, che vede come patria del liberismo. La fine dell’ambiguità laburista sulla Brexit è il sintomo che non c’è spazio politico per la sinistra fuori dal solco dell’europeismo.

Germania

La Große Koalition, le larghe intese tedesche tra CDU/CSU e SPD, ha più volte governato la Germania sia a livello locale che federale. Non è di certo una novità. Ma è interessante notare come negli ultimi vent’anni il ricorso a questa soluzione si sia fatto assai più comune che in tutto il secondo Novecento.

A testimoniare la cementazione del comune fronte ci sono le notevoli difficoltà incontrate da Angela Merkel nel tentare di sviluppare l’alternativa soluzione “giamaicana” con Verdi e liberali, per permettere la nascita del suo quarto governo nel 2017. Dopo mesi di trattative inconcludenti il ritorno alla GroKo apparve inevitabile e indubbiamente favorito dal fatto che entrambe le forze appoggiassero la Commissione europea in carica.

Italia

È stata esecrata, condannata, sbeffeggiata. Ha fatto fuggire Carlo Calenda e angustiato Gianluigi Paragone. Ma a ben vedere l’alleanza giallorossa era l’unico possibile sbocco dell’avventura a cinque stelle.

Il M5S non nasce sovranista, ma antisistema. In contrasto ad una dottrina, appunto quella della contrapposizione destra/sinistra, ormai in procinto di archiviazione. È sulla tutela dell’ambiente e la lotta per il rinnovamento e la trasparenza, sul fermo contrasto alla corruzione, che il grillismo si è fondato ormai più di 10 anni fa. Sono tematiche queste che faticano a trovare spazio in una destra sovranista ossessionata dai confini, ostile ai giudici e che vede nemici ovunque.

La sfortunata scelta di saldarsi al fronte no-euro fece guadagnare consensi nelle elezioni del 2013 in cui un M5S esordiente si sentiva autorizzato a spararla grossa. La velocità con cui tale scelta è stata messa da parte e quella con cui i cinque stelle si sono allineati a Bruxelles votando per Ursula Von Der Leyen insegnano che la pelle di M5S è un’altra, indissolubilmente legata a quell’internazionalismo che è presupposto di ogni campagna ambientale.

 

La fuoriuscita di Renzi, invece, non pregiudica il fronte europeista. Sebbene sembri più legata a problematiche di natura personale che non politica, può solo allargare il panorama del mondialismo italiano, offrendo una casa a qualunque elettore di centro-destra che non si riconosca in Salvini.

Oggi la crisi del Papeete sembra aver ricompattato la destra italiana, ma che questo teorico idillio possa durare nel tempo è tutto da dimostrare. La cronaca politica europea, in Italia come altrove, in questi anni ci racconta di grandi cambiamenti. Come fossero tessere del Lego, è sotto il peso dell’attualità che i vecchi partiti si spezzano e si ri-assemblano in nuove forme. È nell’europeismo che il mondialismo si è concretizzato nel nostro Continente. E per adesso è uscito quasi sempre vincitore.

Non possiamo che sperare che continui ad esserlo e che il buon senso dei più responsabili sia sempre più forte della barbarie dei nuovi nazionalisti.


A cura di Luca Frasconi

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Luca Frasconi

Luca Frasconi

Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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Sono nato a Firenze, nel quartiere di Novoli, quando ancora c’era la vecchia fabbrica della FIAT. Sono cresciuto nei meravigliosi anni 90, quando tutti ancora credevamo nel futuro e nel progresso. Pensavamo che la tecnologia ci avrebbe permesso di risolvere ogni nostro problema e forse temevamo più il Millennium Bug del Global Warming. Da bambino ho sempre sognato di viaggiare, di scoprire, di vedere con i miei occhi quei paesaggi, quegli animali, quella natura incontaminata di cui l’indimenticabile Giorgio Celli ci parlava alla televisione. In seguito, la scoperta che mai come oggi le attività umane mettono a rischio quel mondo, fu per me un grande dolore. Decisi di dedicare tutta la mia vita alla Natura. A studiarla, a capirla, a viverla e per quanto possibile a proteggerla. Ho studiato Scienze Naturali a Firenze e poi Ecobiologia alla Sapienza di Roma. Ne ho un ottimo ricordo. I primi viaggi in quell’Africa che tanto avevo sognato da bambino mi hanno ridato la felicità. E una certezza. Tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto.
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