La sinistra non è affatto morta dopo queste elezioni, è bene dirlo chiaramente. Ciò che è venuto meno (o quasi) è la rappresentanza in Parlamento di quei partiti che per prassi, per abitudine, per convenzione, venivano collocati nell’alveo del così detto “centro-sinistra”. Non servono le analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo per certificare che gli elettori tradizionalmente appartenenti a quell’area politica hanno trovato nel M5S il loro interlocutore naturale. Il sociologo De Masi evidenzia (per l’ennesima volta) come il PD sia diventato il partito dei centri urbani e dei “quartieri bene” (fenomeno già dibattuto a seguito delle elezioni per il comune di Roma) ed il M5S l’appiglio degli ultimi, dei disoccupati, del Sud, delle periferie, di quello che una volta era considerato “il proletariato”.

Il PD per senso di responsabilità ha dato la fiducia al governo Monti e ha governato con Alfano e Verdini. Nessuno può negare che Renzi, al di là delle ovvie smentite delle ultime settimane di campagna elettorale, avrebbe provato a trovare un’intesa con Forza Italia se fosse stato necessario per poter governare. Quindi, prendendo atto dell’infelice e deludente esito elettorale, è davvero giusto che il PD chiuda con tale risolutezza e fermezza la porta al M5S? Perché stavolta dovrebbe venir meno l’appello al “senso di responsabilità”? Renzi ha rimandato le proprie dimissioni da segretario per dettare la linea del “Siamo all’opposizione, non faremo la stampella agli estremisti“. Ignorando a prescindere un partito che, fino a prova contraria, ha ottenuto il voto di un italiano su tre, il PD si prende la responsabilità (a proposito di “senso di responsabilità”) di rimandare l’Italia alle urne o la “complicità” di consegnare il Paese in mano ad un governo M5S-Lega (se così non sarà dipenderà esclusivamente da opportunità e convenienze politiche di Matteo Salvini).

Per quale ragione una persona culturalmente non di destra dovrebbe preferire un’alleanza di governo con Verdini, Alfano o Berlusconi rispetto a quella con un partito come il M5S, i cui elettori in gran parte sono transfughi della vecchia base del partito sorto dalle ceneri del vecchio PCI?

D’altra parte, appare impensabile immaginare che i vertici del PD possano “accettare in bianco” Di Maio come Presidente del Consiglio e tutta la sua squadra di Ministri presentata a pochi giorni dal voto. Lo scenario dovrebbe così prendere piede partendo da un’intesa sui Presidenti delle Camere, seguita poi da lunghe e complesse trattative finalizzate a trovare un accordo programmatico comune, da sottoporre poi alla propria base e ai propri iscritti (i quali saranno liberi di votare favorevolmente o meno). Il PD potrebbe avere l’occasione di costringere Di Maio a convergere su alcuni punti chiave imprescindibili, come (ad esempio) immigrazione, Unione Europea, diritti civili.

In Germania, come in altri Paesi con leggi elettorali simili alle nostre, si è giunti in più di una occasione a compromessi o scenari pressoché analoghi. Dal momento in cui in Italia si sarebbe stati più o meno pronti ad un’eventuale alleanza di governo PD-Forza Italia, per quale ragione non si dovrebbe tentare di percorrere quest’altra strada? La narrazione dei “populisti anti-sistema” si è scontrata con risultati shock, tali da sancire il tabula rasa della politica italiana come l’abbiamo concepita fino a pochi giorni fa. La domanda di cambiamento mossa da parte dell’elettorato è stata troppo schiacciante per poter essere ignorata. Non prenderne atto il prima possibile, chiudendosi in personalistiche alchimie di partito, determinerà soltanto il rischio di consegnare nel brevissimo o breve termine lo scettro alla destra

A cura di Michele Seremia


Foto di copertina Credit by: Camera dei deputati License: CC BY-ND 2.0

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Michele Seremia

Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
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Michele Seremia

Nato a Fiesole il 25/02/1993, sono iscritto al corso magistrale di Scienze Politiche - Politica, istituzioni e mercato. Fedelmente al mio percorso di studi seguo con sinistro interesse la politica nel suo complesso, con patologica fissazioni per elezioni e campagne elettorali. D'estate mi trasformo in casellante. Autunno, inverno e primavera tifo Milan.
3 Comments

