Il Documento di Economia e Finanza, ossia il tanto famigerato DEF, è da diverse settimane su tutti i rotocalchi nazionali e (purtroppo) anche su quelli europei ed internazionali. La fredda – per usare un eufemismo – accoglienza con cui è stato accolto questo importante atto, redatto dal governo gialloverde, è dovuta alla sua vaghezza con la quale si proverà a racimolare le finanze necessarie a mettere in pratica le tante, forse troppe, promesse elettorali e la quasi totale assenza di benefici strutturali derivati da queste manovre.

Perché il DEF è così importante

Il DEF è un documento scritto dal soggetto emanatore, di norma il governo, nel quale vengono stilate tutte le politiche economiche e finanziarie. Una delle accuse mosse nei confronti di questo documento è la sua mancanza di programmaticità e la quasi totale assenza di una visione a lungo raggio. Economisti e non, tutti hanno ormai notato come molte delle spese contenute nel DEF vengano finanziate attraverso l’aumento del deficit della spesa pubblica.

L’aumento della spesa pubblica attraverso lo strumento del deficit di bilancio, dopo anni di austerity e di rigido contenimento del debito pubblico, non è certo una manovra di poco conto da sottovalutare: chi dovrà un giorno ripianare questo ingente passivo sono le generazioni future (tra cui chi scrive). Da un punto di vista prettamente politico, Il DEF è un documento onesto con l’elettorato che sostiene il governo gialloverde: sia il Reddito di Cittadinanza che la Flat Tax, passando per la modifica della Legge Fornero sulle pensioni, erano state promesse in sede di campagna elettorale e già allora erano state additate come misure cieche, volte ad accontentare determinate fasce di elettorato per catturare il loro voto.

Nel breve periodo, questo genere di manovra permette di ottenere facilmente un largo consenso tra i sostenitori e un più che discreto successo in termini di voti. Un esempio recente? Si pensi ai famigerati 80 euro del bonus-Renzi. Se cambiamo però la prospettiva e trasferiamo il nostro ragionamento nel medio-lungo periodo, possiamo osservare come queste manovre di successo istantaneo non generino alcun tipo di beneficio economico ma, anzi, si tramutano in un’arma a doppio taglio; a farne le spese sono sempre le generazioni future, costrette a dover ripianare debiti ed errori di coloro che li hanno guidati.

Si potrebbero portare tantissimi altri esempi, ma preferiamo focalizzare l’attenzione su due episodi in particolare: le baby pensioni, erogate dallo stato Italiano ai dipendenti pubblici con un numero esiguo (per dire ridicolo) di anni di versamenti, e gli aiuti economici a pioggia erogati attraverso la Cassa del Mezzogiorno.

Pensare al futuro

James Freeman Clarke (1810 – 1888), predicatore, scrittore e teologo nato nel New Hampshire (USA) ha scritto:

A politician […] thinks of the next election; a statesman of the next generation. A politician looks for the success of his party; a statesman for that of the country.

[Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese].

Questa sentenza è stata ripresa di frequente da politici e giornalisti – molto celebre l’episodio in cui De Gasperi citò queste parole – per sottolineare in tono negativo la crescente attitudine dei politici moderni a soddisfare l’insaziabile “fame” di voti delle moderne macchine partito.

Al di là della retorica e del valore di queste parole, oggi è sempre meno frequente riscontrare questa logica nelle azioni intraprese dal mondo politico. Appellandosi al bene della nazione e cavalcando il crescente sentimento nazionalista, diversi politici propongono riforme e misure volte ad accrescere la leadership del singolo o del partito all’interno del paese piuttosto che a generare un effettivo miglioramento delle condizioni del paese.

Non si può dire lo stesso di quanto realizzato da l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder con il programma di riforme “Agenda 2010”. «Anteponendo gli interessi del paese a quelli del partito», come ha ripetuto fin dal primo momento in cui adottò queste riforme, Schroeder ha riformato uno dei pilastri della società tedesca, fino a quel momento mai toccato: il sistema di welfare. Sfidando apertamente i sindacati e l’ala sinistra della Spd, portò coraggiosamente avanti l’ambizioso pacchetto di riforme che andò a intaccare spesa sociale e fisco oltre a modificare drasticamente le regole del mercato del lavoro e della formazione professionale. L’ondata di riforme fu resa necessaria dalla stagnante economia tedesca di fine secolo dovuta all’unificazione dello stato tedesco del 1990. Il fardello economico della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) e le ingenti spese pubbliche per risanare i lander orientali fecero “ammalare” la Germania e la condussero verso una piena recessione con 5 milioni di disoccupati, tanto da definirla “il grande malato d’Europa”. Quindici anni dopo la situazione si è del tutto ribaltata e i meriti del successo sono da ripartirsi tra la validità del programma “Agenda 2010”, il lavoro compiuto dai sindacati ed un tessuto socio-economico particolarmente reattivo e positivo al cambiamento.

Poche speranze

Le misure proposte dal DEF del triumvirato Conte-Salvini-Di Maio non hanno purtroppo la stessa incisività delle manovre varate ai tempi da Schroeder. Il prezzo pagato dal cancelliere tedesco fu infatti altissimo: la successiva tornata elettorale (2005) vide la sconfitta dell’Spd e l’ascesa al potere di frau Angela Merkel. Di lì in avanti, i momenti di gloria per la socialdemocrazia tedesca sono stati davvero pochi, nonostante l’inaugurazione di un ciclo economico molto positivo e il risanamento dell’economia teutonica.

Appare davvero difficile pensare che oggi un politico o un partito in Italia abbia il coraggio – o la capacità – di portare avanti uno strutturato piano di riforme mirato a sanare i cronici problemi della Repubblica Italiana. La necessità di cambiare drasticamente il paese si protrae da decenni ma finora gli sforzi in questa direzione sono stati pochi. Un intervento mirato volto a risanare la finanza pubblica – e non ad allargare il deficit di bilancio -, ad agevolare l’entrata nel mondo del lavoro di giovani e donne e a combattere strenuamente l’illegalità (mafie ed evasione fiscale su tutti) permetterebbero al paese di trarre nuova linfa vitale e una decisa spinta verso la crescita.

Tutto questo però si scontra con la realtà dei partiti presenti sulla scena italiana, troppo impegnati a catturare il voto di ogni singolo elettore e ben consapevoli dell’inconsistenza delle loro promesse elettorali. Il bene di un paese e della società a scapito del successo personale e di quello del proprio partito; pensate a chi ci governa oggi o ci ha governato fino a pochi anni fa: davvero rinuncerebbero alla fama e al successo elettorale pur di riformare il paese?


A cura di Filippo Fibbia

Immagine di copertina: Licenza Creative Commons. Fonte: Presidenza della Repubblica

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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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Filippo Fibbia

Volevo stupirvi con qualcosa di fantasmagorico su di me, ma al momento non mi viene in mente nulla. Nemmeno una di quelle definizioni superfighe in lingua inglese. Posso però dirvi che un uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno. Non prendetemi troppo sul serio, ma nemmeno troppo poco. Il trucco per rimanere in piedi è sapersi bilanciare senza scendere a compromessi.
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