Recentemente, Medici Senza Frontiere ha rilasciato un rapporto sulla drammatica situazione sanitaria in Yemen. Da ormai quattro anni, una guerra civile a impronta religiosa devasta il paese. A farne le spese sono soprattutto i civili, che costituiscono più della metà delle vittime. Alla tragedia dei combattimenti, si aggiungono lo sfacelo dello stato e delle sue infrastrutture e servizi. Con una sanità al collasso e un’economia sofferente, lo Yemen mostra a tutto il mondo chi paga davvero il prezzo delle guerre.

 

Il conflitto

Il conflitto ha radici lontane, ma è ufficialmente iniziato nel marzo del 2015. Precisamente, quando il gruppo Ansar Allah – i ribelli Houti, sciiti e fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh – ha lanciato la sua offensiva al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi. Già in controllo della capitale Sana’a dal 2014, i ribelli si sono spinti sempre più a meridione, arrivando fino alla città portuale di Aden, sede del governo di Hadi. Spaccato in due, il paese è diventato il teatro di scontro di due fazioni. I ribelli sciiti sono appoggiati economicamente e logisticamente dall’Iran e dal gruppo Hezbollah, mentre il governo sunnita ha dietro di sé una coalizione di quattordici paesi. Di questi, i principali sono Arabia Saudita e Stati Uniti.

 

Isolamento

La reazione delle autorità sunnite all’offensiva Houti non si è fatta attendere. A una guerra più tradizionale combattuta con le armi, il governo ha inoltre reagito isolando sempre di più i suoi nemici. Negli anni, l’aviazione saudita ha compiuto numerosi bombardamenti mirati a infrastrutture e convogli di rifornimento diretti all’enclave ribelle. Circa l’80% della popolazione del paese risiede in queste zone, dove la vita diventa ogni giorno più difficile a causa dell’embargo imposto dalla coalizione militare sunnita. La banca centrale è stata spostata dalla capitale Sana’a ad Aden, riconquistata dal governo nel 2015. Una strategia di svalutazione della moneta associata al blocco degli stipendi per i dipendenti pubblici dell’enclave ha distrutto l’economia. E così, la popolazione dei territori dell’enclave imperversa nella povertà e nel silenzio.

 

Emergenza umanitaria

Alcuni associano la guerra in Yemen alla copertina del New York Times del 2018 raffigurante una bambina morente per malnutrizione. Quella sconvolgente immagine – oggetto di polemiche – si poneva come obiettivo il mostrare il vero volto di questo conflitto: quello scheletrico di una bambina. Perché dal 2015, in Yemen, ci sono state più di diecimila vittime e tre milioni di sfollati. Attualmente, si stima che circa otto milioni di persone siano senza cibo, costrette a improvvisarsi una quotidianità nei campi profughi. Ogni giorno fame e malattie uccidono cento bambini, per non parlare dei bombardamenti. In queste condizioni imperversano malattie infettive tra le più disparate, come il colera. Medici Senza Frontiere ha parlato di circa ottomila casi nel primo trimestre del 2019; questa sarebbe la terza epidemia, dopo quelle del 2016 e 2017.

 

La Guerra fredda del Medio oriente

Apparentemente marginale, il conflitto in Yemen si colloca all’Interno della cosiddetta Guerra Fredda del Medio Oriente. Da oltre trent’anni, Arabia Saudita e Iran sono in rivalità per il dominio della regione. Punto di riferimento del sunnismo il primo e araldo dello sciismo il secondo, questi sono coinvolti in praticamente ogni conflitto scoppiato nel mondo arabo. Passando dalla guerra in Afghanistan, Israele e nell’Iraq di Saddam Hussein, questa rivalità arriva ai giorni nostri. Ogni volta si ripete lo stesso schema di guerre di procura tra governi e gruppi ribelli. Il più delle volte, i Sauditi appoggiano i governi sunniti; da parte sua, l’Iran finanzia i gruppi di rivoltosi sciiti. Ogni volta, i due paesi rimangono sempre più invischiati in questa dinamica. Non sono mai arrivati allo scontro aperto e mai lo raggiungeranno, perché non conviene. La stessa influenza si ritrova in gruppi paramilitari come Hezbollah, supportato dall’Iran, e gruppi terroristici quali Al Queida e Is, sostenuti dall’Arabia Saudita.

 

Stati Uniti e crimini di guerra

Alla base di questa rivalità non vi sono solo motivi religiosi. Oltre sciiti e sunniti, un’altra pedina si muove nello scacchiere geopolitico regionale: gli Stati Uniti. Da sempre, l’Arabia Saudita è loro grande alleato. Con essi, il paese ha costruito una solida intesa basata sul petrolio: in cambio di costanti quote di oro nero, i sauditi hanno da sempre ottenuto supporto militare e investimenti americani. l’Iran è invece nemico giurato degli Stati Uniti dal 1979, quando i Rivoluzionari di Komehyni hanno deposto lo Shah Pahlavi che, grazie a un golpe orchestrato dalla CIA, era a capo di un regime repressivo che svendeva petrolio all’occidente. Il dipanarsi della questione mediorientale è molto interessante, attraversa quasi mezzo secolo di storia (è riassunta in questo video). Dal 2015, i bombardamenti sauditi si sono distinti per la loro efferatezza: hanno colpito scuole, ospedali e altri obiettivi civili. Questo ha spinto l’ONU a indagare su possibili crimini di guerra. L’appoggio americano alla coalizione sunnita si è concretizzato con rifornimenti di veicoli e velivoli, armi e rifornimenti aerei negli spazi internazionali (fonte: vox).

 

Mercato delle armi

Gli Stati Uniti non sono l’unico paese occidentale coinvolto in questa tragedia: i paesi che vendono armi alla coalizione sono numerosi. Come denunciato da Amnesty International, Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Italia e molti altri fanno affari d’oro rifornendo i gruppi sunniti. Gli Emirati Arabi Uniti svolgono un ruolo fondamentale, facendo da tramite tra i venditori di armi e i gruppi armati in Yemen. Grazie a loro, questi paesi riescono a trasferire armi aggirando le normative che vietano di vendere armi che saranno destinate a crimini di guerra (come descritto qui).

 

Il centro del mondo

Quello che sta succedendo in Yemen non si discosta da ciò che si sta verificando anche in altri paesi del Medio Oriente. Tutta la regione è flagellata da conflitti e piegata dalla povertà (circa i tre quarti della popolazione vivono attorno o sotto la soglia di povertà). Per la sua posizione, per la ricchezza che ospita nel sottosuolo e la sua instabilità, il Medio Oriente attrae mire e influenze di tutte le superpotenze mondiali. In questo articolo, Rami Khouri descrive come Turchia, Russia, Stati Uniti e molti altri paesi continuino da anni ad alimentare la instabile condizione di queste zone. L’instabilità nella regione è in gran parte eredità del moderno imperialismo dei paesi più ricchi, che con l’invio di truppe e rifornimenti militari alimentano il collasso di stati sempre più dominati da avidità e corruzione.


A cura di Stefano Roli

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Stefano Roli

Classe 1992, cresciuto tra Modena e Bologna. Medico, appassionato di storia, letteratura e altre cose. Ho il pallino di essere sempre aggiornato su quello che succede nel mondo e a volte provo a raccontarlo.
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