3 Comments

  • Fabio Pignotti

    7 Mar 2018 - 8:44

    L’articolo, come sempre interessante e ben scritto, ha, a mio avviso, alcune parti deboli. La prima è che, pur di governare , il Pd avrebbe cercato un accordo con FI. Nessuno l’ha detto, e non esiste una prova dei fatti, ma può anche essere. La seconda è l’affermazione sulla responsabilità del Pd che dovrebbe andare a “ragionare” di un sostegno ad un governo 5stelle. Facciamo chiarezza: se “sostenere” vuol dire “partecipare” con propri ministri e dopo un complesso e completo ragionamento sui contenuti, la cosa può avere un senso, se, invece, dovessimo parlare di un appoggio esterno, anche a fronte di assicurazioni programmatiche, la cosa perderebbe ogni significato. Concludo con la parte più debole, sempre a mio parere, del ragionamento, il M5S non è la nuova sinistra. Rappresentare le periferie, i disoccupati, gli ultimi, non vuol dire affatto automaticamente essere di sinistra. Tutti i movimenti populisti rappresentano le periferie, i disoccupati, gli ultimi. Essere di sinistra e non populisti significa dare risposte plausibili alle periferie, ai disoccupati, agli ultimi; dare risposte concrete e plausibili. Il reddito di cittadinanza non è una risposta plausibile o attuabile, il reddito d’inclusione potrebbe cominciare ad esserlo. Concludo chiedendo che persona “di sinistra” è quella che accetta di barattare il senso stesso della democrazia (assente nella struttura dei 5stelle), della partecipazione trasparente per una favola?

    • Michele Seremia

      8 Mar 2018 - 23:37

      Ciao Fabio, prima di tutto la ringrazio molto per i complimenti.
      Sull’eventuale (ormai non più) alleanza PD-Forza Italia è vero che mancava una prova tangibile, però gli appelli al “fermare i populisti” sono stati molteplici ed in più di una occasione si è precisato che l’accezione “populisti” era coniata in riferimento a Lega e M5S. Nell’articolo ho anche allegato un video risalente ad un confronto pre-primarie tra Orlando, Emiliano e Renzi nel quale quest’ultimo era l’unico tra i tre a non escludere un’alleanza post-voto con Berlusconi.
      Sul secondo tema concordo perfettamente con lei che sia impensabile per il PD conferire un appoggio esterno, non a caso ho scritto che non potrebbe esserci una “fiducia in bianco” del Partito Democratico a Di Maio premier ed i suoi ministri. Se il M5S trovasse un’apertura dal csx dovrebbe essere disposto a convergere oltre che sui temi anche sulle così dette “poltrone”(per non usare giri di parole).
      Sulla terza parte lei dice che essere di sinistra “significa dare risposte plausibili alle periferie, ai disoccupati, agli ultimi” che è senz’altro vero, però credo (e non penso di essere l’unico a pensarlo) che il PD non si è mosso in questa direzione ma ha costantemente guardando altrove in questi anni (all’Italia ottimista, che “ce la faceva”, all’Italia vincente). Per questo, da persona “culturalmente di sinistra” penso che, vista l’offerta politica del Parlamento appena eletto, le risposte migliori in termini di lavoro, reddito, sicurezza e futuro, non possano che arrivare da una convergenza (sicuramente non facile) tra questi due partiti. Con ogni probabilità ciò non avverrà, ma ogni altro scenario non mi pare più rassicurante.
      Un saluto, Michele Seremia

  • Intrighi postelettorali: cosa è successo e cosa potrebbe accadere

    10 Mag 2018 - 12:38

    […] Ed ecco qui un secondo punto fondamentale: gli elettori. Se si analizzano i dati delle passate elezioni, si nota come in dieci anni il Partito Democratico abbia perso esattamente la metà dei voti, passando dai 12 milioni del 2008 ai 6 milioni di quest’anno. Com’è stato supposto da eminenti analisti, una mossa come un’alleanza coi 5Stelle potrebbe addirittura dimezzare ulteriormente questa cifra. Il motivo è semplice: data l’agguerrita lotta al Movimento consumatasi in questi anni, senza esclusioni di colpi da entrambe le parti, quei 6 milioni di elettori che oggi hanno votato il PD figurano in larga parte come accaniti avversari del M5S, che quindi mal accetterebbero un’alleanza tra i due partiti. Parimenti, quella percentuale certo non esigua di elettori che domenica ha votato M5S dopo aver dato il proprio voto al PD nelle passate elezioni, presumibilmente non farebbe salti di gioia alla notizia di un’alleanza M5S-PD. […]

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